Ganzer a Ravenna: un porto per lo spaccio

di Silvia Occhipinti

Il porto, nella vita economica e culturale di Ravenna, è sempre stato fondamentale. Foriero di nuove culture, ponte per nuove rotte verso l’intero Mediterraneo, ha permesso alla città di conquistare una posizione di prestigio all’interno del quadro delle realtà che si affacciano sul Mare Nostrum.
Purtroppo, come d’altronde ogni porto, non ha favorito solamente lo scambio legale di merci, ma anche quello illegale. E il carico della motonave Bisanzio, che attraccò in darsena il 9 dicembre 1993, rientra a pieno titolo nella categoria “merci illegali”.
A bordo dell’imbarcazione salpata da Beirut, stipati dentro ad un container, si trovavano 1000kg di hashish, 119 mitragliatori, due lanciamissili, quattro missili e altre munizioni: un vero e proprio arsenale militare.
Il viaggio della Bisanzio non era però passato inosservato. I ROS -Raggruppamento Operativo Speciale dei carabinieri, l’elite dell’Arma per indagini su mafia e terrorismo-, guidati dall’allora colonnello Giampaolo Ganzer, erano a conoscenza sia del luogo di arrivo sia della natura del carico della motonave. Era stato pertanto deciso, in modo da ottenere il miglior risultato possibile, di ritardare il sequestro dello stupefacente e delle armi e di seguire il loro iter fino ai destinatari stabiliti, in questo caso appartenenti alla ‘ndrangheta calabrese. Quindi, grazie appunto ad un decreto che stabiliva le modalità descritte, il viaggio delle merci provenienti dal Libano ebbe inizio: le armi, passate da Ravenna a Bologna, vennero fatte stazionare per un certo tempo nella Bergamasca, per poi ripartire alla volta della Calabria. Solamente a quel punto i carabinieri sono intervenuti, sequestrando le armi, divise in sette casse e celate in mezzo ad un carico di bibite. La droga invece, trasferita sempre in pacchetti da 100kg l’uno, era stata seguita lungo tutti i suoi spostamenti grazie ad un elaborato sistema di segnalatori installati durante lo sbarco.
Così, ad operazione conclusa, nel maggio del 1994, si poterono contare 16 arrestati fra italiani e marocchini.
Peccato che nel 1997 di indagine ne venne aperta un’altra, questa volta molto più articolata e complessa, persino scomoda per molti, visti gli imputati: Ganzer, ora diventato comandante dei ROS, dal 1991 al 1997 avrebbe orchestrato le azioni del nucleo di eccellenza investigativa dell’Arma in modo tale da poter trafficare in stupefacenti, assicurare l’impunità ai grossisti e occultare denaro e droga frutto dei sequestri a vantaggio suo e di altri ufficiali e sottufficiali dell’Arma, indagati anch’essi per gli stessi crimini.
L’importante accusa venne mossa dal pm Armando Spataro come conseguenza di un’azione fotocopia di quella tenuta a Ravenna, ma stavolta svoltasi a Massa Carrara agli inizi del 1994: anche in questo caso un grosso carico di cocaina, all’incirca 200kg, era in procinto di arrivare nel porto della città toscana. E anche in questo caso ci sarebbe stato bisogno di un decreto di ritardato sequestro dello stupefacente, in modo tale da permettere la cattura dei “pesci grossi” che avevano ordinato quella partita di droga e non solo dei “pesci piccoli” che venivano colti in flagrante quando la nave attraccava al porto.
In Italia, però, al momento della ricezione del carico non c‘era nessun leader del narcotraffico, ma solamente personaggi di basso rilievo e “confidenti” utilizzati come agenti provocatori, spacciatori e tramiti con le organizzazioni dei trafficanti. Uno di questi, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso», dopo aver raccontato al pm Fabio Salomone di Brescia che nel 1991 due carabinieri del ROS lo avvicinarono in carcere proponendogli di diventare un confidente nel campo della droga, muore suicida nel carcere di Lucca il 29 agosto nel 2007, cinque giorni dopo essere stato arrestato dalla squadra mobile nell’ambito di un’inchiesta su delle rapine. Nella sua ultima lettera, indirizzata anche ai magistrati che hanno gestito la sua collaborazione, vi era scritto: “Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. E’ un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile.. Vi chiedo scusa per questo insano gesto”.
Azioni investigative successive hanno confermato la versione di Rotondo, identificando i mandanti di quelle spedizioni nei ROS stessi: Giampaolo Ganzer e Mauro Obinu, ex colonnello dei ROS e attuale alto dirigente dei servizi segreti, secondo i pm di Milano che si occupavano del caso avevano instaurato “contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico degli stupefacenti senza procedere né alla loro identificazione, né alla loro denuncia”, ordinando inoltre “quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro”.
La metodologia del decreto ritardato era quindi perfetta per questo tipo di operazioni, che avevano permesso ai capi dei ROS di ottenere in breve tempo sia gloria e avanzamenti di carriera grazie alla diffusione delle notizie dei loro “successi manipolati” sulla stampa nazionale, sia un enorme tornaconto economico derivato dalla rivendita della droga e del materiale bellico. Sempre secondo i pm, furono ben sei le operazioni gestite in questo modo: “Cedro” (1991), “Hope” (1993), “Lido” (1994), “Shipping” (1994), “Cobra” (1994) e “Cedro uno” (1997).
Ma già un anno dopo il “piano Cobra” messo in atto a Massa il pm Spataro incominciò ad avvertire altri suoi colleghi pm, per metterli sull’avviso casomai fossero capitate anche a loro vicende analoghe.
Bisognò comunque aspettare diversi anni per l’apertura di un processo, il quale si rivelò oltremodo lungo e difficoltoso: l’inchiesta, nata a Brescia (pm Fabio Salamone) passò a Milano (pm Davigo, Boccassini e Romanelli) perchè coinvolgeva un magistrato bergamasco, Mario Conte (il quale, grazie alla sua firma, assicurava copertura legale ai ROS), salvo poi essere mandata a Bologna in qualità di tribunale di competenza per l’operazione “Lido” a Ravenna. Da Bologna fu però restituita a Milano, girata a Torino e rispedita a Bologna, per riapprodare, stavolta in via definitiva, nel capoluogo lombardo quando erano scaduti tutti i termini per gli accertamenti.
Nonostante l’iter travagliato, il processo, giunto a sentenza nel luglio 2010, permise di fare luce sulla solo apparentemente chiara vicenda avvenuta a Ravenna: l’hashish e l’arsenale militare stipati sulla motonave Bisanzio erano stati ordinati in Libano e, appena sbarcati, erano stati acquisiti dai marescialli Gilberto Lovato di Brescia e Vincenzo Rinaldi di Roma. Grazie ad uno di questi oramai famosi decreti di ritardo sequestro, Lovato portò il tutto in un deposito del Centergross, situato nella zona industriale nei pressi di Bologna. Qui armi e droga destinati, secondo i ROS, a calabresi, sardi e francesi vennero invece “ceduti a soggetti diversi, istigati all’acquisto, nei confronti dei quali si è proceduto separatamente” come dicono i pm.
Il maresciallo Rinaldi, agente sotto copertura, e un collega non identificato avevano venduto, secondo l’accusa, 232kg di hashish a due persone a Bologna, Domenico Delai e Ivano Pedretti, in due blocchi, uno da 143kg e uno da 89kg: nel febbraio ’94 vendettero invece 62kg di stupefacente ad altre quattro persone, sempre a Bologna.
Solamente per quest’ultima partita, Rinaldi ricavò 50 milioni di lire, denaro di cui «veniva omesso il sequestro». La vendita però non finì qui: il maresciallo e altri due piazzarono ancora 103 chili a Parma, con un ricavo di 34 milioni, anche questo denaro fantasma.
Smerciata la drogava, toccò alle armi. Kalashnikov, missili e lanciamissili vennero venduti in provincia di Bergamo a due personaggi, Girolamo Rispoli e Domenico Vallone e sempre a Bergamo fu smerciato altro hashish della motonave libanese. Come già avvenuto a Bologna e Parma, la somma imprecisata ricevuta per la vendita del materiale bellico non fu sequestrata e la destinazione del denaro rimase ignota.
Una volta completata la vendita ognuna delle persone con cui i ROS avevano “fatto affari” fu arrestata, permettendo così ai carabinieri di ottenere anche il giusto riconoscimento a livello nazionale per la loro operazione “portata brillantemente a termine”.
Le motivazioni della sentenza di primo grado dei giudici del Tribunale di Milano, rese pubbliche il 27 dicembre 2010, hanno dato ragione ai pm che sostenevano le accuse nei confronti del generale Ganzer e dei suoi sottoposti: dopo oltre 5 anni di processo e 170 udienze la condanna per Ganzer è stata determinata in 14 anni di carcere più 65mila euro di multa per traffico internazionale di stupefacenti e interdizione perpetua dai pubblici uffici, a dispetto della richiesta dell’accusa di 27 anni di detenzione. Con lui sono stati condannati anche il già citato Mauro Obinu (7 anni e 6 mesi) ed altri 11 personaggi fra appartenenti all’Arma, i quali si sono visti infliggere pene comprese tra i 5 anni e 2 mesi e i 13 anni e 6 mesi, e narcotrafficanti: al libanese ed ex confidente del Ros Ajaj Jean Bou Chat è toccata la pena più alta, 18 anni di reclusione. Solo quattro su 18 gli imputati assolti, tra cui un carabiniere e tre presunti trafficanti stranieri.
Per tutti gli imputati è caduta l’accusa di associazione per delinquere e sono stati prescritti i reati di peculato, falso e traffico d’armi, ed è caduta anche l’aggravante dell’associazione in armi.
Nonostante i giudici abbiano definito Ganzer come un uomo dotato di una “preoccupante personalità” capace “di commettere anche gravissimi reati per raggiungere gli obiettivi ai quali è spinto dalla sua smisurata ambizione”, aggiungendo che egli si è trincerato “sempre dietro la non conoscenza e la mancata (e sleale) informazione da parte dei suoi sottoposti” e che preferiva “vestire i panni di un distratto burocrate che firmava gli atti che gli venivano sottoposti”, egli è ancora saldamente al suo posto, al vertice del ROS, e continua a capitanare azioni antimafia.
Fra queste non si può non citare l’operazione “Iblis”, svoltasi in Sicilia, che lo portò a dichiarare di aver ottenuto l’azzeramento de “i vertici di Cosa nostra, non soltanto a Catania, quindi, le storiche famiglie Santapaola o Ercolano, ma anche cosche altrettanto importanti tra Ramacca, Caltagirone, Palagonia e Misterbianco”.
Proprio grazie a questo intervento sono state arrestate 50 persone, fra le quali esponenti di spicco della classe politica siciliana, come ad esempio Fausto Fagone, presidente della commissione Cultura, Formazione e Lavoro, e sequestrati beni per un totale di 400 milioni di euro: 105 imprese, immobili, auto, motoveicoli e attrezzature industriali.
Questi fermi comunque getterebbero ancora più ombre sulla già non limpida condotta del governatore dell’isola, Raffale Lombardo, il quale si è però affrettato a dichiarare che “Da oggi sappiamo che non c’é alcuna iniziativa processuale a mio carico, che non mi è stato nemmeno recapitato un avviso di garanzia, che non sono stati trovati riscontri a volgari insinuazioni”.
Se ci sideve fidare o meno delle parole di Lombardo lo stabilirà solamente lo svolgimento delle indagini: come abbiamo appena visto, non sempre -anzi, verrebbe da dire sempre più raramente- occupare posizioni di elevata responsabilità è sinonimo di comprovata correttezza morale.


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