Vinyls, intervista agli Operai

di Massimo Manzoli

Da dieci giorni su due silos alti 50 metri. E’ questo l’estremo gesto di protesta intrapreso dai dipendenti della Vinyls a Ravenna, ma come è stato possibile arrivare a questa situazione? Siamo andati a chiederlo direttamente a loro, allo stabilimento di via Baiona. E grazie alla loro disponibilità siamo riusciti ad arrivare fin sotto i silos, all’isola 22, e parlare direttamente con i lavoratori presenti: Andrea Brigliadori, Emilio Provolo e Massimo Bacciardi.

Il primo aspetto che immediatamente ci viene puntualizzato è che la Vinyls (che fino a due anni fa si chiamava IVI, cioè Ineos Vinyls Italia) non è in questa situazione per via della crisi economico-finanziaria che ha colpito l’Italia e il resto del mondo occidentale, ma per motivi diversi. E allora per capire il contesto attuale della Vinyls bisogna fare un salto indietro di due anni quando la multinazionale Ineos, proprietaria della IVI, costituita da tre stabilimenti chimici per la produzione e la trasformazione del PVC in Italia (Porto Torres, Porto Marghera e Ravenna), decide di vendere tutte le attività italiane alla SAFI del cavalier Sartor, affare assai discutibile e poco chiaro, come ci conferma Andrea. In effetti, appena dopo un mese dall’acquisto degli stabilimenti nascono alcuni screzi con ENI (fornitore di materie prime) per quanto riguarda il prezzo, secondo lui troppo alto, delle materie prime. Il nuovo acquirente decide improvvisamente di portare i libri contabili in tribunale a Venezia, non prima però di aver scorporato l’azienda in due rami, quello di produzione del PVC, economicamente poco appetibile, e quello di trasformazione del PVC, assai più redditizio. Come ricordano gli operai, sono proprio di quel periodo le dichiarazioni di Sartor: “io la farina la prendo dal mulino che voglio”, come a ribadire che la materia prima, se non fosse redditizio produrla, potrebbe comprarla altrove.

In effetti è proprio questo ciò che accade ed è per questo motivo che lo stabilimento di produzione all’isola 22 del petrolchimico di Ravenna è fermo da un anno e mezzo. Questo aspetto della cessione iniziale da Ineos a SAFI è quello che lascia molti dubbi ai dipendenti, come continua a chiedersi Massimo: “dov’erano le istituzioni in quel momento? E’ possibile che nessuno si fosse accorto di ciò che stava accadendo? Come è possibile che Sartor, con un’azienda (SAFI nda) dal capitale sociale di soli 20000 euro, sia riuscito non solo a sedersi al tavolo delle trattative con una delle più grandi multinazionali del settore (la Ineos) ma anche ad acquisire tutti gli stabilimenti senza nessuna garanzia?”.

Fatto sta che un mese dopo l’ingresso del nuovo proprietario la Vinyls si ritrova in amministrazione straordinaria con i libri contabili in tribunale e con tre commissari chiamati a gestire la transizione. Andrea tende giustamente a sottolineare che il compito dei commissari non è solo quello di gestire la cessione dell’azienda a eventuali nuovi investitori ma soprattutto quello di conservare il bene aziendale, costituito da strutture fisiche, attrezzature ma soprattutto da risorse umane con un bagaglio di know-how (metterei la parola in italiano) ed esperienze unico.

Dopo un anno e mezzo di incertezze e cassa integrazione, nel quale i dipendenti dell’azienda nei tre stabilimenti italiani sono passati da circa 500 a meno di 400, si arriva alle vicende dei nostri giorni con la presenza sui tavoli dei commissari di tre offerte d’acquisto da parte di nuovi investitori, la più importante delle quali da parte di una società svizzera, la Gita, interessata all’acquisizione di tutti e tre gli stabilimenti italiani. Dopo mesi di trattative pare che la soluzione sia sbloccata e l’accordo vicino. Il ministro dello sviluppo economico Romani, assieme a Gita, Eni ed i commissari fissano al 31 gennaio 2011 la scadenza per la firma sul contratto preliminare, per arrivare al 10 marzo alla firma finale della cessione della Vinyls alla nuova proprietà.

E’ a questo punto che inspiegabilmente salta l’accordo. Agli operai degli stabilimenti non vengono date motivazioni né spiegazioni e notizie. Dopo una settimana di attesa questa situazione porta i dipendenti alla protesta più estrema e, contemporaneamente agli stabilimenti di Porto Torres e Porto Marghera, la notte del 9 febbraio tre lavoratori salgono sui silos anche a Ravenna. Dalla mattinata successiva tutti i dipendenti romagnoli (rimasti 39 rispetto ai 56 di due anni fa) indipendentemente dal ruolo ricoperto nell’azienda, aderiscono alla protesta e iniziano ad organizzare veri e propri turni di 8 ore, attraverso i quali mantenere un presidio costante sui silos, nonostante il freddo e le intemperie stagionali.

“Siamo saliti sui due silos più alti per avere risposte, per capire il perché della mancata firma del 31 gennaio, ma soprattutto per capire cosa succederà nei prossimi giorni e per avere garanzie sul nostro futuro” dice Andrea. “Negli ultimi due anni è arrivato solo qualche attestato di solidarietà da parte delle istituzioni, dal Comune alla Regione, ma nulla di concreto. I sindacati ci hanno sempre appoggiato in modo unitario, ma non hanno mai incentivato questa forma di protesta.” Una forma di protesta che porta costrizioni e limitazioni alla libertà personale di ognuno di loro, ma è diventata l’unico modo per far sentire la propria voce. Nel corso degli ultimi anni anche i media locali non hanno quasi mai parlato della situazione della Vinyls e salire sui silos è stata l’unica alternativa rimasta per provare ad avere visibilità. “Dopo che è iniziata la protesta i giornali, locali o nazionali, vengono continuamente sollecitati dai nostri articoli, siamo noi a mandare interviste, foto, notizie, anche perché l’accesso all’isola 22 è vietato per motivi di sicurezza. Noi stiamo cercando altri modi per far circolare le nostre idee sfruttando le nuove tecnologie, internet e i social network, in questo modo è possibile bypassare le barriere fisiche imposte da uno stabilimento chimico.”

Continua Andrea: “Credo che le istituzioni locali, in ogni caso, possano fare poco per sbloccare la situazione attuale, ed è per questo che siamo contenti della telefonata del ministro Romani di qualche giorno fa ma non ci basta. Noi smetteremo la protesta quando il ministro verrà a Ravenna, per portare un piano di sviluppo industriale, e si siederà a un tavolo con noi per dare garanzie sul nostro futuro.” Aggiunge Massimo: “Dopo quasi due anni non siamo più disposti ad attendere, già questo mese abbiamo rischiato non ci fossero liquidità per il pagamento degli stipendi e tra pochi mesi finirà anche la cassa integrazione straordinaria.”

Al termine dell’incontro Andrea ci spiega che secondo lui la soluzione non può essere solo economica, ma deve essere politica, nel corso degli anni si è assistito ad uno smantellamento pressoché totale dell’industria chimica italiana e per uscire da questa situazione serve un cambiamento di rotta nella politica industriale di questo settore. E’ per questo che i dubbi restano forti anche sui nuovi acquirenti; sarà in grado la Gita, o chi per lei, di garantire questo cambiamento politico?

Ci lasciamo con questa domanda e la speranza che nei prossimi giorni la situazione si possa sbloccare perché non è possibile che in un Paese civile, un gruppo di lavoratori sia costretto a passare giorni e giorni sopra ai silos di un’azienda chimica per chiedere informazioni e garanzie sul loro futuro, non è possibile che in due anni non si sia trovata una soluzione a questa faccenda, non è possibile che istituzioni e media si muovano solo con proteste estreme. Questa sta diventando la prassi in un Paese dove quasi nessuno si occupa più dei problemi reali della popolazione, quasi nessuno presta più attenzione alle voci che si sollevano nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze, ed è per questo che noi stiamo con gli operai della Vinyls fino a quando non potranno scendere dai silos con garanzie per il loro futuro.


One thought on “Vinyls, intervista agli Operai

  1. E’ proprio vergognoso! il lavoro umano purtroppo rimane una merce, come lo può essere la farina…Sottolineo, come si capisce dall’articolo, che qui la crisi non c’entra molto, qui c’è solo lo sposco interesse di pochi

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