Storie da Ravenna: Gardini chi era costui?

di Silvia Occhipinti

La figura di Raoul Gardini è legata a doppio filo alla storia recente di Ravenna, quella Ravenna che finiva sulle prime pagine di quotidiani e periodici patinati per i numerosi trionfi in campo sia economico sia finanziario che l’erede di Serafino Ferruzzi era in grado di inanellare uno dopo l’altro.
Per citare solo qualche esempio, il Moro di Venezia, la barca di Raoul Gardini di proprietà del gruppo Montedison, vinse la Louis Vuitton Cup nel 1992. Il Messaggero Volley, la squadra di pallavolo di Raoul Gardini, la quale prendeva il nome dal giornale Il Messaggero, di proprietà del gruppo Montedison, ottenne eccellenti risultati e buoni piazzamenti nel corso degli anni ‘90. L’Olimpia Teodora, altra squadra di pallavolo, così chiamata dall’olio di soia “Teodora” prodotto dalla , società di Raoul Gardini di proprietà del gruppo Montedison, raggiunse livelli tuttora ineguagliati.
Insomma, alla base di ogni ricetta di successo, indifferentemente in campo sportivo o economico, si trovavano sempre Raoul Gardini ed il gruppo Montedison.
Fino a quel mattino del 23 luglio 1993: a Milano, in un momento compreso fra le 7 e le 8,30 del mattino, Raoul Gardini, non più presidente del gruppo Montedison, oramai sull’orlo del fallimento, muore per un colpo di Walter Pkk alla tempia.
Come si arrivò a questo tragico epilogo non è ancora ben chiaro, sebbene siano passati oramai più di 17 anni. Tuttavia agli investigatori della DIA di Caltanissetta non è importata la lontananza nel tempo di questi fatti; infatti nel 2006 il fascicolo riguardante la morte de “il Corsaro”, come era stato soprannominato l’affarista ravennate grazie alla sua passione per le regate di vela, è stato riaperto. E a chi si chiedesse come mai proprio la Procura di una città così lontana sia dal luogo di nascita sia da quello di azione del finanziere si stia occupando del caso, si può rispondere raccontando loro la storia della Calcestruzzi S.p.A., ex società del gruppo Ferruzzi appartenente ora ad Italcementi, colosso dell’edilizia guidato dagli eredi della famiglia Pesenti.
Serafino Ferruzzi, con la costituzione nel 1948 della società a responsabilità limitata Ferruzzi Benini e C., dal 1956 Ferruzzi e C., aveva incominciato a far pesare la sua presenza all’interno del mercato delle materie prime agricole. Partendo dal semplice ritiro di partite di merce al porto di Ravenna e passando per la costruzione di una rete di silos per lo stoccaggio all’interno dei maggiori porti italiani, l’affarista giunse negli anni Sessanta ad insediare i propri silos direttamente in Argentina e negli Stati Uniti, trasformando la sua azienda in una delle maggiori compagnie di trading del mondo.
Ma l’espansione nel mercato agroalimentare non era sufficiente: in Italia quindi all’attività commerciale aveva affiancato quella industriale. Da una parte si trovava la già citata Italiana Olii & Risi, specializzata nella lavorazione di semi oleosi, e dall’altra la Calcestruzzi S.p.A., fondata alla fine degli anni Cinquanta e inizialmente destinata alla produzione di conglomerato cementizio.
Ma l’espansione industriale nel campo dell’edilizia non interessava solamente il gruppo Ferruzzi. Contemporaneamente in Sicilia, a cavallo fra gli anni ‘50 e ‘60, Francesco Vassallo si impone come uno dei primi mafiosi-imprenditori, un uomo da prendere a modello per quanto riguarda la gestione e l’espansione del business del cemento illegale. Nato figlio di carrettiere, grazie al matrimonio con Rosalia Messina, figlia del capomafia Giuseppe Messina e sorella di Salvatore e Pietro Messina, riesce ad avviare un’attività imprenditoriale all’inizio limitata all’area della borgata.
La scalata verso il successo è però molto veloce: dopo la fondazione della Co.pro.la (Cooperativa produzione latticini) nel 1947, il boss riesce ad inserirsi nel sistema di assegnazione degli appalti grazie al sempre valido mix di parentela, amicizie, consociazioni e cointeressenze. Così, partendo da un semplice appalto per la costruzione della rete fognaria in due borgate arriva al cosiddetto “sacco di Palermo”: nel 1969 Vassallo risulta essere proprietario di ben 15 immobili dove erano collocati istituti scolastici, e nel contempo la Sicilia risultava essere l’ultima nella graduatoria per regioni delle opere ultimate, appaltate e in corso di appalto.
Egli riuscì a concludere la sua vita senza essere mai condannato e non gli furono mai nemmeno applicate misure di prevenzione, nonostante fossero ben documentate le linee di credito di cui egli godette, in special modo presso alcuni uomini politici.
La carriera di Vassallo fu un caso emblematico, e sicuramente gettò le fondamenta per un progressivo “miglioramento” della carriera di mafiosi-imprenditori molto più vicini a noi nel tempo, come ad esempio Gaetano Badalamenti e Rosario Spatola, i quali riuscirono a dare vita a veri e propri imperi industriali fra gli anni ’70 e gli ’80: ad esempio, la SIFAC S.p.A. (Siciliana Industria Frantumazione Asfalti Conglomerati), costituita nel 1972 e in mano ad affiliati del clan Badalamenti, aveva un capitale sociale iniziale di 35 milioni, ma nel 1978 esso viene elevato a 200 milioni. Stesso discorso si può fare per la Sicula calcestruzzi, costituita nel 1974, con un capitale iniziale di 15 milioni, elevato nel 1978 a 200 milioni, e molte altre. Questi vertiginosi aumenti di capitale furono possibili solamente grazie al florido traffico di droga: dalle raffinerie presenti nei pressi dell’aeroporto di Punta Raisi partivano quasi quotidianamente carichi di eroina destinazione Stati Uniti, i quali permettevano consistenti introiti di denaro che veniva appunto ripulito grazie ai sovracitati aumenti di capitale di imprese che, agli atti, avevano svolto attività molto limitate per giustificare simili somme. Percorso analogo è stato svolto da Rosario Spatola: da artefice di modeste opere nel 1969, valutate solamente poche decine di milioni, riuscì ad ottenere, nel 1978, la cessione di un appalto per la costruzione di alloggi popolari del valore di 10 miliardi e mezzo di lire.

E dopo questo breve excursus su origini e tecniche di appalto in terra di Trinacria possiamo ricongiungere le fila delle due vicende.È la fine degli anni ‘70: per la precisione il 10 dicembre 1979. Serafino Ferruzzi precipita con il suo aereo privato, in fase di atterraggio all’aeroporto di Forlì. È subito chiaro che il genero, Raoul Gardini, il suo delfino, è destinato a prendere il suo posto alla guida dell’azienda fondata dal suocero. E così accade: gli eredi gli assegnarono la delega operativa al controllo di quella che era diventata ormai una multinazionale di dimensioni planetarie.
La diversa condotta di Gardini rispetto a quella del compianto fondatore è subito chiara; tanto era riservato il suocero tanto è spregiudicato e desideroso di far parlare di sé il genero. Il colpo grosso, quello di una vita, gli riesce molto presto: tra il 1985 e il 1987, infatti, l’affarista riesce a mandare in porto l’acquisto del colosso chimico Montedison, completando un’operazione da 2.000 miliardi di lire, che porta la multinazionale industriale a registrare ricavi da 20.000 miliardi annui, con 52.000 dipendenti e oltre 200 stabilimenti in tutto il mondo.
La gran parte degli introiti proviene dallo storico settore agroalimentare, ma la porzione di affari allacciata al campo delle costruzioni è considerevole, e proprio la Sicilia rappresenta un tassello determinante per l’aumento dei profitti. Ed è proprio a questo punto, qui dove si intersecano gli scenari, che entrambi i protagonisti, l’industriale e Cosa Nostra, entrano in scena.
Gli anni ’80 rappresentano un punto di rottura molto profondo per il mondo della mafia siciliana: dopo il “golpe” all’interno della Cupola, i Corleonesi decidono di intraprendere un nuovo corso per quanto riguarda la gestione degli appalti pubblici e privati. È Salvatore Riina, il capo dei capi, che prende questa decisione, scegliendo di affidarsi ad una delle famiglie più fedeli all’interno della cosca, quella dei Buscemi-Bonura, titolari anch’essi di un’omonima Calcestruzzi S.p.A., solamente con la precisazione Palermo all’interno del nome. E furono proprio gli ambigui rapporti instauratisi fra la Calcestruzzi ravennate e quella palermitana a dare il via alle indagini che condanneranno esponenti di spicco all’interno del gruppo Ferruzzi.
Il 1982 si può considerare l’anno di partenza di questa pericolosa “joint venture”: proprio in quest’anno, infatti, la società ravennate, amministrata all’epoca da Lorenzo Panzavolta, acquista da Antonino Buscemi il 40% del capitale sociale della Cava Occhio, situata in provincia di Palermo.
Due anni dopo il capomafia titolare della Calcestruzzi Palermo S.p.A. viene colpito, insieme ad altri esponenti della sua famiglia, da un mandato di cattura legato alle indagini che daranno vita al tanto famoso maxiprocesso. A questo punto Panzavolta, uomo che si guadagnerà la stima e la fiducia di Buscemi, tanto da portare il capoclan a definirlo “un duro, meglio di un uomo d’onore”, non solo non recide i legami con l’accusato, ma addirittura si adopera in modo tale da salvare i beni del socio siciliano, proteggendo i suoi beni dal sequestro e dalla conseguente confisca in barba alla legge Rognoni-La Torre. O, detto con le parole dei giudici, “Che si sia trattato di una vendita simulata avente il solo scopo di evitare il sequestro e la conseguente confisca di alcuni terreni intestati alla Calcestruzzi Palermo S.p.A. è però, innanzitutto, desumibile da una relazione dell’amministratore giudiziario dei beni di Buscemi Antonino nell’ambito di procedimento di prevenzione a carico di quest’ultimo instaurato nei primi anni 90”.
Sempre nel 1984 venne portata avanti un’enorme speculazione edilizia che andava a colpire una delle zone più belle di Palermo, Pizzo Sella, una montagna che domina il mare di Mondello, per poi passare all’acquisizione di numerose cave di marmo e di ditte di materiali edili nella provincia di Massa Carrara nel 1986. Veniva così schermato il riciclaggio di denaro sporco grazie a società che nominalmente erano della Ferruzzi (quali, sempre secondo giudici e carabinieri, CISA S.p.A. ma soprattutto GAMBOGI S.p.A.), ma il cui capitale in pratica apparteneva per il 50% ai Buscemi e alcuni degli uomini del boss lavoravano al loro interno.
Questa operazione sarà quella che per prima verrà scoperta dagli inquirenti, ma solamente tre anni dopo verrà dato l’avvio alle indagini, motivando l’azione dicendo che “in alcuni casi la Calcestruzzi s.p.a. ha rilevato beni di notevole entità e valore da soggetti mafiosi che, molto spesso, sono riusciti, attraverso contratti societari, a mantenere la gestione, pur non figurando, dal punto di vista giuridico, quali unici proprietari, e ciò al fine di evitare l’applicazione delle specifiche disposizioni di legge vigenti nei confronti dei soggetti ritenuti appartenere ad organizzazioni di tipo mafioso”.
Fra coloro che invece avevano certezze anziché sospetti riguardo l’operato poco trasparente della multinazionale con sede a Ravenna bisogna ricordare Giovanni Falcone il quale, sempre nell’anno dell’acquisizione delle cave nella provincia toscana, in risposta alla notizia che Gardini aveva quotato le sue azioni sul mercato, dichiarò freddamente “La mafia è entrata in borsa”. Ma il resto del mondo affaristico non era d’accordo con il magistrato: nella Calcestruzzi vedevano tutti un esempio di rampante economia italiana, in grado di generare un capitale valutato 26 miliardi di lire, capace di aumentare del 20% il valore iniziale in un solo anno di attività.
L’approdo in borsa non è però sufficiente al “Corsaro”, il quale nel 1988, nella sua continua ricerca di successo economico, fa il passo più lungo della gamba. Era intenzionato a creare uno fra i più mastodontici colossi della chimica mondiale dalla joint-venture fra la sua Montedison e l’ENI, l’azienda di Stato. Secondo l’accordo, patrocinato dal Governo di allora guidato da Ciriaco De Mita, entrambe le imprese avrebbero dovuto far confluire nella nuova creatura, l’Enimont, le loro attività inerenti il settore chimico. Il 40% sarebbe stato partecipato dalla ex Montedison, una quota analoga sarebbe toccata all’ENI e il restante 20% sarebbe stato collocato in Borsa in modo da rimanere flottante sul mercato.
Le cose però si mettono subito male per Gardini: per ragioni contabili deve pagare un’esorbitante cifra in tasse all’Erario, pari all’incirca ad 800 miliardi di lire. Chiede pertanto insistentemente al Governo un intervento di defiscalizzazione, ma il decreto non viene mai convertito in legge nonostante venga ripresentato per altre due volte.
A questo punto -siamo nel 1989- all’imprenditore non rimane che una cosa da fare: rastrellare quanto più possibile delle azioni rimaste flottanti in Borsa per dare così la scalata al gruppo e potersi presentare alla fine di febbraio in posizione di maggioranza e chiedere un aumento del capitale di 1000 miliardi. Nell’operazione non è solo, ma viene aiutato da due fidati finanzieri: Gianni Ravasi e Jean Marc Vernes. Purtroppo loro sembrano i soli ad assecondare i piani di Gardini: nonostante egli sia arrivato a dichiarare “La chimica sono io”, il mondo politico ed economico italiano non era più favorevole all’accentramento della chimica italiana in mano ad un privato. Addirittura Gabriele Cagliari, presidente dell’ENI, oltre ad opporsi all’aumento di capitale chiede anche di comprare le azioni Enimont possedute da Gardini. In un primo momento il ministro delle partecipazioni statali Franco Piga sembra tendere una mano al “Corsaro”, disponendo che venga fissato un un prezzo per le quote Enimont e lasciandogli così la possibilità di comprare o vendere l’intero pacchetto. Ma la svolta negativa è già dietro l’angolo: Diego Cutrò, presidente vicario del Tribunale di Milano, firma un provvedimento su richiesta del’ ENI in base al quale tutti i titoli Enimont vengono “fermati” provvisoriamente -un provvedimento nemmeno previsto dal codice- e Vincenzo Palladino, acerrimo nemico di Gardini, viene nominato custode giudiziale. Per quanto accaduto entrambi verranno in seguito processati e condannati, colpevoli di aver accettato delle tangenti.
Ma nel frattempo anche le congiunture socioeconomiche estere si mettono contro Gardini: a causa della guerra del Golfo e della conseguente crisi petrolifera, Enimont perde circa 90 miliardi al mese, un indebitamento insopportabile per la Montedison, la quale si ritrova ben presto con un debito superiore ai 30.000 miliardi di lire. L’unica cosa da fare è quindi vendere all’ENI, la quale accetta la proposta di acquisto-vendita con però una maggiorazione sul prezzo di 600 miliardi.
La cifra è troppo grossa per passare inosservata: il sospetto di una maxitangente nascosta dà presto il via ad un’indagine, capeggiata dal pm Francesco Greco appartenente al pool milanese il quale, cercando di arrivare a capo dell’immenso impero off-shore di Gardini, scopre fondi neri per almeno 140 miliardi, creati grazie ad un’operazione immobiliare con il costruttore Domenico Bonifaci.
A questo punto la responsabilità non è più solamente del finanziere, ma assume particolare rilevanza nella creazione dei conti extracontabili anche la figura di Giuseppe Garofano, sostituto di Gardini alla guida della società insieme al cognato Carlo Sama. Questi conti sarebbero quindi serviti a “mantenere i patti” con i vertici dei vari partiti in merito all’affare Enimont: quasi 30 miliardi di maxitangente destinati a politici di primo piano, fra cui si possono ricordare Craxi, destinatario di 11 miliardi, Citaristi e Forlani, 8 miliardi a testa, Pomicino, 5,5 miliardi, Martelli e La Malfa 500 milioni ciascuno, Bossi 200 milioni e molti altri ancora fra i quali, probabilmente, anche Occhetto e D’Alema. Questo denaro, recuperato da Sergio Cusani, uomo di fiducia del finanziere ravennate, transitò addirittura per lo IOR, dovendo passare da titoli di credito statali -BOT e CCT- a denaro contante.
L’inchiesta si allargò a macchia d’olio su tutti gli affari di Gardini, prendendo anche direzioni sicuramente più temute. Era il 1991, e la stagione degli attentati aveva preso il via. Era necessario che lo Stato ritornasse al suo posto e che la smettesse di muovere pressanti azioni dei confronti dell’Organizzazione. Cosa Nostra si sarebbe fatta Stato, e nessuno avrebbe potuto fermarla.
I mesi a venire registrarono una serie di atti violenti verso ogni infrastruttura che identificasse lo Stato. Filiali delle poste, impianti dell’Enel, questure e stazioni dei carabinieri, fino ad alcune sedi territoriali della DC, furono oggetto di attentati e distruzioni. Le azioni vennero firmate a nome della Falange Armata, ed il fatto costituì una novità assoluta: mai prima d’ora gli uomini d’onore avevano rivendicato un atto criminoso. Nonostante la volontà di instaurare un clima di terrore generalizzato che scoraggiasse gli uomini delle istituzioni dal proseguire nelle loro indagini e il fallito attentato  dell’Addaura del 1989 alle spalle, Giovanni Falcone, definito da Riina il nemico numero uno, non si arrende, e porta avanti l’indagine aperta dai ROS nel 1989 proprio sul legame mafia-appalti. E fu forse proprio questo dossier investigativo, chiamato “Mafia e appalti in Sicilia”, a determinare la sua morte.
Un rapporto di quasi mille pagine, consegnato al capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno pochi giorni prima che il pm si trasferisse a Roma nel quale i carabinieri, mediante intercettazioni, accertamenti finanziari e pedinamenti, evidenziano la   posizione di Angelo Siino, colui che per tutti in seguito a queste rivelazioni diventerà “il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra” e quella del gruppo Ferruzzi. Il gigantesco fascicolo era corredato con nomi, date e cifre che descrivevano nel dettaglio il sistema delle tangenti con il quale, in Sicilia e nel resto del paese, si regolava l’assegnazione degli appalti pubblici.
A dare manforte a questo documento, scritto inizialmente senza alcun aiuto di pentito, arrivò successivamente la testimonianza di Leonardo Messina, pentito di quella  strage di Capaci che il 23 maggio 1992 aveva messo a tacere per sempre Giovanni Falcone, la moglie e la sua scorta. Il pentito confessò a Paolo Borsellino, il quale aveva raccolto il testimone dell’amico scomparso, che “Totò Riina i suoi soldi li tiene nella Calcestruzzi”, specificando subito dopo, a scanso di equivoci, “Intendo dire la Calcestruzzi S.p.A.”. Queste dichiarazioni portarono il pm a commentare il fatto con dichiarazioni molto pesanti: “Se ci sono tante persone che possono riciclare qualche miliardo di lire, quando bisogna investire centinaia di miliardi ci sono pochi disposti a farlo. Imprenditori importanti, di cui i mafiosi non si fidano ma non possono nemmeno fare a meno. È uno dei fronti su cui stiamo lavorando”. Il magistrato siciliano non ebbe il tempo di andare avanti: 19 giorni dopo, il 19 luglio 1992, fu spazzato via dall’autobomba di via d’Amelio.
Proprio per questi motivi Gardini non si sentiva al sicuro. I legami che lui e Panzavolta avevano tenuto con Cosa Nostra, se venuti allo scoperto, sarebbero stati troppo ignominiosi da sopportare. Ma al contempo lui rappresentava un problema, se possibile ancora più grande, per l’Organizzazione: se avesse deciso di parlare, le sue dichiarazioni avrebbero sicuramente dato una spinta fondamentale alle indagini.
Si arrivò così al luglio 1993: come già accennato prima, anche Giuseppe Garofano era stato coinvolto nelle indagini relative a Tangentopoli e il settimanale il Mondo era pronto a pubblicare un’inchiesta in cui esplicitava le dichiarazioni rese dal nuovo gestore della moribonda Montedison. Il quotidiano la Repubblica anticipa questo servizio e titola “Tangenti, Garofano accusa Gardini”.
È il mattino del 23 luglio 1993 e, secondo le versioni più accreditate da 17 anni a questa parte, Raoul Gardini si suicida per sfuggire agli interrogatori dei magistrati. Il suo corpo senza vita viene ritrovato dal maggiordomo, Franco Brunetti, il quale è anche l’ultimo a vederlo in vita e a parlargli, all’incirca verso le 7 del mattino, quando gli serve la colazione e gli porta i quotidiani. Dopo, il buio: verso le 8.30 uno dei suoi avvocati, Giovanni Maria Flick, prova a chiamarlo, ma non ottiene nessuna risposta.  Insospettito dal comportamento inusuale, il maggiordomo irrompe nella camera da letto e trova Gardini riverso sul letto, il volto ricoperto di sangue. L’uomo gli sembra ancora vivo e decide quindi di chiamare l’ambulanza mentre gli tampona le tempie. Purtroppo ogni fatica si rivela inutile, e il delfino di Serafino Ferruzzi, l’uomo che aveva sfidato tutto e tutti, spira poco dopo.Al suo fianco viene ritrovata una Walter Pkk 7.65, due bossoli esplosi e  un messaggio d’addio: i nomi dei figli e della moglie seguiti da un semplice “Grazie”.Proprio a causa dell’ambiguità della collocazione e della natura di questi elementi di prova la procura di Caltanissetta ha deciso di riaprire quelle indagini che per molti erano state chiuse troppo frettolosamente, classificando quella morte come un suicidio. Numerosissimi sono i dubbi che si affastellano in merito a questa morte eccellente: perché nessuno dei presenti udì le detonazioni se all’interno non c’era nessun rumore ostativo? Perché su due cartucce delle 18 inesplose c’erano frammenti di impronte non appartenenti a Gardini? Perché l’autopsia tardò di 36 ore e non fu fatto il sopralluogo?
Sicuramente non dovrebbero essere presenti dubbi di questo genere quando ci si trova di fronte ad un suicidio. E sicuramente non ci dovrebbero essere neppure dubbi in merito alla gestione di un’industria. Ma, dato che in questo caso esistono perplessità che spesso si sono trasformate in certezze in entrambi i campi, un nuovo filone di indagini era inevitabile, soprattutto se si considera la condanna di Lorenzo Panzavolta nel 2002, per lottizzazione abusiva in concorso con esponenti mafiosi.Oltretutto, i problemi con la mafia della Calcestruzzi S.p.A. non si sono conclusi con la vendita nel 1997 da parte della Compart, la società nata dal crollo della Ferruzzi, al gruppo Italcementi.
Infatti nel 2006 sono stati arrestati Salvatore Paterna, impiegato della Calcestruzzi spa, Giuseppe Ferraro, proprietario della cava “Billiemi” e Giuseppe Giovanni Laurino per associazione mafiosa e falso in bilancio. Insieme a loro è finito in cella anche Fausto Volante, dirigente per il sud Italia dell’azienda, con l’accusa di aver veicolato la cessione di una cava ad un prestanome.
Nel gennaio 2008 è stato invece il turno di Mario Colombini, amministratore delegato, finito in carcere per truffa, inadempimento di contratti di pubbliche forniture e intestazione fittizia di beni con l’oramai classica aggravante di avere agevolato l’attività della mafia. A fine febbraio viene meno l’aggravante di favoreggiamento mafioso, ma nonostante questo la Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta continuerà le sue indagini tirando in ballo addirittura Carlo Pesenti stesso, amministratore delegato di Italcementi, per concorso in riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, il tutto aggravato dall’aver favorito Cosa Nostra.
E solo nel maggio 2010 il compendio aziendale di Calcestruzzi S.p.A. è stato restituito ad Italcementi dopo due anni di amministrazione giudiziaria causati dall’accusa di avere assunto in Sicilia il monopolio nella fornitura di calcestruzzo, oltretutto non conforme alle norme tale da minare la stabilità delle opere nelle quali era stato utilizzato.
Il legame fra impresa edile e mafia, quindi, sembra resistere all’avvicendarsi di nomi più o meno illustri, più forte di ogni terremoto scandalistico o investigativo. L’unica cosa che noi possiamo fare, nell’attesa di una conclusione finalmente chiara delle indagini, è continuare a credere nei valori di rettitudine e giustizia che ci hanno lasciato tutti coloro che sono caduti nell’adempimento dei loro doveri: come diceva Giovanni Falcone, “che io sappia, c’è soltanto questo Stato, o più precisamente questa società di cui lo Stato è l’espressione”.


3 thoughts on “Storie da Ravenna: Gardini chi era costui?

  1. Apprezzo la volontà dell’autrice di voler far chiarezza su quei fatti, ma posso affermare più che tranquillamente che l’articolo è pieno di inesattezze e storpiature, oltre che intriso di superficialità. Purtroppo sono vicende molto complesse da analizzare, non è assolutamente possibile liquidarle con due righe scritte in tal maniera.

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