Arresto di PIETRO FALCONE a Ravenna

di Massimo MANZOLI

Il 7 giugno 2010, nell’ambito di un’operazione congiunta della Polizia di Stato di Caserta e della Legione Carabinieri Campania contro il “clan dei casalesi”, la Squadra Mobile di Ravenna ha collaborato nel rintracciare una persona e nell’esecuzione del relativo fermo. Si tratta di Pietro Falcone, 30 anni, originario di Aversa e figlio dell’ex capozona Ettore Falcone (ucciso nel 1990 a Parete, provincia di Caserta). E’ stato fermato in un’abitazione di Marina di Ravenna. All’interno dell’appartamento dove Falcone si trovava non sarebbero state rinvenute armi e al momento dell’arresto non avrebbe opposto resistenza alle forze dell’ordine. Restano ancora da chiarire i motivi per i quali il 30enne si trovava in zona: pare semplicemente per motivi di famiglia, in quanto la compagna era residente a Marina di Ravenna.

Sono stati effettuati in tutto 9 provvedimenti di fermo, emessi dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, nei confronti di altrettanti esponenti della famiglia “Schiavone”, capeggiata da Francesco “Sandokan” Schiavone, attualmente detenuto in regime di 41 bis, ritenuti responsabili di associazione di stampo camorristico, estorsione aggravata dal ricorso al metodo mafioso e, per alcuni di essi, di concorso in tentato omicidio, detenzione e porto di armi da fuoco.

Dal comunicato ufficiale della DDA di Napoli si legge: “I fermati appartengono al gruppo operante ed egemone nella città di Aversa e dintorni e sono tutti affiliati al clan Schiavone. Le indagini sono state condotte con intercettazioni telefoniche ed ambientali, nonchè attraverso dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, fra i quali alcuni intranei al clan Schiavone di Casal di Principe e si inseriscono nel solco delle attività seguite al triplice omicidio Buonanno-Papa-Minutolo (con l’arresto fra gli altri di Vargas Roberto e Laiso Salvatore) ed all’omicidio di Laiso Crescenzo, nonché alla recente cattura dei latitanti Vargas Pasquale e Panaro Nicola. Il gruppo mafioso oggetto di indagine operava nell’agro aversano attraverso la capillare imposizione delle estorsioni ad imprenditori e commercianti e non disdegnano di utilizzare costantemente l’intimidazione delle vittime attraverso attentati dinamitardi e gambizzazioni. Il gruppo era retto da FALCONE Pietro, DE BIASE Gaetano ed ORABONA Salvatore, i quali nell’anno 2008 entrarono in contrapposizione con SETOLA Giuseppe, tanto che l’Orabona fu vittima di un tentato omicidio. Un formidabile riscontro alle attività di intercettazione in corso ed alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia veniva acquisto in data 3 aprile 2009 con il sequestro a De Biase Gaetano di una contabilità completa del clan, con l’indicazione di numerosi imprenditori aversani sottoposti ad estorsione, e degli affiliati, liberi o detenuti, destinatari dello stipendio.”

Il motore del clan era quindi il pizzo. E se non pagavi, erano minacce e gambizzazioni. Il gruppo criminale, almeno secondo le indagini, era retto anche da Falcone, il quale si muoveva in contrapposizione con Giuseppe Setola, capo dell’ala stragista dei Casalesi. Quest’ultimo è quello che nel settembre 2008 a Castelvolturno diede l’ordine di sparare contro gli immigrati africani, lasciando sette cadaveri sull’asfalto. Non un nemico qualsiasi insomma, tanto che Falcone e un altro del clan (l’Orabona) erano finiti sotto il piombo di un ignoto kalashnikov, accusati di avere trattenuto parte degli incassi del pizzo imposto ad alcuni imprenditori e commercianti della zona e destinato a Setola. Era la notte del 12 dicembre di due anni fa e contro le abitazioni dei due erano stati scaricati centinaia di colpi di grosso calibro. Ma a farne le spese era stata una innocente signora di 47 anni, centrata alle gambe. (Di questo agguato restano le agghiaccianti intercettazioni della polizia eseguite con una microscopia inserita nella macchina del commando: http://youtu.be/kM-X8EcOoWs)

Molto più sicura allora Marina di Ravenna, centinaia di chilometri più a nord, dove quelli di Setola non sono mai arrivati. Ma quelli della polizia sì.


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