BISCHE 2.0 – Le nuove frontiere del gioco d’azzardo illegale in Romagna

di Massimo MANZOLI

Qualche mese fa abbiamo realizzato una piccola inchiesta sulle bische clandestine in Romagna (clicca qui per leggerlo) scoprendo che quella che per noi sembrava un’attività di poca rilevanza era in realtà una forma di economia sommersa presente sul territorio romagnolo da decenni. Da quella inchiesta sono nate alcune domande alle quali abbiamo cercato di rispondere e in questo secondo approfondimento proveremo a raccontare i motivi per i quali la malavita “investe” nel gioco d’azzardo e soprattutto proveremo a capire quali sono le nuove frontiere del gioco d’azzardo illegale in Italia e in Romagna, cioè quelle legate al gioco telematico o virtuale, alle “Sale Bingo”, alle slot-machines.

Perché il “gioco d’azzardo illegale” e perché in Romagna?
La malavita organizzata tende ad inserirsi nei territori ricchi in cui una fiorente economia permette il reinvestimento del denaro accumulato in maniera illegale. La Romagna si presta molto bene per due motivi: è una regione ricca legata al turismo e si trova molto vicino alla Repubblica di S.Marino, un piccolo paradiso fiscale in cui poter andare a depositare i guadagni ottenuti con le attività lecite o illecite. A dimostrazione di questo fatto sono le parole di pochi giorni fa di Paolo Giovagnoli (in foto), Paolo Giovagnoli, procuratore capo di Riminiprocuratore capo di Rimini. Ricordando una delle operazioni condotte nel 2007 in Romagna su un clan calabrese in espansione verso nord, che aveva le mani in pasta nel gioco d’azzardo (potete approfondire la vicenda nel nostro precedente articolo, cliccando qui), Giovagnoli afferma: “In quell’occasione ci fu il sequestro dei beni riconducibili a Masellis e trovammo anche un conto corrente da 1 milione di euro a San Marino. All’epoca il Tribunale di San Marino ci mise un po’ di tempo a rispondere”. E questo ritardo comportò il prosciugamento del conto corrente sequestrato.
Per quanto riguarda invece le motivazioni che spingono le organizzazioni mafiose a combattere per il controllo delle bische clandestine bisogna fare una piccola analisi sul giro d’affari che il gioco d’azzardo legale e illegale produce in (Amministrazione Autonoma Monopoli di Stato), a fronte di un volume d’affari, ovvero la “raccolta del gioco”, pari a circa 15.400.000.0002 euro, vi e` stato un gettito fiscale pari a 2.072.331.107 euro. Peraltro, l’effettiva “raccolta di gioco” sarebbe di molto superiore alla cifra sopra citata. Secondo stime della Guardia di Finanza, rese pubbliche sulla stampa in sostanziale accordo con testimonianze di vari operatori del settore (produttori, concessionari e gestori) la predetta raccolta di gioco ammonterebbe a 43,5 miliardi di euro. Tale stima deve essere inoltre correlata al fatto, anch’esso testimoniato da più parti che, a fronte di circa 200.000 apparecchi risultanti “ufficialmente attivati”, vi sarebbero almeno altrettanti apparecchi “illegali”. L’ultimo aggiornamento di questi dati mostra come in soli 4 anni la “raccolta del gioco” sia cresciuta a ritmi vertiginosi arrivando a 61,4 miliardi nel 2010, praticamente la terza industria italiana dopo ENI e Fiat. E la raccolta del primo trimestre di quest’anno (18 miliardi di euro) conferma un trend positivo (più 17 per cento), rispetto allo stesso periodo del 2010. L’anno potrebbe dunque chiudersi con il record di 80 miliardi.

Quindi da una parte abbiamo lo Stato che, in periodo di crisi e con una pressione fiscale sui cittadini già molto elevata, ricorre a metodi di tassazione indiretta, proponendo nuovi giochi, concorsi o lotterie e liberalizzando in maniera sfrenata l’apertura di sempre più diversificate case da gioco. Questo è quanto recita la Commissione parlamentare antimafia in una relazione portata all’attenzione dei Presidenti di Camera e Senato: “La diffusione estesa sul territorio delle più fantasiose forme di “tassazione indiretta” (derivanti dal cosiddetto gratta e vinci, dal lotto e sue varianti, dalle slot machines, dalle sale bingo, dal gioco via internet, dal videopoker) in verità alimentano la malattia del gioco invece di curarla. Nei periodi di crisi economica si denota ancor più tale fenomeno degenerativo in quanto, nell’impossibilità di un aumento della tassazione, si accentua il ricorso a incentivazioni della malattia del gioco, un meccanismo che, quanto più cresce, tanto più è destinato a favorire forme occulte di prelievo nelle tasche dei cittadini, mascherando tale prelievo con l’ammiccante definizione di gioco, divertimento e intrattenimento”.

Dall’altra parte invece abbiamo le organizzazioni criminali che sono attratte storicamente da un settore così ricco, difficile da controllare, e poco “pericoloso” rispetto ad altri settori come quello della droga, anche dal punto di vista giudiziario. Basti pensare che in Cina il reato collegato al gioco d’azzardo illegale porta alla reclusione da 3 a 10 anni, mentre l’articolo 718 del nostro codice penale prevede una pena irrisoria cioè l’arresto da tre mesi ad un anno: spiegheremo più avanti perché proprio il dato che riguarda la Cina è da tenere a mente.

Ed è in questo contesto sociale ed economico che “la criminalità non si è lasciata sfuggire l’occasione di insinuarsi anche in attività relativamente recenti, come la gestione delle Sale Bingo. Le scommesse clandestine e le Sale Bingo continuano a rappresentare settori di interesse per la criminalità organizzata, sia per quanto riguarda le infiltrazioni nelle società di gestione delle Sale Bingo, che si prestano costituzionalmente ad essere un facile veicolo di infiltrazioni malavitose e di riciclaggio, sia per quanto riguarda le società concessionarie della gestione della rete telematica, dove si e` assistito ad un duplice fenomeno, da un lato l’aggiudicazione a prezzi non economici di talune concessioni e, dall’altro, al proliferare dei punti di scommessa, i c.d. “corner”, alcuni dei quali chiaramente inseriti in una rete territoriale dominata dalla presenza di un circuito criminale (…) Queste nuove modalità di inserimento della criminalità organizzata nel gioco, si coniugano con le tradizionali forme di intervento, attraverso l’imposizione del noleggio di apparecchi di videogiochi, la gestione di bische clandestine e la pretesa di esigere le relative quote di utili, la presenza di un’organizzazione per scommesse illegali nel c.d. toto e lotto nero e clandestino.” (Commissione parlamentare antimafia)

La filiera del “gioco d’azzardo”
La filiera del gioco cosiddetto “legale” comprende attualmente l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (AAMS), i concessionari, i gestori e gli esercenti. L’Amministrazione fornisce ai concessionari il benestare dell’operatività. Alle dieci società concessionarie spetta la conduzione della rete telematica, con l’obbligo di assicurarne l’operatività. Sono queste società ad incaricare i gestori di installare gli apparecchi – attualmente 400 mila – poi affidati agli esercenti, nei locali pubblici dove gli utenti giocano.
"Il Baro" - CaravaggioLe concessionarie, come si è detto, hanno il delicato compito di esattori per conto dello Stato, in quanto oltre a incassare il proprio utile, incamerano anche il “Preu” (Prelievo Erariale Unico) che poi versano ai Monopoli.
Nell’interposizione dei gestori si pensa ci sia un problema di “abusivismo”, “truffa ai danni dello Stato”, “usura e riciclaggio”. Si ritiene, anche grazie alle informazioni (non secretate) fornite dalla Guardia di Finanza (Nucleo Speciale Tutela Entrate), che i gestori, i quali acquistano il parco macchine dai produttori e poi le noleggiano agli esercenti, siano frequentemente dediti al “taroccamento” (attraverso un sistema denominato dagli investigatori “schedino”) delle macchine stesse (onde evitarne la corretta responsistica ai Monopoli; ad oggi risulterebbe un danno erariale da mancato prelievo di circa 55 miliardi di euro.
Sulle concessioni stanno per riaprirsi i giochi, visto che i contratti scadono il 16 maggio 2011 e che i requisiti di partecipazione diventano via via più rigidi. C’è insomma chi rischia di non vedersi rinnovare la concessione. E qualcuno comincia a chiedersi come mai l’Aams abbia permesso che lo Stato italiano diventasse partner di gruppi così poco trasparenti e abbia agito, come scrive la Dna guidata dal procuratore Pietro Grasso, “con grande superficialità” e “senza un approfondito esame dei soggetti che avevano presentato domanda”. Visto il loro ruolo centrale vediamo quali sono attualmente le concessionarie:

  1. Lottomatica: al 60 per cento della De Agostini Spa controllata a sua volta dalla B&D di Marco Drago e C, holding della storica famiglia Boroli.
  2. Snai: ha avuto un azionariato più diffuso e dopo gli ultimi cambiamenti di asset è controllata da due fondi di private equity, (vale a dire fondi mobiliari chiusi che raccolgono capitali presso privati e investitori istituzionali, come banche, fondazioni, compagnie assicurative e fondi pensione, per investirli in imprese non quotate ad alto potenziale di crescita) che fanno capo uno alla famiglia Bonomi, l’altro a istituti bancari e assicurativi italiani.
  3. Cogetech: è di proprietà della Cogemat, Spa di proprietà al 71 per cento della OI Games 2 con sede a Lussemburgo.
  4. Gamenet: è al 42 per cento (quota di maggioranza) della Tcp Eurinvest, sede Lussemburgo.
  5. HBG: è al 99 per cento di proprietà della lussembrughese Karal: solo l’1 per cento è di proprietà di un italiano, Antonio Porsia (che è anche l’ad), imprenditore definito dalla stampa finanziaria il nuovo numero uno delle sale da gioco.
  6. Sisal: al 97 per cento della Sisal Holding finanziaria, Spa al 100 per cento della Gaming Invest, sede nel granducato lussemburghese.
  7. Codere: al 100 per cento del gruppo Codere Internacional.
  8. Cirsa: di Cirsa international Gaming Corporation.
  9. G. Matica: al 95 per cento della Telcos, una srl con 126 mila euro di utile che è controllata per il 52 per cento dalla Almaviva Technologies (altra srl della famiglia Tripi) e per il 37 per cento della Interfines Ag, sede legale Zurigo.
  10. Atlantis: oggi sostituita da B Plus Giocolegale limited, che ha la sede principale a Londra con 68 dipendenti e una “sede secondaria” a Roma.

Una recente puntata di Report ha gettato molte ombre su Lottomatica e Sisal, mentre i magistrati hanno già indagato sui collegamenti tra Atlantis e la ‘Ndrangheta. Infatti a rappresentarla in Italia, con la qualifica di “preposto” -vale a dire la figura che affianca il datore di lavoro, svolgendo un’opera di controllo e traducendo in azioni le sue decisioni- , figura il trentunenne catanese Alessandro La Monica. Prima di diventare parlamentare del Pdl in quota An, il rappresentante legale della Atlantis era Amedeo Laboccetta. A questa concessionaria la Direzione nazionale antimafia ha dedicato un intero capitolo. La Atlantis – si legge nell’ultimo rapporto della Direzione antimafia -con sede a Saint Martin, nelle Antille Olandesi-, è stata successivamente sostituita, in seguito a sollecitazione da parte dei Monopoli, dalla Società Atlantis Giocolegale con sede in Italia. “Gli amministratori – scrivono i magistrati antimafia – sono Francesco e Carmelo Maurizio Corallo, entrambi figli di Gaetano. La storia di quest’ultimo è abbastanza famosa essendo stato già condannato per vari reati ed essendo notoria la sua vicinanza a Nitto Santapaola. Si deve infatti rammentare che, come riferito da alcuni collaboratori, la famiglia Santapaola gestisce proprio nelle Antille Olandesi, e proprio a Saint Martin, un casinò presso il quale Gaetano Corallo fin dagli anni 80 svolgeva l’attività di procacciatore di clienti. Lo stesso aveva poi proseguito la sua collaborazione in altri casinò in varie zone dell’America, sempre riconducibili alla famiglia Santapaola”. Raccontano i giudici che i fratelli Corallo hanno smentito di avere rapporti di affari con il padre Gaetano, rivendicando la loro autonomia di imprenditori, e gli accertamenti espletati non hanno fatto emergere contatti sospetti, né con il padre, né con il direttore o altri funzionari dei Monopoli. “Proprio su questi aspetti – si legge ancora nella relazione – la Dda di Roma ha indagato Giorgio Tino (ex direttore dei Monopoli), nonché alcuni esponenti della famiglia mafiosa dei Corallo”. La Direzione distrettuale antimafia romana ha scritto infatti: “Si appurava che lo svolgimento della gara e l’individuazione dei concessionari erano avvenute sulla base di criteri assolutamente formali, attenendosi unicamente alle conformità degli assetti societari dichiarati. Un esame più attento faceva però emergere sospetti di concentrazione occulta tra alcuni concessionari (formalmente distinti, ma che mostravano collegamenti sia di persone fisiche sia di sedi)”.
A proposito dei rilievi della Dna alla Atlantis/Bplus, va registrata la replica dei Monopoli resa alla commissione Antimafia: “Atlantis sottoscrisse all’origine la concessione in qualità di mandataria di un raggruppamento temporaneo di imprese costituito anche da Plp. srl, Bit media srl e Consorzio Saparnet. Successivamente è subentrata a unico titolo nella gestione della concessione come Bplus. Abbiamo verificato i requisiti di tutti i soggetti per i quali risultassero posizioni di rappresentatività nell’ambito dell’azienda. La forma di controllo più importante è il certificato antimafia rivolte alle prefetture competenti”. Resta da capire quali controlli antimafia, e attraverso quali prefetture, siano stati fatti per accertare la trasparenza degli azionisti “protetti” presso la sede legale di Londra.

Nel corso dell’inchiesta dei magistrati è risultato – caso Atlantis a parte – che alcune delle società concessionarie “avevano sede principale all’estero e oltretutto in Paesi caratterizzati da un’opacità fiscale, ma soprattutto mostravano collegamenti con persone fisiche oggetto di procedimenti penali”.
Pur se gli elementi indiziari raccolti non sono stati ritenuti sufficienti a concretizzare l’esercizio dell’azione penale, l’attività di indagine ha fatto emergere come le concessioni, in un settore di altissima valenza economica e a grave rischio di infiltrazione mafiose, “furono affidate con grande superficialità, senza alcun approfondito esame dei soggetti che avevano presentato domanda. E che la complessiva gestione dei Monopoli fu a dir poco disattenta tanto da provocare l’elevazione di sanzioni da parte della Corte dei conti”.
Dalle indagini è emerso che per 2 anni e mezzo le concessionarie non avevano garantito il controllo di legalità, ovvero su 207 mila macchinette 136 mila non hanno trasmesso i dati ai Monopoli. La convenzione dice che per ogni ora che la macchinetta non dialoga con lo Stato, senza che sia stato comunicato un motivo, si applica una sanzione di 50 euro. Inoltre i concessionari avrebbero dovuto incassare il Preu (il prelievo erariale unico) e versarlo ai Monopoli: in questo caso è stato impossibile da quantificare con esattezza proprio per mancanza di dati e allora è stato calcolato a parte in via forfettaria. Sta di fatto che le 10 concessionarie complessivamente sono state sanzionate per 58 miliardi e mezzo; solo all’Atlantis (ora BPlus) di Corallo, che è il concessionario più grande, la Corte dei Conti chiede 23 miliardi e 847 milioni. Nel luglio 2007 in due giorni il Parlamento vara la legge Nannicini (PD) che inserisce il principio di ragionevolezza e proporzionalità per l’applicazione delle penali. E da 58 miliardi e passa si passa a 800 milioni. A fare i conti una commissione voluta dal Ministro dell’economia dove dentro c’è anche il ragioniere di stato Monorchio. Da una visura risulta che già dal 2006, Monorchio è nel CDA di Almaviva, la società che possiede Gmatica, una delle concessionarie multate. Poi è in Consap, dove siede a fianco di Ferrara, direttore dei Monopoli e, contemporaneamente, è nella Commissione che deve giudicare sull’entità della multa. Ma la corsa al ribasso non è finita. Il Consiglio di Stato, che nel 2004 aveva giudicato le sanzioni congrue a tutelare gli interessi del paese, nel 2010 cambia idea e abbassa ancora una volta il criterio per quantificare le sanzioni. Le concessionarie, a conti fatti, dovrebbero pagare all’erario una trentina di milioni.

Slot-machines
Tra le nuove forme del gioco d’azzardo un aspetto fondamentale lo giocano le slot-machines, liberalizzate nella finanziaria del 2003. Con questa «legalizzazione» si è riprodotto quell’effetto d’incorporamento del legale nell’illegale, così l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato ha sempre meno controllato e sempre più offerto opportunità (indesiderate e inintenzionali, manco a dirlo) ai trust dell’illegalità, sia sotto forme di lobbies corruttrici, sia sotto forma diretta di criminalità organizzata. L’introduzione delle slot-machine (250 mila istallazioni, prevista già con provvedimento legislativo del 2003) ha provocato un impatto capillare sul territorio economico con almeno sei drammatiche conseguenze:Slot Machines

  1. la formazione di un circuito di installatori e manutentori delle postazioni, occupato da società collegate o emanazioni della criminalità organizzata;
  2. l’attivazione di un sistema di pressioni corruttive correlato alla necessità di monopolizzare i mercati locali delle postazioni da gioco;
  3. la scarsa controllabilità dei flussi delle giocate, dato che l’interconnessione delle apparecchiature con la centrale dell’AAMS è del tutto teorica e, di contro, facilmente manipolabile. Si pensi che al momento della loro liberalizzazione nel 2004 le slots erano collegate ai Monopoli dello Stato tramite una linea ADSL, in maniera da tenere costantemente monitorato il funzionamento delle stesse. Il sistema però aveva più di una falla in quanto bastava sostituire una “macchinetta” legale con una non a norma per aggirare il controllo e gestire autonomamente le vincite. Successivamente si è assegnato ad ogni macchina un codice identificativo, peccato che bastasse clonare il codice ed assegnarlo ad una Slot “virtuale” collegata con i server dell’AAMS per eludere nuovamente i controlli dei Monopoli e immettere nel mercato le slots truccate. La conferma che questo metodo sia ormai utilizzatissimo arriva da un processo istituito a Venezia contro i gestori di 100.000 macchinette risultate truccate;
  4. la moltiplicazione dei punti caldi nel tessuto delle città, intesi come luoghi di concentrazione quotidiana di denaro contante che necessita di spostamento fisico, con conseguente esposizione al rischio di rapina;
  5. l’incentivazione ai micro mercati locali di prestito a usura per il finanziamento, oltre che delle elementari esigenze di volano per la continuità di partecipazione al gioco, anche di attività di gestione delle postazioni e delle sale;
  6. il generarsi di percorsi di particolare esposizione alla criminalità di strada da parte dei giocatori, in particolare di quanti raccolgono vincite di un rilievo apprezzabile.

Gioco d’azzardo e pubblicità
Durante l’intervento fatto in Commissione Antimafia il 13 gennaio 2009 il senatore Raffaele Lauro ha sottolineato: «La stampa quotidiana, in inserti specializzati o in articoli a tutta pagina, con un’assillante continuità, esalta, in maniera acritica, con toni trionfalistici e, a mio giudizio, irresponsabili, il grande business, in crescita esponenziale, del gioco d’azzardo, il cui giro d’affari sarebbe stato, nel 2008, pari a tre finanziarie dello Stato. Dei costi umani e sociali di questo grande business, nessuno discute. Dell’alimentazione finanziaria alla società criminale, nessuno si preoccupa».

E questo è ancora più evidente se si osservano i dati degli investimenti di alcune concessionarie in pubblicità estrapolati dalla puntata di Report dedicata a questi argomenti. La Sisal ha finanziato con ricchi pacchetti Lottomaticapubblicitari le reti del Presidente del Consiglio. Nel 2009 dà 10 milioni e 445.000 euro a Mediaset, e poco più di un milione alla Rai. Nel 2010 invece dà 7 milioni e 300 mila euro a Mediaset e solo 184 mila euro alla Rai, un divario sproporzionato rispetto ai limiti sul tetto pubblicitario che fa pensare ad una generosità forse dovuta al fatto che nella Sisal c’è il fondo Clessidra, amministrato da un ex manager della Fininvest, Claudio Sposito.
Anche Lottomatica è stata più sensibile nei confronti delle reti del Premier: nel 2009 ha versato circa 6 milioni e 400 mila euro a Mediaset e solo la metà alla Rai, mentre nel 2010 è riuscita a fare di più, dando 6 milioni e 700 mila euro alle reti di Berlusconi e poco più di 2 milioni alla Rai.
Sarà perché in Lottomatica, oltre alla famiglia Drago, c’è anche Mediobanca, nel cui CDA siedono Marina Berlusconi e Ennio Doris ed una quota è posseduta direttamente lui: Silvio Berlusconi.

Nuove bische cinesi
I cinesi sono i più grandi giocatori del mondo. In quasi tutti i bar cinesi esiste un retrobottega adibito a bisca più o meno legale. È la prima fonte di reddito della Triade, seguita dalla prostituzione, nonostante il codice penale cinese sia molto rigido contro chi conduce, come sottolineato in precedenza, o ha semplicemente aperto un locale di gioco: c’e’ la reclusione da 3 a 10 anni, rispetto all’arresto da tre mesi ad un anno previsto dall’articolo 718 del nostro codice penale. Dal confronto e’ facile capire come in Italia sia proliferato negli ultimissimi anni questo business gestito dai cinesi. Le bische clandestine spesso si trovano dentro anonimi appartamenti o nei retri di bar e negozi. Rispetto alle bische clandestine dei decenni precedenti, in questo caso spesso si tratta di numerosi tavoli da gioco, con tanto di croupier e sportello per il cambio delle fiches. Un vero e proprio casinò illegale che lavora quasi a ciclo continuo, incassando una mare di quattrini che l’organizzazione ricicla rilevando attività commerciali e nuovi appartamenti in Italia. In alternativa, i soldi sporchi vengono trasferiti direttamente in Cina.
A giugno 2010 la guardia di finanza compie un blitz in otto regioni italiane (Toscana, Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Sicilia), arrestando 24 persone, 18 cittadini cinesi e 7 italiani, con l’accusa di riciclaggio.
Anche la Romagna non è esente da questo fenomeno: nei pressi del centro storico di Forlì, la Squadra Mobile di Forlì ha sgominato un’organizzazione di cinesi che aveva trasformato una casa in una vera e propria bisca clandestina. Sono state denunciate otto persone, tutte cinesi: sette i frequentatori della bisca, per partecipazione a gioco d’azzardo, e uno l’affittuario dell’appartamento per esercizio di casa da gioco. Pare che il padrone di casa riscuotesse anche una percentuale sulle giocate.


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