L’impero (mafioso?) dei sensi

Continuiamo il nostro percorso di esame di quelle attività che risultano essere appetibili alle mafie autoctone o straniere a causa di vuoti normativi della legislazione italiana riguardanti la loro gestione. Dopo l’analisi sul gioco d’azzardo e quella sui negozi “Compro Oro”, questa volta è il turno di analizzare il fenomeno dei centri di massaggi estetici.

La diffusione sempre più capillare dei centri massaggi in Italia è un fenomeno ormai assodato, e il motivo di questa proliferante presenza è semplice: a livello nazionale non esistono norme precise che regolamentino la loro attività, e spesso ci si deve accontentare solamente di ordinanze e regolamenti comunali. Per diventare massaggiatore basterebbe frequentare un corso di formazione professionale rivolto agli operatori che desiderano svolgere la professione per aprire poi una Partita IVA presso l’Agenzia delle Entrate entro i primi 30 giorni dall’inizio dell’attività. È richiesta la compilazione del modulo apposito su cui è indicato il numero 96.09.09, in cui il codice di attività Ateco (il codice proprio di ciascuna ATtività ECOnomica, utile alle rilevazioni ISTAT) distinguerà il massaggio in base alla sua tipologia, tra quello per attività di massaggi (75), per la riflessologia (76), per la pranoterapia (77), per la naturopatia (78) e quello attinente ad altri trattamenti per il benessere fisico (79). Dal punto di vista legale, dato che non si sta aprendo né un centro estetico né uno studio medico, e dato che si tratta appunto di lavoratori autonomi, non è richiesta l’iscrizione alla Camera di Commercio né ad altri Registri pubblici: nonostante questo sarebbe meglio fare un preventivo colloquio con un commercialista specializzato per elaborare la Dichiarazione di Inizio Attività in cui sia espressa una eventuale opzione per i regimi fiscali agevolati.

Bisogna quindi prestare attenzione a rimanere nel campo del massaggio di “benessere” senza sconfinare in massaggi invece di tipo estetico, come possono essere quello linfodrenante, o quelli di tipo medico, come ad esempio la fisioterapia: in quei casi infatti è richiesta al praticante di tali massaggi una qualifica professionale ben diversa e meglio regolamentata.

Come possiamo ben vedere, la professione di massaggiatore olistico non è ben inquadrata dalla normativa italiana. Oltretutto, come rivelano gli ultimi rilevamenti Unioncamere, il settore del benessere risulta essere uno dei pochi in controtendenza rispetto alla crisi comune: confrontando il terzo trimestre del 2011 rispetto all’anno precedente si può scoprire che vi è stato un incremento di ben 1400 centri estetici e 500 parrucchieri in più. Unendo i due elementi, vale a dire l’assenza di legislazione adeguata e la maggiore attenzione per il proprio aspetto fisico in tempo di crisi dimostrata dagli Italiani, possiamo capire perché il settore si presti così bene ad infiltrazioni criminali.

A Brescia ci sono stati alcuni casi emblematici che, senza andare a scomodare le associazioni mafiose, ci fanno capire che spesso e volentieri quello del centro massaggi è un semplice paravento per nascondere fenomeni più o meno vasti di prostituzione. Nel dicembre scorso, nel corso dell’operazione “Wellness”, durante i controlli di una trentina di centri benessere, si è scoperto che all’interno di cinque di questi una ventina di donne, soprattutto bresciane -tra cui un’istruttrice di palestra e un paio di operaie- ma anche thailandesi, cubane, brasiliane, cinesi e cingalesi, offrivano massaggi hard. Al reato di sfruttamento della prostituzione a carico dei gestori dei centri si sono poi aggiunti quelli di natura fiscale, dato che risultano non dichiarati redditi per più di 1,5 milioni di euro.

Tenendo a mente queste cifre, riferite a soli 5 centri, prendiamo ad esempio la situazione dell’intera Lombardia per capire il potenziale guadagno di chi si dimostri interessato a sfruttare illegalmente queste attività: secondo un recente studio della Camera di Commercio Regionale, le imprese dedicate al benessere stanno crescendo in maniera esponenziale. Se la media di incremento nella regione nel 2010 di questo tipo di attività era stata del 15,4%, a Milano la percentuale aumentava, sino a raggiungere il 24,4%.

Parlando in special modo di centri massaggi, si scopre invece che tra gennaio e luglio 2010 in città sono stati aperti 97 nuovi centri. La maggior parte (77) sono gestiti da cittadini cinesi e impiegano ragazze cinesi. I centri massaggi nella capitale lombarda erano “appena 3 nel 1994, sono saliti a 49 nel 2003, per arrivare a 193 nel 2008, e crescere ancora a 271 (nel 2009) e a 368 totali nel 2010. Quelli gestiti da cinesi erano appena 8 nel 2007 e sono 166 oggi.” come riferisce Riccardo De Corato, ex vicesindaco di Milano.

Visto il gran numero di centri massaggi aperti da cittadini cinesi, la mafia cinese non ha esitato ad infiltrarsi nella loro gestione, determinata a sfruttare appieno le potenzialità illegali del settore e, quando non si hanno concrete prove di associazione mafiosa, si riscontrano comunque numerosi esempi di illegalità criminale. Ad esempio nel gennaio 2011, sempre a Milano, sono state arrestate tre immigrate cinesi di 53, 47 e 41 anni per sfruttamento della prostituzione: erano non solo le proprietarie di alcuni centri massaggi, ma anche maîtresse. La magistratura ha ordinato la chiusura di tre loro locali. «Le arrestate – spiegano gli investigatori che si sono occupati del caso – avevano un accordo fra di loro sia per i tariffari da applicare nei vari centri massaggi sia per la rotazione delle ragazze, che venivano fatte girare per offrire ai clienti sempre nuove massaggiatrici», alcune di queste addirittura minorenni. Stesse modalità a Modena, dove la Municipale e la Squadra Mobile,  assieme ai funzionari dell’ispettorato provinciale del lavoro questo mese hanno fatto chiudere due centri massaggi della città: ancora una volta l’accusa è di sfruttamento della prostituzione. 13 le ragazze di nazionalità cinese che svolgevano l’attività di “massaggiatrici” e 3210 euro sequestrati in quanto proventi dell’attività illecita.

Un documentato caso di mafia, invece, è stato riscontrato all’interno della nostra regione: forse ci troviamo solamente un passo indietro rispetto ad una proliferazione come quella in Lombardia, ma non siamo certo territorio immune. Il capoluogo emiliano è stato toccato da un’operazione della Guardia di Finanza di Firenze che ha dimostrato come, oltretutto, mafia cinese e criminalità italiana siano in grado di collaborare unitariamente quando si tratta di ricavare grandi guadagni.

Questa operazione, avvenuta nello stesso 2010, ha portato all’arresto di 17 cittadini cinesi e 7 italiani con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al riciclaggio di proventi illeciti derivanti dai reati di contraffazione, frode in commercio e vendita di prodotti industriali in violazione delle norme a tutela del ”Made in Italy”, evasione fiscale, favoreggiamento dell’ingresso e della permanenza nel territorio dello Stato di cittadini cinesi clandestini per il successivo sfruttamento nell’impiego al lavoro, sfruttamento della prostituzione e ricettazione.  Le indagini che hanno portato a questi arresti sono iniziate nel 2008, quando le Fiamme Gialle del Nucleo di Polizia Tributaria di Firenze hanno individuato un patto criminale fra una famiglia cinese -composta da Cai Jianhan, padre, 63 anni residente a Milano, e 2 figli, Cai Cheng Chun, 41 anni residente a Padova, e Cai Cheng Qui, 37 anni residente a Milano- e una famiglia italiana, composta dai due fratelli bolognesi Fabrizio Bolzonaro, 43 anni, residente a S. Lazzaro (BO), e Andrea Bolzonaro, 43 anni, residente a Pianoro (BO), nonché dal padre B. L., nato a Malalbergo (BO), 66 anni, e anch’esso residente a San Lazzaro (BO).

Fra tutte le attività criminose messe in atto dalle due famiglie a partire dal 2006, unite in una struttura verticistica dominata dalla famiglia Cai grazie ad intimidazioni sia psicologiche sia violente, si può riscontrare la tratta di manodopera clandestina proveniente dalla Cina: gli uomini sarebbero stati destinati prevalentemente a laboratori dove venivano costretti a vivere in regimi di quasi completa schiavitù, in ambienti insalubri e sporchi, mentre le donne, soprattutto quelle giovani, avrebbero trovato posto all’interno di moderne case chiuse camuffate appunto da centri massaggi orientali. Oltretutto, per chi non saldava il debito contratto con l’organizzazione al momento dell’ingresso in Italia, ammontante circa a 13.000 euro pro capite, erano previste vessazioni che culminavano con violenti pestaggi e minacce di morte.

Casi simili, fortunatamente di portata inferiore, sono avvenuti anche nella nostra provincia: nel novembre scorso un centro olistico di massaggi è stato chiuso a Ravenna dai carabinieri per esercizio abusivo dell’attività terapeutica. Il Centro Luce, situato nei pressi dell’ex Sir, era gestito da un’imprenditrice cinese di 36 anni, denunciata a piede libero, ed è stato sequestrato per evitare che al suo interno si continuassero a praticare massaggi: oltretutto non venivano rispettate le normative dal punto di vista sanitario.

E, quando i centri non chiudono per problemi di licenza, spesso chiudono perché al loro interno si svolgono attività di prostituzione, come ad esempio è accaduto nel gennaio di quest’anno a Riccione: l’operazione Gran Finale –che prendeva il nome proprio dal cosiddetto “happy ending” che concludeva quasi ogni massaggio- ha permesso l’arresto di una cinese di 39 anni, titolare del centro massaggi Sole Luna di Riccione, la quale costringeva una connazionale ad offrire prestazioni sessuali ai clienti.

Le modalità di sfruttamento non cambiano, indipendentemente dal numero di ragazze impiegate all’interno del negozio: non avendo uno stipendio fisso, a loro spetta solamente una percentuale del ricavato ottenuto tramite i massaggi “convenzionali”. Il pagamento dell’extra invece, l’happy ending o massaggio romantico come viene definito in gergo, rimane interamente nelle tasche della ragazza; una cifra che va dai 30 ai 50 euro che spesso non fa in tempo ad essere guadagnata per passare comunque nelle mani del o della titolare del centro in cui le massaggiatrici-squillo sono costrette a lavorare dato che, come abbiamo già accennato prima, la quasi totalità di loro sono giunte in Italia da clandestine contraendo un debito che può ammontare fino a 15mila euro.

E proprio per ripagare una cifra simile sono costrette ad esercitare la loro professione anche 15 ore al giorno, in cambio solamente di due pasti caldi giornalieri  e di un posto letto in brandina in un monolocale sovraffollato.

Tirando le somme, abbiamo visto come sia necessario vedere oltre il semplice nascere di un fenomeno per poter comprendere appieno la sua reale portata e le sue eventuali ricadute sul territorio. E ovviamente a questa attività va integrata una legislatura adeguata, dato che una semplice azione repressiva delle forze dell’ordine può sì contenere il fenomeno criminale ma non certo rimuoverne le radici: a questo proposito sì può citare la proposta di legge Fluvi, presentata il 25 febbraio 2010. In essa si può leggere che I centri benessere, censiti con vari nomi e classificati sotto diverse tipologie, sono attualmente 30.000 in tutta Italia, con un numero di clienti annuo pari a 40 milioni e con un giro di affari di circa 21 miliardi di euro. […] La rilevanza di questi numeri rende chiara l’importanza della riorganizzazione del settore, con una definizione dei ruoli e delle funzioni collegati alle attività svolte. L’attuale denominazione di centri benessere che si applica a qualsiasi attività di cura estetica del corpo riguarda un’eterogenea platea di imprese: dai centri estetici alle palestre, da quanti offrono trattamenti di medicina naturale ai poliambulatori che comprendono tra i propri servizi anche il trattamento estetico, dai centri fitness e wellness a quelli che propongono terapie eseguite con apparecchi elettromedicali, fino ai centri di abbronzatura. Tale variegato quadro imprenditoriale si è andato formando a seguito della crescita della domanda di benessere da parte dei consumatori. Nel contempo è tuttavia emerso un problema rilevante, conseguente all’assenza di una legislazione specifica per il settore, in un ambito assai delicato nel quale è necessario in primo luogo stabilire il confine tra cura medica e trattamento estetico, anche a seguito dei molti casi di cronaca relativi a danni irreversibili prodotti nei pazienti, fino al decesso, come conseguenza dell’imperizia e della mancanza di igiene di determinate strutture. Proprio per evitare la generalizzazione e per tutelare l’utente di tali servizi è necessario provvedere con una legislazione ad hoc”.

L’iter del ddl procede e speriamo in una sua futura approvazione: nonostante esso non parli di mafia ci auguriamo che i suoi effetti riescano a regolamentare questo settore, in cui la presenza mafiosa non è più solamente quantificabile come infiltrazione ma come una redditizia e solida realtà.

Silvia – Gruppo Dello Zuccherificio-


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