Il giornalismo d’inchiesta e la voglia di raccontare che nessuno può fermare

Il premio per il giornalismo d’inchiesta “Honoris Causa” è andato a Rino Giacalone. Questa la motivazione della giuria che lo ha scelto all’unanimità:

“A lungo corrispondente da Trapani per La Sicilia, è una delle penne più graffianti del giornalismo siciliano. Ha collaborato e collabora con il mensile di Libera “Narcomafie”, sul sito Libera Informazione. Preparato e inflessibile nel raccontare le vicende di mafia del trapanese.  Giornalista scomodo, talmente scomodo da essere allontanato dalla testata Siciliana per cui lavorava. Oggi è anche uno dei blogger del Fatto Quotidiano  e anche attrraverso quel giornale continua a raccontare la mafia Trapanese, la ricerca di Matteo Messina Denaro, gli affari tra mafia e politica corrotta di quel territorio. Perché nel Trapanese la mafia è come la corrente elettrica. Non si vede ma uccide”

E questo il testo di ringraziamento di Rino Giacalone alla consegna del premio:

In questo nostro Paese ci hanno abituato a parlare di mafie in presenza di anniversari. Ma non tutti gli anniversari sono importanti. Oggi per esempio, 27 maggio, siamo a 19 anni dalle bombe piazzate a Firenze dal latitante mafioso Matteo Messina Denaro quello che alcuni dicono che non è niente dentro la mafia, mentre quel tritolo racconta altro. e di queste stragi pero’ non si parla perché si dovrebbe parlare di Messina Denaro e forse non e’ cosa buona e giusta parlare del boss. Presto avremmo un anniversario da ricordare ma scommetto che non ci saranno celebrazioni. Tra qualche settimana saranno 30 anni dall’introduzione del reato di associazione mafiosa. Da trent’anni nel nostro Paese il reato di associazione mafiosa viene perseguito ma la mafia, le maffie esistono da molto tempo prima.

Vent’anni dopo le stragi e 19 dopo quelle del 1993 dobbiamo fare i conti con una informazione malata, che celebra l’antimafia da souvenir, che usa un campo di calcio per una trasmissione sul fenomeno mafioso, una televisione che nel resto dell’anno dimentica di fare il plastico delle scene degli attentati di mafia, che dimentica per esempio che il tritolo usato nel 1985 a Pizzolungo per uccidere il giudice Palermo, che si salverà grazie al sacrificio di una donna e dei suoi due genmellini, è lo stesso usato nell’attentato al treno 904, è lo stesso di quello che verrà usato all’Addaura contro Giovanni Falcone nel 1989, Falcone parlò di menti raffinate, come non parlare delle stesse menti raffinate per Carlo Palermo o ancora per l’oggi questore di Piacenza Rino Germanà che dopo avere indagato da capo della Mobile di Trapani sulle grandi banche della mafia si ritrovò retrocesso di fatto a commissario e riportato a Mazara dove i killer lo aspettavano per ucciderlo, fortunatamente non ci riuscirono.

Non serve oggi solo il giornalismo d’inchiesta, serve anche un giornalismo che abbia la voglia e il desiderio di raccontare gli accadimenti e che gli sia consentito potere raccontare, che induca a riflettere, tante verità sono scritte in atti giudiziari che non vengono raccontati o non vengono bene raccontati. Nelle periferie di questo paese la legge bavaglio esiste da decenni senza bisogno di essere approvata. Nelle periferie ci sono i cronisti che raccontano le mafie ma ci sono i cronisti che sono protagonisti di una mafia che gestisce l’informazione, e per farlo non hanno bisogno di essere punciuti. Basta non raccontare bene e il gioco è fatto.

Il prefetto Ulloa lo scrisse nel 1838, l’emergenza era costituita dalla mafia e dalla corruzione. Oggi l’emergenza non è cambiata. Mafia e corruzione sono ovunque. E’ vero non si spara più ma non si racconta a dovere, oggi ai giornalisti le intimidazioni arrivano in nome della legge, con le citazioni in sede civile promosse da uomini delle istituzioni quelli che ieri negavano l’esistenza della mafia e oggi ci dicono che la mafia è sconfitta e che preso l’ultimo dei latitanti, Matteo Messina Denaro, Cosa Nostra avrà smesso di esistere. Intanto puo’ capitare che chi dice che Messina Denaro deve esser presto e consegnato al carcere a vita si vede bruciare la casa o si è visto portare da mani anonime buste con proiettili direttamente sul tavolo da lavoro. Qui se si scrive che Messina Denaro è circondato da una “cricca” di insospettabili e se alcuni di questi vengono arrestati, immediatamente scorre un fiume di incredulita’. Se si scrive che Matteo Messina Denaro poteva essere preso ma non e’ stato preso invece di rimediare c’e’ chi corre per scoprire il suggeritore del giornalista e cio’ che si coglie nell’aria e’ che forse tra 20 anni potremmo avere un processo per la mancata cattura di Messina Denaro che da latitante assieme zompaste riuscì un giorno a partecipare ad una affollata processione religiosa affacciato dal balcone di una sacrestia. C’è chi prova a raccontare queste cose scrivendole sui giornali, c’è chi non ci prova affatto, c’è chi deve scrivere le cose a metà, e c’è chi è pronto a smentire quanto scritto dal collega o c’è chi il bavaglio se lo mette senza nemmeno bisogno che qualcuno glielo dica di fare, capisce l’andazzo e si adegua da solo. Ovviamente i più inaffidabili tra i giornalisti sono coloro i quali che carte giudiziarie alla mano raccontano, senza bavaglio, il lavoro di magistrati ed investigatori. Uno di quelli che parlava così ai telespettatori dei suoi tg era Mauro Rostagno , chi ha indagato sulla sua morte ha detto che era circondato dai lupi e i lupi lo hanno azzannato, oggi i lupi non azzannano come fecero con Rostagno ma ci sono lo stesso, restano in giro, difendendo chi nella politica non rispetta la distanza di sicurezza dalla mafia, tutelando chi fa il sindaco antimafia recitando una parte.

Non amo parlare in prima persona, ma oggi lo devo fare. L’estate scorsa ho lasciato per dimissioni volontarie il giornale (La Sicilia) dove ho lavorato per oltre 20 anni, di cui 11 da regolarmente assunto. E’ vero la mia attività è stata pressocchè libera, tra mugugni e lamenti ho scritto su Trapani e le mafie. Poi la decisione di fermarmi quando i giudizi sul mio conto sono cambiati: nessuno mi ha detto che non dovevo scrivere piu’ di mafia ma che il problema era la mia pervicace ricerca della verità, il giornalismo come impegno civico non trovava più accoglienza e ne ho preso atto e ne ho tratto le conseguenze presentando le dimissioni, per proteggere il giornalismo con la schiena dritta. Non ci sono vittime in questa storia, nel giornalismo le uniche vittime restano coloro i quali hanno perduto la vita per avere tenuto salda in mano la penna o chi allo stesso modo si visto messa la bomba sotto l’auto o chi quella bomba l’ha avuta promessa come è successo a tanti colleghi come Gianfranco D’Anna, Lirio Abbate e oggi Giovanni Tizian. La mia vicenda testimonia solo che raccontare non e’ sempre cosa facile e accettata, altro che giornalismo d’inchiesta, il problema resta quello del racconto, raccontare cio’ che ascolti in un’aula di Tribunale o che vedi di persona, l’inchiesta che si deve fare e’ semmai quella che serve a scoprire perche’ determinate notizie altri non le scrivono.

Oggi abbiamo un lavoro da continuare. Vent’anni dalla stragi in questi giorni ci dicono che quelle morti sono legati ad una trattativa, ci fanno vedere i volti di assassini sanguinari, quello che vorrei vedere io un giorno sono i volti di chi ha aiutato e aiuta questi sanguinari assassini e so di certo che questi sono i volti di chi ci ha governato o ci governa, persone distribuite nei tanti livelli istituzionali, Pizzolungo, Capaci, via D’Amelio non sono stragi per favorire la trattativa sono stragi concordate in quella trattativa che nel nostro Paese va avanti da anni, da troppi anni e produce effetti dalle periferie al centro del Paese. Questa è la pagina del giornalismo d’inchiesta che vorrei un giorno fosse scritta. Provarci e’ un obbligo. Caro Roberto si fa quel che si può, accada ciò che può. E’ al mio direttore di Libera Informazione Roberto Morrione che dedico il premio che ho appena ricevuto a Ravenna dal gruppo dello Zuccherificio e dalle mani di Mara Filippi Morrione, e lo dedico anche a chi come il dott. Giuseppe Linares a Trapani, ex capo della Squadra Mobile, oggi dirigente della divisione anticrimine, che rappresenta i trapanesi onesti e nonostante tutto ci dà speranza di potere presto vivere in una società migliore.

Rino Giacalone


2 thoughts on “Il giornalismo d’inchiesta e la voglia di raccontare che nessuno può fermare

  1. Ho visto tanti occhi lucidi tra il pubblico ieri sera, è stata una serata davvero emozionante! Grazie a Rino per le belle parole, agli altri vincitori e a tutta la giuria ed agli altri ospiti presenti alla tavola rotonda!

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