La “mafia del Bosforo”dietro alla tratta dei clandestini al porto di Ravenna

Il porto di Ravenna è un porto antico. Le prime flotte dell’impero romano si insediano già nel primo secolo a.c., ma il momento di massima attività e splendore sarà qualche secolo dopo in epoca bizantina come  ci raccontano i mosaici di S.Apollinare Nuovo. Seguirono secoli di declino fino al 1738 quando fu aperto il porto-canale Corsini. Ma il vero decollo del Porto di Ravenna come grande porto di rilevanza economica internazionale si ha nell’ultimo dopoguerra, in coincidenza con l’insediamento sulle sponde del porto canale di raffinerie e del petrolchimico legato alla scoperta di estesi giacimenti di metano nelle acque antistanti la città.

Attualmente i numerosi terminal del porto di Ravenna sono attrezzati per ricevere qualunque tipo di merce, è uno dei maggiori in Italia per quanto riguarda le rinfuse solide (materie prime per l’industria della ceramica, dei cereali, dei fertilizzanti e degli sfarinati) ma anche per legname e prodotti metallurgici. Il bacino di traffico principale è costituito dal Mediterraneo e dal Mar Nero.Rispetto a queste aree il porto di Ravenna è leader in Italia anche per i traffici in container. E propri quelle direttrici e quei container sono protagonisti di un traffico silenzioso che non sembra diminuire, vale a dire quello di esseri umani.

Quello della tratta di clandestini è un argomento che sembra lontano: nell’immaginario collettivo il problema è di Lampedusa, della Sicilia o al massimo della Puglia. Se si rileggono le notizie degli ultimi 5 anni ci si accorge, invece, che anche Ravenna, attraverso il suo porto, è territorio di sbarco di clandestini.

Nel luglio del 2007 sbarca a Ravenna la nave “Novigrad C” e all’interno della stiva vengono trovati 23 clandestini di origine turca con alimenti e acqua per affrontare il viaggio. La nave partita da Mariupol, importante porto dell’Ucraina sudorientale, sul mare D’Azov, con un carico di argilla destinato allo scalo ravennate, aveva fatto una sosta due giorni a Istanbul, dove probabilmente erano saliti a bordo i clandestini. A dare l’allarme è stato proprio il comandante della Novigrad C, una volta giunto al largo di Ravenna, che ha raccontato di essersi fermato nel mar di Marmara per imbarcare acqua. Qui sarebbero saliti i clandestini. Non si è mai ben chiarita la posizione del comandante, anche se non iscritto nel registro degli indagati: sembra strano potesse non sapere nulla di quelle presenze. Risulta invece chiaro che qualcuno sulla nave ha organizzato il viaggio tanto che sette marittimi, che probabilmente avevano consentito ai clandestini di salire a bordo, per evitare il rischio di conseguenze penali al rientro in Turchia, avevano minacciato di scendere dalla nave e rimanere in terra romagnola. Uno di questi riuscì a fuggire a bordo di un taxi e di lui si persero le tracce.

Solo un mese dopo, il 30 agosto 2007, la Squadra Mobile, in collaborazione con il personale della Polizia di Frontiera procede all’esecuzione del fermo di due cittadini turchi, entrambi imbarcati sulla motonave “Koymenler 1°”, battente bandiera turca.  Sui due uomini, Bakacak Nazmi, nato ad Andirin (Turchia) il 1/4/1989 e Zengin Zafer, nato a Carsamba (Turchia) il 21/3/1977 pende l’accusa di aver favorito, in concorso con altre persone operanti in Turchia e ancora non identificate, l’ingresso clandestino in territorio italiano di 8 cittadini di nazionalità turca, irachena e di etnia curda. I due fermati avrebbero imbarcato i clandestini a bordo della motonave Koymenler 1, ancorata in acque territoriali turche nei pressi di Istanbul, nella notte tra il 12 ed il 13 agosto scorsi, per trasportarli sino a Ravenna.

E la situazione si ripresenta simile nel maggio del 2010 quando in un rimorchio frigo scaricato dalla nave “Ropax”, in servizio per la Adriatica Lines, battente bandiera del Regno Unito e proveniente dalla Grecia con tratta Corinto-Bari-Ravenna, si scoprono 65 clandestini, tra i quali quattro bambini.

Quella stessa motonave sbarcata a Porto Corsini il 13 maggio 2010, di scali nel terminal romagnolo ne aveva fatti almeno altri cinque. Che, con elevata probabilità, di profughi ne ha fatti scendere altrettanti. Il calcolo è facile: circa 60 extracomunitari per ogni sbarco dell’imbarcazione. Un totale di 300 profughi arrivati nel ravennate, le cui tracce si sono disperse uscendo alla spicciolata dal rimorchio “speciale”. Queste sono le supposizioni  degli inquirenti una volta consultate le carte che hanno registrato quante volte la “Ropax” ha toccato la banchina di Porto Corsini, confrontando per giunta il peso esatto del carico trasportato. Stessa merce dichiarata, cioè arance, e stesso peso, ovvero un terzo di quanto il rimorchio frigo avrebbe potuto trasportare. Anche se non vi sono certezze, è lecito supporre che i restanti due terzi di spazio venissero utilizzati proprio per stipare gli stranieri che profumatamente avevano pagato i vertici dell’organizzazione criminale per riuscire a imbarcarsi.

I migranti erano riusciti a raggiungere il territorio dello stato italiano opportunamente celati all’interno del rimorchio frigo, che trasportava cartoni di arance, in uno spazio all’uopo appositamente creato, dotato anche di gabinetto chimico e collegato all’esterno da un’apertura praticata nella zona centrale del pavimento. Le indagini conseguenti allo sbarco sono proseguite con l’accompagnamento di tutti i clandestini presso la Questura, ove la squadra Mobile ha effettuato la consueta “intervista” circa il viaggio compiuto. Attraverso la conseguente attività investigativa e tecnica, in un primo tempo coordinata dalla Procura di Ravenna e poi passata alla DDA di Bologna per competenza, si sono scoperte due distinte e separate “rotte” usate per favorire l’immigrazione clandestina transnazionale: un primo canale attinente l’immigrazione illegale in Italia, dalla Turchia e dalla Grecia di persone provenienti dall’Afghanistan, dal Pakistan e dall’Iran, che per la maggior parte vengono poi fatte proseguire per altri Paesi del Nord Europa; un secondo canale invece faceva riferimento alle rotte via mare, provenienti dall’Egitto e dalla Libia.

Successivamente, a Bologna, tramite la Squadra Mobile si è sviluppata un’ulteriore attività che ha consentito di individuare diversi passeur, poi colpiti dai provvedimenti restrittivi. Dall’analisi delle conversazioni telefoniche e dal riscontro operato attraverso i servizi di osservazione svolti dagli investigatori è emerso come le attività dei passeur si svolgessero principalmente nel territorio della regione Emilia-Romagna, importante e fondamentale snodo viario e ferroviario, pur coinvolgendo altri ambiti territoriali. In particolare gli indagati si incaricavano di far transitare, dietro corrispettivo e con modalità protette ed assistite, i profughi organizzandone gli spostamenti mediante l’utilizzo di veicoli nella loro disponibilità nonché di instradare i medesimi mediante diversi mezzi di trasporto.

Complessivamente sono state denunciate 72 persone di diversa nazionalità per aver fatto parte assieme ad altri di un’associazione per delinquere finalizzata all’ingresso illegale in Italia di cittadini extracomunitari, in particolare di origine afghana, pakistana e iraniana, avvalendosi di un’organizzazione, con al vertice soggetti di origine turco-greca, che attraverso la ricezione di ingenti compensi gestiva il trasferimento, attraverso le rotte e i percorsi internazionali verso i Paesi del Nord Europa, dei migranti approdati clandestinamente in Italia.

Ma aver smantellato questa rete non basta a fermare gli arrivi e la storia continua a ripetersi. Questa volta nel gennaio 2012 la Squadra Mobile arresta due cittadini turchi per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’arrivo dei clandestini in Italia ed a Ravenna è caduto in una giornata particolare: quella dello sciopero dei trasportatori. La zona dove si sono incontrati era quella del Porto San Vitale, dove erano scesi da un autoarticolato. Nell’area vi erano diverse pattuglie della Polizia per l’iniziativa di protesta dei camionisti, oltre alla pattuglia rinforzata della Polizia di Frontiera che controllava l’ingresso del porto. Nel corso della serata è stata notata un’auto che ha fatto diversi passaggi. Insospettiti dall’andirivieni, i poliziotti hanno atteso un po’ prima di intervenire, fino a quando hanno verificato che sull’auto la presenza delle persone era aumentata. Messisi all’inseguimento, le pattuglie hanno deciso di intervenire e fare un controllo alla barriera autostradale.

Particolare la scena presentatasi agli agenti: in sette su di un’auto, di cui cinque nell’abitacolo. Gli ultimi due, con sorpresa dei poliziotti, sono usciti dal bagagliaio quando è stata fatta la perquisizione del mezzo. Ad ogni passeggero, hanno appurato le indagini della Mobile, l’ingresso in Italia era costato 5000 euro. I responsabili del traffico, Serdar Tekin di 35 anni e Ilhami Ozen di 37 anni, entrambi residenti a Modena e regolari in Italia (uno gestisce un negozio di kebab, l’altro lavora nell’edilizia), sono stati arrestati. Uno di loro era già stato arrestato altre due volte tra agosto e novembre 2011. I due sono in carcere e i cinque clandestini sono stati avviati all’espulsione.

Tutta questa serie di arrivi, dalle modalità molto simili, ci ha spesso fatto parlare di “mafia del Bosforo” dietro alla tratta dei clandestini nei porti dell’alto Adriatico. E la conferma arriva pochissimi giorni fa, con l’operazione Okan che ha portato all’arresto in flagranza di reato di 16 passeur  turchi, sloveni, croati e kosovari, alla denuncia di altre cinque persone e al sequestro di otto autoveicoli che servivano per il trasporto dei clandestini.

L’attività investigativa si è conclusa con l’esecuzione delle misure e le perquisizioni (queste articolatesi nelle province di Reggio Emilia, Modena e Ravenna) disposte dalla Dda nei confronti dei componenti della “cellula italiana” dell’organizzazione, cioè i due cittadini turchi residenti a Modena arrestati a Ravenna nel gennaio 2012: al 36enne Ilhami Ozen è stata notificata in prigione a Ravenna la nuova custodia cautelare in carcere disposta nei suoi confronti, mentre al 35enne Serdar Tekin è stata notificata l’applicazione degli arresti domiciliari. L’abitazione di quest’ultimo è stata inoltre perquisita: gli agenti vi hanno trovato materiale utile alle indagini. Ozen era stato arrestato due volte in flagranza di reato nel 2011: una volta a Trieste e una a Tarvisio. Altri tre cittadini turchi, ritenuti al vertice dell’organizzazione criminale, sono ricercati e fondamentale è la collaborazione con le altre forze di polizia di Slovenia, Croazia, Austria e del contingente Eulex operante in Kosovo: oltre agli arresti effettuati a Trieste (più di una decina gli episodi), vari sono stati quelli conclusi infatti fra Slovenia, Croazia e Kosovo.

I clandestini si affidavano a questa organizzazione, che garantiva il “viaggio” a fronte del pagamento di una cifra attorno ai sei-settemila euro a persona: chi veniva trasferito in auto, chi in pullman, altri su treno o pure in aereo e per via marittima verso i porti di Ravenna e di Trieste. Ancora una volta va sottolineato come dietro allo sbarco ci fosse un sodalizio criminale estremamente ramificato che lungo tutta la rotta migratoria, ha sempre potuto contare su basi logistiche, mezzi e uomini capaci e fidati.

Raccogliendo le notizie degli sbarchi nella sola Ravenna ci si accorge come la criminalità organizzata internazionale sfrutti la condizione di persone, donne uomini e spesso bambini, che scappano dai loro Paesi di origine, dalla fame e dalla guerra, per ricavare facili guadagni. E la cosa ancora più allarmante è che queste organizzazioni non controllano solo il viaggio della  disperazione ma anche l’arrivo e la “sistemazione” di queste persone attraverso una fitta rete di contatti che parte anche da Ravenna per andare ad arrivare nei Paesi di destinazione del nord Europa.

Massimo – Gruppo Dello Zuccherificio –


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