Nicola Femia: una storia di narcotraffico e videoslot

Dopo la scoperta, il 18 settembre, di un bar di Lido Adriano che nascondeva, in una sala interna adibita a magazzino, una minibisca clandestina composta da 4 videopoker “fantasma (ovvero senza il collegamento che permetta il controllo delle giocate da parte delle autorità e della finanza) perfettamente funzionanti, torniamo a parlare di un problema ancora vivo nei nostri territori, cioè il collegamento tra gioco d’azzardo e criminalità organizzata.

 

E lo facciamo raccontando la storia di un personaggio che in Romagna abitava e dai nostri territori gestiva una rete societaria con centro nevralgico nel Ravennate, ma che si estendeva fino a Roma e Milano, attraversando Modena, Cavezzo e raggiungendo Bologna. Questa persona è Nicola Femia, detto dai suoi compari  “Rocco” oppure “u Curtu”.

La prima volta che sentiamo parlare di Nicola Femia è nel dicembre 2009, quando a 48 anni viene arrestato a S.Agata Sul Santerno per associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Femia, però, aveva conosciuto arresto e carcere fin dall’ottobre del 2002. Evidentemente la lezione non gli era servita, dato che i carabinieri lo hanno tratto in arresto per essere stato uno delle figure centrali di un giro di centinaia di chili di eroina, cocaina e marijuana. Dalle poche pagine di cronaca locale che si occupano  del caso apprendiamo che dopo il processo celebrato a Catanzaro, in cui è stato chiamato a rispondere di narcotraffico ed altre frivolezze ancora, Nicola Femia dovrà scontare 30 anni di cella. Ma tutto questo cosa c’entra con il gioco d’azzardo?

Presto detto: Nicola Femia, qui in Romagna, era titolare di una costellazione di società che noleggiano VideoSlot. E proprio su questo settore poneva l’attenzione la DIA già nel 2003: “Il comune di Santa Maria del Cedro vede il predominio della cosca Femia, vicina ai clan camorristici campani, secondo quanto emerso dall’operazione Anje. La compagine criminale gestisce, fra le altre tradizionali attività dilettose, il mercato dei videopoker… Geranio Graziella, moglie del capo Nicola Femia, ha retto le fila dell’organizzazione criminale nel periodo di detenzione del marito. I due sono stati colpiti da un provvedimento restrittivo nell’ambito della citata operazione”.

Oltre alla preoccupazione della DIA sempre nei primi anni 2000 Nicola Femia viene inserito nell’indagine Anje, che riguardava enormi quantitativi di droga spinti lungo l’asse calabro-pugliese.  Per gli inquirenti esisteva un business gestito da narcos albanesi che avrebbero provveduto al costante rifornimento dei “fratelli” calabresi con cocaina eroina e marijuana. Traffici che sarebbero stati preceduti da contrattazioni telefoniche “criptate”. Da un capo all’altro della cornetta i compari avrebbero trattato l’acquisto di “slot machines” e “pecore”. Macchinette ed ovini inesistenti, secondo l’accusa. L’espediente sarebbe servito per celare l’enorme smercio di sostanze stupefacenti.  L’organizzazione di albanesi avrebbe avuto una guida unica e una gestione verticale per riuscire a rifornire diversi mercati calabri. Ogni area avrebbe avuto un referente che si sarebbe occupato di organizzare una rete locale di spaccio. In particolare nel crotonese il riferimento sarebbe stato Francesco Mellino (poi condannato all’ergastolo per l’omicidio di mafia di Gabriele Guerra avvenuto proprio in Romagna) con l’aiuto di Ariania, Cardamone, Pupa, mentre dell’approvvigionamento nell’area del Tirreno cosentino si sarebbe occupato proprio Nicola Femia.

Nonostante fosse un personaggio conosciuto agli inquirenti Femia è riuscito a mettere in piedi un impero basato sul gioco d’azzardo, correndo sempre sul filo tra la legalità e l’illegalità. Quando non intestate direttamente a lui, le società facevano capo ai figli.

Tutte le sue attività sono venute allo scoperto nel novembre 2011 quando la procura di Milano ha arrestato Giulio Lampada, secondo gli investigatori il braccio imprenditoriale al nord del clan Valle-Lampada. Anche lui calabrese, ma residente in Lombardia, Lampada aveva mantenuto contatti solidi nella sua terra d’origine anche con professionisti e uomini di Stato allo scopo di ottenere la concessione dei Monopoli, così da poter investire in sale Bingo. In un’intercettazione uscita durante le indagini il sistema pare chiaro: “Al 99% va a conclusione perché c’è Franco (Morelli, il politico ndr) di mezzo… tutto il nord Italia… nel pacchetto c’è Milano, Venezia, la Liguria e Bologna,  fino a Bologna ci pigliamo appalti… fanno 50 richieste al mese… la sala giochi porta una media di soldi di 6/7 mila euro al mese. Stiamo parlando di slot.”

Ed è in questa fase dell’affare che Giulio Lampada chiede l’aiuto dell’amico imprenditore “romagnolo”, Nicola Femia,  per l’installazione delle slot: “170 macchine complete sarebbe a dire 2500 euro più Iva senza mettere i modelli né niente… alla cortese attenzione di Milano Games (una delle società del Lampada)”. Nicola Femia effettuerà l’operazione saldando questo ordine con la ditta di Massa Lombarda “Las Vegas Games”, intestata alla figlia.

E i collegamenti con il clan Valle-Lampada sono raccontati anche da Enzo Ciconte nell’ultimo report sulle mafie in Emilia-Romagna: “Alle porte delle elezioni del 2008 Lampada è in contatto con il politico reggiano dell’UDC Tarcisio Zobbi. Giulio Lampada ha una strategia precisa, aiutare Zobbi alle elezioni per permettere a un caro amico medico di entrare in politica. Una delle telefonate tra Zobbi e Lampada, pubblicata da tutti i giornali, termina con la promessa del boss milanese di coinvolgere un grosso imprenditore calabrese attivo in Emilia per convogliare voti verso il politico. Da alcuni atti ecco spuntare un particolare: Giulio Lampada subito dopo aver chiuso con Zobbi, a distanza di un’ora, telefona a “Rocco” Femia. Gli chiede un favore: di convogliare il maggior numero di voti dall’Emilia Romagna per il candidato “nostro carissimo amico”. E di organizzare una grande cena in Emilia-Romagna, interessando tutti i territori, con numerosi invitati.”

Dagli atti su Giulio Lampada si scopre quindi, con chiarezza, che i potenti ‘ndranghetisti di Milano si sono affidati alle società di Femia per noleggiare macchinette mangia-soldi. E ancora una volta risulta evidente il legame tra Milano e la Romagna nel settore del gioco d’azzardo, legame iniziato fin dai tempi di Epaminonda come raccontammo nell’articolo  “Gestione delle Bische in Romagna dagli anni ’80 ad oggi”. Dalle bische degli anni ‘80, l’imprenditoria mafiosa del gioco ha creato circoli ricreativi, accoglienti, autorizzati dallo Stato, legali a tutti gli effetti. Con qualche trucco però le organizzazioni mafiose riescono a truffare lo stesso Stato che gli ha concesso l’autorizzazione per operare con le slot. Come avvenuto anche a Lido Adriano pochi giorni fa.

La storia, però, non termina qui, perché come spesso accade, i soldi guadagnati vanno investiti in qualche modo ed ecco che il nome di Nicola Femia compare, in un’inchiesta del giornalista Roberto Galullo, ricollegato alle vicende di S.Marino. Infatti la vigilanza di Bankitalia ha fatto recentemente scattare l’ispezione su due società fiduciarie: la SOFIR di Bologna e la compagnia fiduciaria di Genova, che hanno scudato centinaia di milioni, soprattutto da S.Marino. Fra i clienti sui quali la SOFIR ha chiuso un occhio (o anche due!) c’è pure Nicola Femia, che aveva aperto il mandato fiduciario 2008-108 per “coprire” le quote della società Tecnoslot, un enorme volume d’affari nei videogame.

Quello che per i giornali locali era solo uno spacciatore, un calabrese arrestato per questioni di droga, si è dimostrato essere uno dei personaggi più importanti legati al gioco d’azzardo, con una rete di aziende capaci di collegare Calabria, Emilia-Romagna, Lombardia, fino a S.Marino dove pare venissero effettuate operazioni. Ma quello che è il dato più allarmante è che da parecchi anni sia le autorità giudiziarie sia la DIA avevano sollevato dubbi su Nicola Femia ma, nonostante questo, lui è  riuscito a creare indisturbato il suo piccolo impero economico operando nell’illegalità.


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