Un fatto umano – storia del pool antimafia

La prima volta che vidi Un fatto umano in libreria era il giorno precedente una delle mie prime lezioni di antimafia ai ragazzi delle scuole superiori. Anzi, non le chiamerei nemmeno lezioni: erano solo lunghe chiacchierate con ragazzi che avevano giusto qualche anno meno di me.

Mi bastò prendere il volume fra le mani per rimanerne profondamente colpita: la scelta stilistica di raffigurare i protagonisti della storia come animali, unita al tratto sporco che delineava al meglio la cupa atmosfera di quegli anni, me ne avevano fatto innamorare. Ricordo che passai buona parte della notte a leggere freneticamente prendendo appunti, cercando di immagazzinare quanti più nomi e date possibili senza perdere il filo dell’intreccio della storia d’Italia che si andava dipanando davanti ai miei occhi. Ma ricordo ancora meglio il groppo alla gola che mi opprimeva, l’immotivata speranza che i protagonisti di questa favola buia -Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Salvatore Borsellino e troppi altri- si salvassero si scontrava contro la cruda realtà dei fatti.

La mattina dopo raccontare dell’esperienza antimafia culminata con il maxiprocesso mi risultò incredibilmente facile: ad accompagnare le mie parole c’erano le immagini ideate dal team di Un fatto umano, in un bianco e nero così vivido da risultare quasi abbagliante. Qualche tempo dopo ho avuto la fortuna di conoscere dal vivo i tre autori del volume, i quali si sono rivelati estremamente gentili e disponibili e, insieme a due disegni fatti sul momento, hanno deciso di regalarmi anche un’intervista. Vi lascio quindi alle loro parole per meglio capire la loro storia.

-Innanzitutto chiedo a ciascuno di voi due parole di presentazione:
chi siete e come vi siete conosciuti?

MANFREDI: Ho messo un piede nella porta del mondo dell’editoria poco dopo essermi laureato. Ho iniziato a collaborare con una casa editrice di varia, a Roma, e in contemporanea tentavo di muovere i primi passi anche nel mondo del fumetto, con dei lavori che avevano una distribuzione molto limitata. E così per qualche tempo ho continuato a scrivere qualche storia breve anche se le occasioni per farsi le ossa come sceneggiatore nel mondo dei fumetti non erano molte e forse non lo sono tutt’ora. Ma questa attività «parallela» mi ha portato a incontrare Alessandro e Fabrizio con cui ho subito instaurato un ottimo rapporto sia professionale, sia di amicizia che dura ormai quasi da una decina di anni.

FABRIZIO: Salve a tutti, sono Fabrizio Longo (genovese, classe ’78), disegnatore di fumetti. Come la quasi totalità di persone che fanno questo mestiere, la mia passione per il disegno e i fumetti risale alla mia infanzia; visti tali presupposti, non ho potuto che spingermi in questa direzione iscrivendomi alla Scuola Chiavarese del Fumetto nel ’99, ove in seguito conobbi Alessandro. Dopo quasi cinque anni alla scuola decidemmo di proseguire per la nostra strada fondando il Mon Ame Studio; Manfredi mi venne presentato da una mia amica illustratrice, e dopo un breve lavoro assieme, si unì allo studio. Nel corso degli anni, fra progetti proposti da noi e storie brevi pubblicate su Antologici, siamo arrivati a concepire “ Un Fatto Umano”.

ALESSANDRO: Ciao sono Alessandro Parodi, fumettista. Disegno da quando ho il pollice opponibile ed è quindi forse per questo che nel 2001 ho deciso di iscrivermi alla Scuola Chiavarese del Fumetto. Qui ho conosciuto Fabrizio (mio insegnante all’epoca) con cui ho poi deciso di aprire il Mon Âme studio. Poco dopo è subentrato anche Manfredi, con cui Fabrizio aveva già lavorato, e abbiamo cominciato a produrre qualche storia breve e qualche progetto da proporre agli editori.

-Come mai avete deciso di raccontare proprio questa storia e proprio
con queste modalità? Di chi è stata l’idea?

MANFREDI: Abbiamo ragionato a lungo sulla possibilità di realizzare progetto che si discostasse dai prodotti che caratterizzavano il mercato dei fumetti dell’epoca. In un paio di anni una, dopo aver scartato miriade di idee, abbiamo capito che volevamo realizzare una storia di ampio respiro e che fosse ambientata in Italia. Di lì a poco l’attenzione è caduta sulle figure di Falcone e Borsellino e ci siamo resi conto che era una storia ancora inesplorata dal fumetto italiano e, allo stesso tempo, ci siamo convinti che era un soggetto ideale da trattare con questo mezzo. E così ci siamo messi in marcia.

-Che difficoltà avete incontrato durante la realizzazione? Chi invece
è stato fondamentale nel vostro percorso per l’aiuto che vi ha dato?

MANFREDI: Personalmente ho vissuto questa esperienza come una continua difficoltà. Ogni decisione è stata difficile o comunque laboriosa. Il lavoro di studio sulle fonti, la ricerca iconografica, il processo per trovare di uno stile di disegno e di scrittura che rendesse questa storia, particolarmente lunga e intricata, con centinaia di personaggi, il più comprensibile possibile senza perdere però il ritmo e la tensione narrativa. Le persone che a vario titolo mi sono state di aiuto durante i sette anni di lavorazione sono davvero tante e spero di non averne dimenticata nessuna nelle due pagine di ringraziamenti in fondo al volume.

FABRIZIO: In generale direi riuscire a ricostruire l’ambientazione reale ( impossibile lavorarvi senza le foto fatte da Manfredi in loco) anche cronologicamente, e scegliere, per rappresentare i personaggi, animali che ne rispecchiassero il carattere lasciandoli riconoscibili, senza dare giudizi morali.Vi è stato un altro aspetto indubbiamente necessario: l’interpretazione, anche se imparziale, poiché il disegnatore deve sentire le sensazioni che la storia esprime, per poi trasmetterle disegnando;  per me è stata fondamentale l’immedesimazione nei personaggi, con il carico emozionale che comportava .Forse può apparire scontato provocare una reazione mostrando la morte di una persona, ma trasmettere la tensione vera, palpabile, di quella persona negli avvenimenti precedenti alla sua morte, senza influenzare moralmente il lettore, non è immediato. Il dolore che traspare dalla storia si percepiva nelle foto e filmati d’epoca, questo creava empatia anche per via della consapevolezza del destino dei personaggi ( che vivevano la loro potenziale uccisione come una incognita pressante). Non sia ha mai la certezza di riuscire a trasmettere tutto questo, per fortuna il responso è stato positivo. Ci sono voluti 3 anni per realizzare il libro, (7 in tutto tra scrittura e progettazione), è stato impossibile dedicarsi ad altro… ammetto che senza una famiglia alle spalle non si sarebbe riusciti a vivere portando avanti questo lavoro, così come senza il supporto morale di amici che credano in te. Colgo l’occasione riferendomi ai ringraziamenti presenti alla fine del libro, diretti a grafici, letteristi, e aiuto-disegnatori amici che ci hanno aiutato nella fase finale di lavoro, persone fondamentali a cui siamo grati, ma non riusciamo a menzionare sempre.

ALESSANDRO: La difficoltà più grossa per me è stata nella ricerca di un equilibrio. Il processo di lavoro è stato molto lungo e mantenere un equilibrio stilistico ha richiesto enorme fatica. Ma anche dal punto di vista emotivo l’equilibrio è stato fondamentale: disegnare certe immagini col giusto distacco, perché quel distacco può servire al lettore per leggere meglio e senza pregiudizi una situazione controversa, è stato molto difficile. Certe cose le leggi e ti fanno venire voglia di urlare. Ma se sono davvero così terribili forse rendi un servigio migliore se ti fidi del lettore e le sussurri, spogliandole di ogni giudizio e lasciando che ognuno si crei il suo piccolo urlo privato. Devo dire sempre grazie ai miei genitori che supportano un bamboccione che “fa i disegnini” e tutte le persone che hanno tollerato le mie assenze e i miei sbalzi d’umore durante la lavorazione di questo libro, soprattutto Emanuela (santa subito!).

-In quale personaggio vi siete maggiormente identificati e a quale vi
siete più affezionati?

MANFREDI: Non penso di essermi identificato in nessun personaggio in particolare. Ho cercato di conoscerli tutti al meglio delle mie capacità mantenendo però la giusta distanza. E allo stesso tempo, dopo aver passato tanto tempo immerso in questo mare di lavoro, credo di essermi affezionato a tutti coloro che ho chiamato in causa anche se in questo senso, chiaramente, mi riferisco ai personaggi che ho messo in scena e non alle persone a cui ciascuno di essi fa riferimento.

FABRIZIO: In riferimento all’immedesimarsi di cui sopra, mi è difficile avere una preferenza; forse avendo dovuto osservare e studiare movenze, atteggiamenti, modi di parlare, gesticolare e sorridere, in particolare per i personaggi che compaiono di più, sono inevitabilmente molto affezionato a Falcone e Borsellino, so che può sembrare una scelta ovvia e gratuita, ma non lo è.
Posso affermare inoltre di essere rimasto colpito dal carisma di Ninni Cassarà, poliziotto dalla personalità articolata, sia uomo d’azione che “guerriero della scrivania”, un carattere forte ma anche un padre con aspetti di vulnerabilità nella preoccupazione per la propria famiglia. Il suo destino è tragico quanto quello di altri protagonisti, ma avviene sotto gli occhi della moglie, che teneva la figlia più piccola in braccio.

ALESSANDRO: Decisamente Antonino Caponnetto. Un personaggio complessissimo: fragile nell’aspetto ma risoluto nel carattere e poi di nuovo fragilissimo, quasi disarmantemente, dopo via D’Amelio. Estremamente paterno, protettivo e umano.

-Pensate che con la vostra opera si riesca a fare antimafia?

MANFREDI: Direi di sì, assolutamente, anche se non era nelle nostre intenzioni iniziali. Non ci siamo detti «ora scriviamo un libro di impegno civile, un’opera antimafia». A livello di scrittura ho tentato di tenermi quanto più a largo possibile dalle secche della retorica antimafia e spero che questo emerga dalla lettura. Ma si tratta pur sempre di un libro ed entro certi limiti ci si può fare quello che si desidera. Inoltre si tratta di un fumetto, un prodotto di per sé ibrido e in questo piuttosto duttile: lo si può leggere come un romanzo o consultare come un saggio di storia. Quindi, volendo lo si può utilizzare anche per «fare» antimafia per quanto sia un tema estremamente delicato, facile alle strumentalizzazioni, quanto importante. Ritengo però sia interessante affrontare un tema «importante» con uno strumento che molti in Italia percepiscono ancora come infantile o di mero intrattenimento.

FABRIZIO: Dopo essermi immerso nella storia del Pool, la parola “antimafia” applicata come funzione del mio libro mi suona molto più grossa di me e va aldilà di quello che, nei nostri limiti di autori di fumetti, possiamo fare. Diciamo che la finalità del libro, che credo raggiunta visti i responsi e questo mi rende lieto, è diffondere questa storia il più possibile (noi stessi all’epoca delle stragi avevamo 14 anni e quando iniziammo il progetto non sapevamo nulla in merito, avevamo una “ coscienza” sul tema ancora superficiale).
Soprattutto vorrei mantenere l’attenzione su questo argomento, perché l’impressione che il nostro paese trasmette sulla memoria di questa storia è che si debbano aspettare nuovi fatti, ricorrenze, anniversari o riapertura di processi per parlare davvero di mafia, e per sottolineare che in alcuni frangenti ancora deve emergere la verità sul sangue versato.

ALESSANDRO:  Non lo so. E’ un paese strano questo. Sembriamo ricordarci delle cose soltanto quando c’è una ricorrenza che ci costringe a farlo. Non ho la presunzione di pensare che il mio libro possa cambiare qualcosa. Mi basterebbe arrivare a qualcuno che non ha nemmeno un fumetto in libreria e sentirlo dire “ora so qualcosa che prima non sapevo”. Sarebbe già molto.

-Qual è stato l’insegnamento più prezioso che avete imparato durante
questo percorso? Cosa avete imparato e potete condividere con noi?

MANFREDI: Conoscendo quali sono alcune dinamiche alla base della criminalità organizzata, quali le caratteristiche di questo fenomeno, si riesce a storicizzarlo e quindi ad avere finalmente una prospettiva, uno sguardo che abbraccia il passato e permette anche di intravedere il possibile futuro. Tutto questo permette di togliere alle mafie un’aura di invincibile eternità che sembra permeare alcune zone della cultura di questo paese. Come diceva appunto Falcone «la mafia è un fatto umano» e dunque non è una sorta di maledizione a cui siamo condannati, un gene impazzito localizzato nel dna di questo paese e impossibile da curare.

FABRIZIO: “L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza”. Falcone la pensava così sulla paura, ma anche Borsellino, che spiegò il concetto con altre parole; poiché entrambi hanno dato la vita per arrivare fino in fondo al loro dovere, combattendo anche con le loro paure, per me uno dei messaggi più evidenti è una grande “lezione di coraggio”.
Una lezione che ho recepito e sulla quale dovrò però lavorare sodo, per riuscire a metterla in pratica, il coraggio è necessario in ogni aspetto della vita.

ALESSANDRO: Ho imparato che la parola sacrificio ha un significato diverso da quello che siamo soliti pronunciare ogni giorno. Quella stessa parola che ho usato distrattamente per riferirmi a cose molto piccole è in realtà un macigno per quelle persone che hanno perso tutto dopo averla pronunciata.

Silvia -Gruppo Dello Zuccherificio –


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