Nasce la prima comunità per il recupero della dipendenza da gioco d’azzardo

Per non morire di gioco d'azzardo - Martina RotellaE’ nata la prima struttura residenziale in Italia aperta 24 ore su 24, per 365 giorni all’anno, completamente gratuita, dedicata al recupero dei giocatori d’azzardo patologici. Si trova a pochi passi da Reggio Emilia, in mezzo al verde, ed è gestita dagli operatori della onlus Centro sociale Papa Giovanni XXIII, che da oltre 13 anni cerca di dare una mano a chi soffre di ludopatia.  Abbiamo intervistato Matteo Iori, presidente della “Papa Giovanni XXII” e presidente CONAGGA (Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d’Azzardo) di Reggio Emilia, per capire il funzionamento di questa struttura.

Il progetto “Pluto” è partito nel 2011 come progetto pilota di riabilitazione residenziale per giocatori patologici, oggi è stato convenzionato per un anno, come è stato possibile? Con quali enti siete convenzionati? A carico di chi sono le spese del trattamento?

Il progetto “Pluto” a Reggio Emilia non è il primo progetto del genere in Italia, sperimentazioni di questo genere ce ne sono state altre come il progetto “Lucignolo” finanziato dalla Regione Piemonte e il progetto “Ortos” finanziato dalla Regione Toscana. La nostra struttura però, per la prima volta in Italia, è aperta 365 giorni all’anno. Inoltre attraverso tre forme di finanziamento il nsotro servizio è totalmente gratuito per gli utenti.

I progetti precedenti erano di breve durata e capitava spesso che la struttura fosse chiusa alcuni mesi e le persone, quindi, non potevano accedervi tutto l’anno. Quindi non era una vera e propria comunità sempre aperta. Il nuovo progetto nasce proprio con questo scopo: una comunità aperta 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno, per accogliere persone inviate dai servizi pubblici.

Gli ospiti provenienti dalla nostra regione non pagano una retta perché i costi sono coperti in parte dai servizi pubblici regionali, in quanto la regione Emilia-Romagna ha stanziato un finanziamento di 50.000 euro per questa struttura con il quale copre il costo diretto che dovrebbe coprire il Sert .

Per quanto riguarda gli ospiti che arrivano da altre regioni è prevista una retta terapeutica di 71 euro al giorno che, in questo caso, è a carico del Sert[1] esattamente  come avviene per i tossicodipendenti. Attualmente con queste forme di finanziamento si rende sostenibile la struttura solo per un numero molto esiguo di giocatori. Al massimo si possono ospitare 6 utenti.

La questione economica è molto complessa perché la struttura necessita di operatori qualificati, di una loro presenza costante, ma non essendo ancora riconosciuta la dipendenza da gioco d’azzardo non è possibile strutturare delle comunità per un numero maggiore di ospiti perché non sarebbero accreditate.

Col decreto Balduzzi[2]  era iniziata la procedura per l’inserimento del gioco nei L.E.A.[3]  La legge prevedeva che l’inserimento sarebbe avvenuto dopo aver sentito il parere delle commissioni ministeriali e della conferenza Stato-Regione, ma entrambe hanno dato parere negativo  perché non sono mai stati stanziati i fondi promessi.

I Sert non possono occuparsi di questa forma dipendenza se non viene riconosciuta nei L.E.A., sarebbe a tutti gli effetti illegale. In Emilia Romagna si è provato a risolvere il problema  decidendo che i Sert possono aprire interventi ambulatoriali per i giocatori ma non li possono mandare nelle comunità. Attenendosi rigorosamente alla legislazione attuale nazionale, fintanto che il gioco d’azzardo non verrà riconosciuto come dipendenza, i Sert non se ne dovrebbero nemmeno occupare. Il nuovo progetto a Reggio Emilia si inserisce come novità in questo contesto perché è un progetto specifico considerato straordinario e sperimentale.

Ti occupi di giocatori patologici da tanti anni, perchè pensi sia importante un intervento residenziale per il recupero e il trattamento dei giocatori?

La maggior parte dei giocatori patologici ha bisogno di un intervento non residenziale, in modo da poter tornare a casa, poter mantenere rapporti con la famiglia, mantenere il lavoro, continuare la propria vita. Serve però dare loro delle indicazioni rispetto al loro problema di dipendenza attraverso colloqui e con la creazione di gruppi di confronto settimanali riescono comunque a fare un buon percorso.

Altri giocatori, invece, hanno proprio bisogno di avere uno stacco da quelle che sono le proprie abitudini e le proposte di gioco che ci sono in giro, da quelle opportunità che per loro sono una tentazione molto forte. Un intervento residenziale ti permette di dare uno stacco forte, una specie di full-immersion che poi diventa determinante anche per seguire successivamente un percorso di gruppo.

In cosa consiste il vostro programma (durata, interventi, professionisti coinvolti) e in cosa si differenzia da quelli per tossicodipendenti?

Dura da due settimane a tre mesi,è variabile a seconda di quelle che  sono le caratteristiche dei giocatori, le sue caratteristiche personali, sociali, familiari, lavorative, le sue risorse, le sue competenze. L’equipe è formata da psicologi ed educatori. Le attività sono ben diverse da quelle che noi facciamo per i tossicodipendenti. Si punta soprattutto sull’utilizzo di gruppi psicoeducativi che sono specifici per la dipendenza legata al gioco d’azzardo, si fanno interventi legati alla formazione-informazione, che va dai pensieri erronei, alle dinamiche di gioco, fino al sovra indebitamento. Ci sono poi interventi individuali, sotto forma di colloqui individuali e anche momenti più ludici che sono importanti per recuperare un equilibrio sano con il gioco che diventa non più il gioco d’azzardo ma il gioco in sé, quindi senza denaro in palio.

Nel trattamento c’è il coinvolgimento dei familiari?

Anche questo aspetto è legato a dinamiche personali. Alcuni ospiti faranno dei percorsi di inserimento semplicemente vedendo i familiari, per altriutenti  invece il contatto con la famiglia avrà un ruolo essenziale per realizzare incontri di recupero. Noi diamo una mano alle famiglie quando c’è il giocatore consapevole che vuole interrompere la diepndenza. Quando i giocatori e le famiglie non hanno già questa consapevolezza noi ci fermiamo a dare un po’ di consulenze telefoniche basandoci su due aspetti: come cercare di motivare il familiare a smettere, e come tutelare il proprio patrimonio. In passato avevamo un consulente dell’associazione nazionale antiusura, ora facciamo noi anche questo tipo di consulenze.

Da poco è stata approvata in Regione Emilia-Romagna la legge Pagani[4] , trovi che sia esauriente e che abbia considerato il problema in maniera efficace? Ci sono altri punti che si potrebbero sviluppare o aree sulle quali intervenire?

A mio avviso sembra una legge fatta bene perché è una delle poche leggi in circolazione che ha lavorato sui quattro pilastri delle dipendenze: la prevenzione, la cura, la riduzione dei danni e la repressione. Le leggi spesso si fermano solo su una di queste.

Mi sembra una legge ragionata in modo complessivo nonostante i limiti di quello che può fare una legge regionale. La difficoltà sta nello scrivere una legge che regga ad eventuali ricorsi al TAR, quindi una legge regionale  può essere un ottimo passo in avanti ma non può fare tanto. Ad esempio inizialmente volevano inserire altri aspetti come la distanza dai luoghi sensibili o limiti alle pubblicità, ma sono stati tolti perché non avrebbero retto a quelle che sono le leggi nazionali ed europee su questo tema.

Pensi che lo Stato, che ha il monopolio sul gioco d’azzardo, si stia assumendo adeguatamente la responsabilità dei rischi che questo comportamento ha sulle persone? A tuo parere il manifesto dei sindaci che si uniscono per avere maggiore autonomia sia una buona strategia per regolamentare, tutelare e contrastare le conseguenze negative del gioco d’azzardo?

Lo Stato non sta assolutamente prendendosi la responsabilità di quello che sta accadendo. Le scelte che ha fatto sul gioco d’azzardo sono sempre state volte a incentivare il gioco d’azzardo legale attraverso alcune leggi che hanno consentito la nascita di nuovi giochi come videoslot e giochi online. Lo Stato non ha fatto praticamente nulla per disincentivare il gioco e nemmeno per tutelare le fasce più deboli della popolazione. Il fatto che non sia ancora terminato il percorso per inserire il gioco d’azzardo nei L.E.A la dice tutta. Lo Stato ha enormi lacune su questo settore.

L’unione dei sindaci è un’ottima strategia per fare aumentare la sensibilità degli amministratori e dei cittadini sui territori. Può essere uno strumento utile per sensibilizzare sulla tematica del gioco d’azzardo facendo capire che non è un settore che porta dei soldi, ma un settore sempre in perdita per le istituzioni pubbliche se si contanto gli aspetti sociali Il manifesto è molto utile perche solleva il problema e sottolinea una necessità di intervento. E più persone sono sensibili al problema più sarà possibile cambiare qualcosa.

 

Chiara Pracucci, Massimo Manzoli (Gruppo Dello Zuccherificio)


[1]   Servizi per le Tossicodipendenze

[3] Livelli Essenziali di Assistenza


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