Torino, l’esperienza studentesca della Mensa Liberata.

ribaltiamo-il-tavolo-mensa-liberata-torino-novembre-2013-11Venerdì 8 novembre, mattina presto: le strade del centro di Torino sono deserte e buie, la collina al di là del Po neanche si vede, immersa com’è nella foschia.  In Via Principe Amedeo, alle spalle di Piazza Vittorio, un centinaio di ragazzi si muove con circospezione nei paraggi del numero 48, sede della mensa universitaria chiusa ormai dalla scorsa estate. Si tratta dei collettivi studenteschi Studenti Indipendenti e Alter Polis, appartenenti rispettivamente a Università e Politecnico. Nell’arco di pochi secondi, favoriti dall’oscurità delle sei del mattino, gli studenti riescono ad entrare nella struttura e ad occuparla. Dopo un week-end di lavori, lunedì 11 la mensa riapre al pubblico e serve il suo primo pranzo.

Prima della sua chiusura, la mensa di Via Principe Amedeo veniva gestita per conto di Edisu, ente regionale dei diritti allo studio, da un’azienda esterna vincitrice di un appalto. Da qualche tempo però le cose non giravano più nel verso giusto: aumento del costo dei pasti e conseguente diminuzione della clientela. Un circolo vizioso da cui è difficile uscire se non si abbandonano certe logiche di profitto. Una mensa universitaria dovrebbe avere come scopo primario quello di dar da mangiare ai propri studenti, non di guadagnare a loro spese. Non era di questo avviso Umberto Trabucco, presidente Edisu, che ha deciso di chiudere i battenti della struttura nel momento in cui la struttura non era più fonte di guadagno.

Gli occupanti, che hanno battezzato la loro iniziativa “Ribaltiamo il tavolo”, a partire da lunedì mattina si organizzano in turni: c’è chi serve, chi cucina, chi pulisce e chi fa la spesa. Inoltre, per cercare di andare più in là rispetto al concetto di semplice mensa, viene allestito un calendario di conferenze ed esibizioni musicali. Si cerca l’aggregazione, l’obiettivo ultimo è quello di creare uno spazio che sia altoforno di idee, pensieri, proposte. Che possa essere uno spazio comune a tutti gli universitari, utile per fare nuove conoscenze o anche solo per studiare qualche ora tra il pranzo e la cena. I prezzi popolari (un pasto che consta di primo, acqua, frutta e abbondante contorno varia dai due ai tre euro) decretano il successo immediato della mensa, sui social network impazza l’hashtag #mensaliberata e diverse personalità legate alla politica cittadina vengono a far visita agli studenti. Non è mancato nemmeno il magnifico rettore dell’Università di Torino, Gianmaria Ajani, che ha affermato la bontà dell’azione studentesca, ringraziando i collettivi per il servizio reso ai loro compagni di studi.

La liberazione della mensa da parte degli studenti, nel frattempo denunciati alle autorità da Trabucco, secondo i collettivi è sinonimo di riappropriazione di spazi vitali e di servizi che tornano a essere accessibili a tutti. Il messaggio dell’occupazione tuttavia non si esaurisce qui. Il Piemonte dell’amministrazione Cota infatti è tristemente noto per i continui tagli all’istruzione, basti pensare che nel 2009 il finanziamento era di 26 milioni di euro, nel 2013 non arriva a 11 milioni. Il welfare studentesco è a pezzi e si ha la sensazione che si vada peggiorando di anno in anno. In uno scenario simile la Mensa Liberata costituisce una preziosa piazzaforte da cui scandire un grido d’allarme amplificato dall’attenzione della stampa e recepito dall’opinione pubblica, fino ad oggi solidale con la sorridente baraonda di Via Principe Amedeo.

È ancora presto per dire che il vento stia cambiando, le rimostranze degli studenti è raro che vengano ascoltate dai piani alti e la mensa di Via Principe Amedeo può essere sgomberata ogni giorno dalle forze dell’ordine. La situazione dei diritti allo studio, a Torino così come in tutta Italia, rimane molto critica, peggiorata da governi che, a detta della moltitudine studentesca, sembrano sempre più sordi e disinteressati a un argomento di fondamentale importanza. Allo stato attuale delle cose, nessuno può ancora sapere dove e a chi arriveranno le istanze di “Ribaltiamo il tavolo”. Per il momento l’unica certezza sono i momenti di collettività, i dibattiti in attesa che venga servita la cena, i pasti consumati insieme, l’impagabile sensazione di poter cambiare in meglio lo status quo. Certamente non è tanto, ma almeno è un punto da cui ripartire. Ancora una volta.

Matteo Fontanone per il Gruppo Dello Zuccherificio


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