Luciano Bruno e Librino. Un racconto che non si ferma.

Luciano BrunoLo scorso 10 gennaio Luciano Bruno, collaboratore de “I Siciliani” e “Il fatto quotidiano”, è stato circondato, minacciato e aggredito da sei uomini. Gli hanno rotto un dente e hanno fatto i nomi dei suoi familiari. “Dopo quest’episodio ho ricevuto molti messaggi di solidarietà, e per questo non mi sento solo. Non smetteremo di fare antimafia. Come sosteneva Giuseppe Fava, essere “mafiosi” è anche un atteggiamento, è  il silenzio, è l’accondiscendenza stupida e indifferente”. E noi continueremo con Luciano.

Luciano, parlaci di Librino, il tuo quartiere, e del perché questa zona versa in una situazione di degrado così profonda.

L’amministrazione comunale di Catania – e i potenti dell’epoca – decisero che a sud ovest della città, negli anni 70, dovesse nascere una “città satellite”. Il progetto venne affidato all’architetto giapponese Kenzo Tange, il quale pianificò Librino come una città perfettamente collegata a Catania, con tutti i servizi necessari. Il progetto di Tange non era fatto solo di palazzi. Secondo lui la costruzione del posto doveva avvenire per nuclei : una volta reso autosufficiente uno di questi  in tutto e per tutto, sia riguardo ai servizi sia per la vivibilità, sarebbero seguiti altri nuclei. La legge 167 del 18 aprile 1962 ha stanziato invece, in una soluzione unica, parecchi miliardi per la costruzione di Librino. I politici corrotti e incompetenti hanno dato gli appalti a costruttori che hanno speculato sulla realizzazione del progetto, facendo il percorso inverso rispetto a quello indicato dall’architetto.
Questa è la ragione per cui attualmente Librino è ancora incompiuta.
La parte sud ovest di Catania era un borgo rurale con aranceti, uliveti e masserie. A mio avviso, la configurazione naturale del territorio è stata deturpata da una antropizzazione non equilibrata, fatta solo di interessi politici, economici e mafiosi, che non ha tenuto conto del paesaggio preesistente. Negli ultimi decenni purtroppo il mio quartiere è totalmente cambiato, caduto nel degrado e abbandonato per lungo tempo dalle istituzioni  locali (sia di destra che di sinistra) e dallo Stato.
Da poco tempo si è sviluppata una maggiore sensibilità al problema del degrado:  la mancanza di strutture e servizi, la mancanza di luoghi di aggregazione e di strutture sportive per i giovani, il proliferare della malavita che approfitta della mancanza dello Stato e i casi di dispersione scolastica e devianza giovanile sono gli elementi più evidenti di questa situazione.

Lo scorso 10 gennaio, mentre documentavi lo stato attuale di Librino, sei stato vittima di un’aggressione. Perché chi rompe il silenzio fa così paura?

Non si può fare una distinzione così netta tra vittime e carnefici a Librino, così come in tante altre periferie degradate e abbandonate delle grandi città. Il  sistema generale non funziona e di conseguenza anche il resto, suo malgrado, si corrompe. Io ero andato a fotografare il palazzo di cemento e il teatro Moncada per documentare lo stato di degrado delle strutture. Quella  zona  è in mano alla mafia, come risaputo, e quelle persone hanno interpretato la mia voglia di denunciare lo stato di abbandono in cui versa Librino come una minaccia alle loro attività. Proprio questo ha fatto loro paura. 

Sono grandi e grossi, ma davanti al giornalismo d’inchiesta “tremano”.

Quando hai deciso che volevi fare antimafia? Smetterai dopo questo episodio?

Ci sono tre episodi che mi hanno fatto decidere di stare dalla parte dell’antimafia: il primo risale ad una gita scolastica a Cefalù il 23 maggio 1992, giorno in cui “all’improvviso” sono venuto a conoscenza di quei cinquecento chili di tritolo che la mafia aveva piazzato sull’autostrada dove viaggiava il Giudice Falcone; il secondo al 29 agosto del 1996, quando ho incontrato Fabio D’urso, collaboratore de “I Siciliani”, che è diventato per scelta mio fratello; il terzo al novembre del 1996, quando ho avuto la fortuna di conoscere uno dei più stretti collaboratori di Giuseppe Fava, nonché il nostro attuale Direttore, Riccardo Orioles.
Dopo quest’episodio ho ricevuto molti messaggi di solidarietà, e per questo non mi sento solo. Non smetteremo di fare antimafia. Come sosteneva Giuseppe Fava, essere “mafiosi” è anche un atteggiamento, è  il silenzio, è l’accondiscendenza stupida e indifferente.

Cosa ti ha spinto a scrivere il monologo “Librino”? Il pubblico ha reagito come tu ti aspettavi?

Gli scopi che mi hanno portato a recitare Librino principalmente sono due: raccontare agli “altri” (e raccontare di nuovo a me stesso) cos’era Librino prima del progetto di Kenzo Tange e denunciare tutti gli errori che sono stati fatti a livello politico ed economico.
Modestamente credo che lo spettacolo abbia avuto una buona ricezione a livello nazionale, tant’è che è stato scritto un articolo di sette pagine su D di Repubblica; inoltre ho vinto un premio come miglior attore nel maggio del 2011 al Mediterranean Experiences Festival.
Altro mio scopo, che cercherò di perseguire anche in futuro, è sensibilizzare” i borghesi” e fargli vedere, attraverso il teatro e l’immaginazione, cos’era Librino.

Sei riuscito ad esibirti nelle scuole della tua città?

Nota dolente. L’unica. Per vincere il premio ho partecipato al concorso recitando in una scuola a Reggio Calabria. Nelle scuole della mia città ho avuto la possibilità di esibirmi solo una volta, alla Scuola media “Dusmet” nel mio quartiere.

Quanto conta il teatro nel percorso di educazione alla legalità?

Secondo me conta tantissimo…credo ci siano interi saggi di pedagogia e sociologia che ne parlano.
Il teatro potrebbe dare impulso a una maggiore consapevolezza individuale e del mondo circostante, potrebbe essere un incoraggiamento a coltivare la creatività ma soprattutto il senso critico.
La creatività espressa sul palco, come già sperimentato in molte buone prassi educative, e da me in prima persona, è essenza determinante per capire aspetti della realtà secondo prospettive diverse, crea le condizioni per modellare interazioni equilibrate con gli altri, dà modo di accrescere l’istintività canalizzandola in senso positivo, modella la direzione verso il proprio modo di vivere.
Per questo è importante che vengano aperti dei teatri nel mio quartiere, in cui i protagonisti e attori siano gli stessi abitanti, attori e fruitori insieme.
In questo senso l’azione del teatro potrebbe collegarsi a quella già messa in atto in alcune scuole (a proposito … a Librino ci vorrebbe anche una scuola superiore), potrebbe diventare un luogo di aggregazione, dare continuità educativa anche ai più grandi, e potrebbe essere una chiave per aprire le porte alla legalità.

Il 5 gennaio abbiamo ricordato i 30 anni trascorsi dall’assassinio di Pippo Fava. A febbraio e a marzo si terrà a Bologna “Processo alla Nazione” in omaggio alla sua memoria. Pippo, e chi come lui ha avuto il coraggio di parlare, cammina sulle nostre gambe. Come possiamo fare per andare più veloci?

Pippo Fava scorre nelle vene di chi segue le sue orme. Dobbiamo fare in modo che la sua memoria si allarghi sempre più, cercando di aprire gli occhi a chi non può perché non ha strumenti, e dare uno scossone a chi, peggio ancora, non vuole aprirli per comodità, indifferenza e opportunismo.
Per andare più veloci la sua figura simbolica dovrebbe entrare nella memoria collettiva in modo sempre più grande e incisivo. E per questo dobbiamo impegnarci tutti, insieme, sempre di più.

Realtà e utopia: spesso si dice che è utopico pensare di eliminare la Mafia. Tu cosa ne pensi? Stai combattendo contro i mulini a vento?

Al di là di utopia o di realtà, la lotta per una società libera da sovrastrutture che ti sfruttano e ti strumentalizzano (di qualunque natura esse siano, a partire dalla “mafia”, non solo quella dei “padrini” ma anche quella intesa come atteggiamento, di tipo sociale o politico) è un dovere morale di ciascuno. Fare antimafia diventa uno stile di vita quando ci si assume la responsabilità delle proprie azioni. Antimafia per me significa semplicemente rendere migliori se stessi e questo mondo e cercare di sensibilizzare anche chi ci sta intorno per cambiare in qualche modo le cose. Se questo significa “lottare contro i mulini a vento”, ben venga, è un percorso che vale la pena di intraprendere, un dovere o semplicemente una scelta di vita.


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