Dal vecchio Filandone a un nuovo polo culturale

inaugurazione 1

 

Domenica 30 marzo 2014 saremo in scena a Modigliana con lo spettacolo realizzato assieme ai ragazzi del liceo classico D.Alighieri di Ravenna “Silenzio Stampa – noi che la mafia non la sentiamo neanche di striscio”.
Sarà il primo spettacolo teatrale a essere messo in scena nel nuovo teatro di Modigliana realizzato dopo un’opera di recupero del Filandone, struttura storica del paese. Abbiamo intervistato Giorgio Liverani, uno degli architetti (assieme a Luca Landi e Michele Vasumini) del collettivo “ellevuelle architetti” (sito: http://www.ellevuelle.it ) che ha progettato la ristrutturazione dell’edificio.

Come nasce l’esperienza “ellevuelle architetti”?

Una volta laureati alla Facoltà di Architettura di Cesena, abbiamo iiziato un percorso di progettazione che tenta di indagare l’architettura di oggi, interrogandosi sulle declinazioni e finalità della stessa, fino a formare un pensiero che guardi l’unione di aspetti consolidati con l’innovazione offerta dalle recenti tecniche costruttive. È una ricerca che ha come filo conduttore una sostenuta sperimentazione legata alla lettura del territorio, all’utilizzo sapido dei materiali ed, ovviamente, alle necessità della committenza. L’idea generatrice è l’individuazione di un logo o schizzo, sintesi formale dell’architettura stessa, ed il tentativo di una sua (infinita) moltiplicazione, ogni volta analoga e differente dalle precedenti. Al tema residenziale si affianca la progettazione di edifici produttivi, fino ad ambiti pensati per la collettività come il recupero del Filandone di Modigliana, risalente agli inizi del ‘900, con destinazione a sala polivalente. Lo stesso approccio della larga e media scala viene adottato per la piccola, con l’occasione della realizzazione di interni di negozi di abbigliamento e mobilio.

Nasce prima l’idea di realizzare un teatro o l’esigenza di recuperare strutture a cui dare nuova vita? Cosa ha guidato la vostra scelta di progettazione?

L’edificio denominato Filandone, ospitava una vecchia filanda per la seta e, smarrita la funzione iniziale, è stato durante tutto il secolo scorso il luogo di nascita di gran parte delle imprese modiglianesi. L’esigenza di recuperare un edificio degradato ma di grande valore per il paese, unita alla volontà dell’amministrazione di costruire una sala polivalente ha portato allo sviluppo del progetto. Il recupero del Filandone porta luce sul fondamentale tema del “riuso ragionato”: nessuna nuova area viene edificata, se mai sorge un nuovo programma per la collettività, un manufatto ritorna in maniera sostenibile alla linfa della partecipazione pubblica. L’operazione di restauro non è stata solamente confrontarsi con il degrado dell’edificio, ma anche con ciò che esso rappresenta i cittadini: un luogo una volta destinato al lavoro, da tempo romanticamente abbandonato, si trasforma, grazie a nuove destinazioni in grado di coinvolgere trasversalmente diversi tipi di fruitori, a tutte le ore del giorno. La sala polivalente racchiude la meraviglia del senso del recupero: le due falde della copertura richiamano l’idea di una casa elementare, un luogo di incontro accogliente e di condivisione. Dietro la progettazione vi è la grande responsabilità di mantenere intatta l’identità, il carattere dell’edificio su cui si interviene con una forte consapevolezza: le funzioni si alternano nei decenni, nei secoli, quello che rimane immutata è la forma, l’architettura stessa.

La struttura era ed è pubblica? Con che fondi è stato realizzato? Credi che in un momento di forte crisi, la cultura possa essere un ancòra di salvezza?

La struttura di partenza era privata, in questo caso siamo riusciti a creare un’ottima commistione tra pubblico e privato, affidando la realizzazione al privato che ha coinvolto imprese locali innescando così un meccanismo stimolante di partecipazione all’opera “sentita” anche da parte degli artigiani. I fondi per la realizzazione provengono dal Comune di Modigliana, dalla Regione Emilia Romagna e dalla Fondazione cassa dei risparmi di Forlì per una cifra complessiva di circa 900.000 euro. L’investimento ha portato a mio avviso aria nuova, consapevolezza di poter reinventarsi anche in un momento di difficoltà economica, un’occasione per giovani e chiunque voglia provare a fare della cultura un lavoro.

In un momento in cui il mondo sembra spostarsi sul virtuale perchè realizzare proprio un teatro?  Come immagini le strutture culturali dei nostri paesi e delle notre città tra 20 anni?

Dare uno spazio alla creatività e alla cultura penso sia d’obbligo per evitare un imbarbarimento dell’anima. La ricerca che sta dietro alla realizzazione di questo teatro è finalizzata a ridare alla città un luogo non statico ma dinamico. Non un teatro ma uno spazio flessibile, capace di ospitare spettacoli teatrali, proiezioni, danza, conferenze, concerti… e qualsiasi cosa si possa immaginare. Non uno spazio delicato e fragile, ma essenziale e semplice. Lo stesso spazio dell’atrio si presta a esposizioni, allestimenti e istallazioni. L’esigenza è quella di aprirsi a nuove forme culturali, mantenendo intatte le nostre radici che in architettura come in arte sono sempre fonte di grandi e nuove ispirazioni. E’ necessario trovare spazi luoghi adatti a ospitare queste nuove forme culturali, non museificandole ma inserendole in spazi vivi, mutevoli e adattabili alle esigenze del momento. Su questo bisogna investire ancora molto in Italia.

Le nostre province hanno percentuali di strutture sfitte o abbandonate altissime. ma spesso si continua a costruire. Per chi? Credi che una sfida, anche per voi architetti, possa essere quella di non costruire più nulla di nuovo ma di salvare e dare nuova vita al già esistente?

Il tema dell’uso del territorio è molto sentito dal nostro studio. Già a partire dal lavoro svolto per la Tesi di Laurea che prevedeva il recupero delle ex Officine Caproni di Predappio e di Rocca delle Caminate, sentivamo forte l’esigenza di valorizzare l’esistente, non limitandoci ad un mero restauro conservativo ma inserendo linfa nuova attraverso il progetto. La direzione che teniamo è quella di valorizzare l’esistente di pregio presente nel sito su cui interveniamo. E questo è successo nel cantiere del Filandone, abbiamo mantenuto il fabbricato originale, e sostituito con demolizione e ricostruzione i volumi privi di pregio (ampliamenti degli anni ’60-’70) sul fronte retrostante. Pensiamo debba emergere una nuova consapevolezza sia nel mondo pubblico che nel privato, che porti ad agire sull’esistente solo se l’architettura in oggetto ha un valore qualitativo. Non esiste ad oggi la necessità di costruire nuovi volumi utilizzando altro territorio, già abbastanza degradato, ma urge la volontà di intervenire sull’esistente, di sostituire i fabbricati dismessi se privi di valore, verso una nuova qualità della città. Questo anche per quanto riguarda le abitazioni private, come nei nostri progetti casa bipi, casa effe, case buche e casa esse, che nascono tutti da una demolizione di un fabbricato privo di qualità e il recupero del suo volume, senza l’utilizzo di nuovo territorio. Ma i privati devono essere i primi a crederci.

Massimo – GDZ –


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