Il costo della vita. Di Angelo Ferracuti.

Angelo FerracutiAngelo Ferracuti, giornalista e scrittore, sarà nostro ospite a Mezzano domani sera alle ore 20.30.
Parleremo del suo libro “Il costo della Vita. Una tragedia operaia” (Ed. Einaudi), di sicurezza sul lavoro, di crisi economica ed informazione.
Nel frattempo ha risposto alle nostre domande.

 

 

Perché hai deciso di raccontare la tragedia della Mecnavi?

L’idea era quella di farne un caso esemplare, un prototipo narrativo, e qualcosa che andasse oltre quel fatto e quel territorio. Proprio perché lì iniziò qualcosa di epocale, ci fu uno scontro di civiltà del lavoro fortissimo, e un cambio di immaginario molto forte. Declinavano i valori del socialismo internazionale e cominciava ad affermarsi una forma più selvaggia di capitalismo, quel neoliberismo che ha imbarbarito le società occidentali negli ultimi venticinque anni. Questo per dire che dopo quell’episodio le condizioni dei lavoratori italiani sono peggiorate moltissimo, ed è cominciato un attacco continuo a tutti i diritti ottenuti dal movimento operaio precedentemente.
In quegli anni cominciava a cambiare il capitalismo, e a non investire più in capitale umano ma direttamente sul danaro, non solo delocalizzando ma desertificando, distruggendo interi pezzi di economia. Ne è scaturita non solo una precarizzazione molto forte, del lavoro e della vita, ma una cosa ben più grave: l’incertezza del futuro.

 
C’è una storia, un luogo, una persona che hai raccontato nel libro a cui sei particolarmente legato?

Tante persone mi sono rimaste nel cuore in questo anno passato a Ravenna, in particolare una donna, la madre di Massimo Romeo, uno dei ragazzi morti a diciotto anni il primo giorno di lavoro in quella nave maledetta. Quando sono andato a casa sua, venticinque anni dopo la tragedia, indossava il pigiama del figlio sotto i vestiti. Una donna forte, dignitosa, sofferente. Quando mi ha accompagnato nella stanza del suo ragazzo, rimasta intatta dopo tanti anni, è stata una esperienza fortissima. Sono uscito da quella casa frastornato. Una persona che non dimenticherò mai per tutta la vita.

Da quando è uscito, hai presentato “Il costo della vita” senza mai fermarti. A fine mese addirittura sarai in Cina. Perché è così importante raccontare?

Non so fare altro, e credo sia il mio modo di fare politica. Amo i racconti empatici, partecipare alla vita degli altri, non solo con scopo estetico, per una carriera, ma come direbbe Mario Dondero, il grande fotografo che ha illustrato il mio libro, perché fare questo è “un collante delle relazioni umane”. Quanto alla Cina, è un invito dell’Istituto italiano di cultura di Pechino, vado a parlare di “letteratura e lavoro”, in un paese che doveva liberare gli uomini da tutte le schiavitù, e col paradosso del “comunismo di mercato”, così lo chiamano, li ha resi doppiamente schiavi. Ma forse anche questi sono cliché di un occidentale, ora vado a vedere. Scrivere reportage e viaggiare, come dice Koudelka, serve per “aprire gli occhi”; spesso ce li abbiamo oscurati.

Quanto vale un lavoratore oggi? Perché si continua a morire di lavoro?

Le morti sul lavoro sono fisiologiche nell’organizzazione della produzione. Si lavora, e mentre si lavora si muore. E’ come se ti dicessero: se vuoi lavorare è così, altrimenti resta nella disperazione di disoccupato. Basta ricordare la feroce battuta della Marcegaglia, quando spudoratamente disse che la sentenza Thyssen avrebbe scoraggiato gli investitori stranieri. E’ la lotta di classe dopo la lotta di classe, quella che con grande determinazione stanno facendo da vent’anni i padroni, come ha ben descritto in un suo libro il sociologo Luciano Gallino.

 
Stai lavorando ad un libro sul Sulcis e ad un romanzo autobiografico. Ci dai un’anticipazione?

Il libro sul Sulcis è un altro reportage. Voglio raccontare cosa succede quando finisce il lavoro, e quella terra martoriata da un secolo di colonizzazioni capitalistiche è oggi il modello al quale tutti tendiamo se la crisi non si arresta: impoverimento, desertificazione produttiva, disperazione. Voglio raccontare come cambia la condizione umana dopo tutto questo.
Invece il mio romanzo è la tragedia privata che ho vissuto quando otto anni fa ho perso mia moglie, la madre delle mie figlie, giovanissima, malata di cancro. Il libro racconta quella che è stata la nostra storia, quella di due ragazzi che dopo le lotte politiche degli anni ’70, si sono incontrati, hanno condiviso tutto; naturalmente però è tutto trasfigurato, diventa anche un’autobiografia generazionale, dentro le piccole storie quotidiane di una famiglia entrano anche i grandi fatti della Storia, cioè il terrorismo, gli anni del riflusso e della Milano da bere, fino all’attentato alle Torri gemelle. E’ stato il libro più difficile da scrivere, e puoi capire perché.


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