Le regole sono il potere dei senza potere

CaselliVenerdì 20 ottobre Padre Claudio Ciccillo, parroco di San Michele e responsabile della Fraternità di San Damiano, ha organizzato un incontro con Giancarlo Caselli, magistrato e procuratore antimafia in pensione.
Caselli, uomo di giustizia e legalità, spesso “protagonista” dei nostri progetti antimafia nelle scuole attraverso numerosi video, ha affrontato il tema “Il Coraggio di processare il potere da Andreotti a Dell’Utri : bilancio di una stagione”.
Dopo il suo intervento, si è fermato a fare quattro chiacchiere con il Gruppo dello Zuccherificio.

Nei 46 anni in cui ha lavorato come magistrato ha affrontato molte situazioni, dal terrorismo alla strage di Capaci. C’è un episodio, un personaggio o un interrogatorio che le è rimasto impresso in modo particolare?

All’epoca del terrorismo, ricordo l’interrogatorio di Patrizio Peci, capo della colonna torinese delle Brigate Rosse, che di Torino sapeva tutto quello che potesse interessare per contrastare efficacemente le BR. Peci mi ha raccontato tutto quello che sapeva, non solo delle BR a Torino, ma anche di molte altre città italiane.
L’inizio della fine delle Brigate Rosse si chiama Patrizio Peci. Ricordo questa persona non solo per l’interrogatorio, ma soprattutto per la rappresaglia spietata che provocò da parte delle Brigate Rosse: il sequestro e l’assassinio di Roberto Peci, suo fratello. Fu una reazione di tipo nazista, violenta, che non posso dimenticare. Roberto ha dovuto pagare il fatto di essere il fratello del primo pentito delle BR.
Il paradosso è che, quando scelgo di andare a lavorare a Palermo, chiede di parlare con me – non con me Giancarlo Caselli, ma con me Procuratore di Palermo – un mafioso di Altofonte che avevamo arrestato perché imputato di molti omicidi. Questa persona si chiama Santino Di Matteo. Quando ci incontriamo, lui mi racconta di essere stato tra gli esecutori materiali della strage di Capaci, nella quale è morto Falcone. Attraverso il suo racconto è stato possibile ricostruire con molta precisione quel 23 maggio 1992.
Si tratta di un successo professionale molto importante: avevo scoperto il segreto dei segreti di cosa nostra, l’attacco al cuore dello Stato attraverso un chilometro e mezzo di autostrada che si polverizza. Però, anche qui, speculare all’esperienza delle BR, arriva la reazione feroce e spietata di Cosa Nostra, che rapisce il piccolo Giuseppe Di Matteo di 13 anni, tenuto prigioniero e torturato per 18 mesi. Alla fine il bambino viene sciolto nell’acido “solo” perché figlio del padre che doveva essere punito.
Ricordo questi due momenti, molto positivi dal punto di vista professionale, ma terribili per la violenza che hanno scatenato, e che ci dicono come il crimine organizzato, si tratti di Torino o di Mafia a Palermo, quando ricorre alla violenza anche estrema per difendere la propria compattezza, lo fa in modo identico.

Secondo Lei, chi si occupa di antimafia oggi lo fa con il linguaggio giusto? Istituzioni e associazioni riescono a trasmettere il pericolo che queste rappresentano?

Non esiste una risposta generalista valida per tutti. Ci può essere chi trova il linguaggio adatta e chi, purtroppo , a volte arranca o addirittura sbaglia. Bisogna valutare caso per caso.

Lucia Aielli, giudice del Tribunale di Latina, è stata minacciata in settimana da ignoti. Poco fa, durante il suo intervento, parlava di Nino Di Matteo e della notizia che a Palermo sia nascosto il tritolo per ammazzarlo. Lei stesso ha passato tutta la vita sotto scorta. Quanto contano nel vostro lavoro coraggio e incoscienza?

Quando fai un determinato lavoro, tocchi gli “interessi” di qualcuno che non vuole essere disturbato…a cui fai venire l’orticaria, per usare un eufemismo. Non conosco personalmente il magistrato Aielli, ma ho letto cose che mi fanno valutare in modo molto positivo il suo lavoro. Tra l’altro, da quando sono in pensione mi occupo proprio di agroalimentare e conosco il tema. Quando decidi di fare il magistrato, metti in conto che la tua vita può cambiare. Ma questo non significa che le minacce siano normali, o che debbano diventarlo.
Il crimine organizzato è pericoloso e si muove in tutti i modi possibili per fronteggiare eventuali minacce. È obbligo dei poteri pubblici occuparsi di questo pericolo…ma anche la cittadinanza deve rendersi conto di cosa sta accadendo e predisporre gli antidoti culturali, sociali, di sicurezza, necessari affinché chi fa il proprio dovere non debba subire i “fastidi” di chi è stato interessato dalle indagini anche fuori dal lavoro.

Durante la serata abbiamo parlato del caso Eternit e della sentenza che ha fatto molto discutere. Di recente c’è stata anche la sentenza sul caso Cucchi che in appello ha assolto tutti gli imputati. Sembra che la fiducia delle persone nella giustizia stia scemando molto in questo periodo. Chi si deve occupare di fare in modo che la fiducia possa essere ristabilita?

Sono vent’anni che i magistrati vengono “bastonati”, perché sono troppo indipendenti e danno fastidio. Se chi occupa posizioni di grande rilievo istituzionale dice che i magistrati sono pazzi, antropologicamente diversi dal resto della razza umana, un cancro da estirpare, come può la gente avere fiducia nella giustizia? Se chi può e conta cerca di difendersi non tanto nel processo ma “dal processo”, rifiutando e svalutando la giurisdizione, ecco che la fiducia nella giustizia diminuisce. Ed è pericoloso perché, senza un pilastro democratico come questo, la civile convivenza traballa. E se traballa cade e ci lascia, piaccia o non piaccia, sotto un cumulo di macerie. È una situazione che non conviene a nessuno, soprattutto ai comuni cittadini. Conviene solo a chi non vuole il controllo della legalità per sé e per quelli della sua cordata.
A volte ci sono casi eclatanti di errori e sentenze e la poca fiducia che è minata subisce ulteriori scossoni. Bisogna riflettere, studiare e capire che se non funziona la giustizia bisogna fare qualcosa per rimetterla in moto correttamente.
Per usare una metafora sportiva, posso dire che senza regole non c’è partita e se non c’è partita significa che il gioco è truccato e che vincono sempre i soliti, quelli che sono già in una posizione di forza e di violenza. Chi vive nell’illegalità approfitta di questa situazione. Le regole, invece, sono il potere dei senza potere.
Non conviene quindi avere mancanza di fiducia nella giustizia, ma impegnarsi criticamente per migliorarla.


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