“L’eucaristia mafiosa”. La voce dei preti.

Un libro e una chiacchierata con l’autore.

Che rapporto hanno mafia e Chiesa cattolica? Quanto sappiamo del profondo legame che le unisce? “L’eucaristia mafiosa”, libro scritto da Salvo Ognibene, prende in considerazione proprio questi argomenti: la presenza della criminalità nella gestione delle processioni religiose; i funerali in grande stile dei capi clan; la “tradizione” di tenere importanti riunioni nell’ambiente protetto dei luoghi sacri, profittando della odiosa analogia tra la ritualità mafiosa e quella religiosa. Ma Salvo non si ferma agli aspetti negativi e racconta anche un’altra Chiesa, quella di preti e suore che fanno del cattolicesimo un’arma di lotta contro la criminalità organizzata.

Il libro di Salvo Ognibene è in distribuzione in tutte le librerie dal 28 gennaio ( potete acquistarlo anche qui)
Venerdì scorso, al Caffè Letterario di Ravenna, l’autore ci ha raccontato il suo ultimo progetto.

Salvo Ognibene, l'autore. (ph Adelaide Buscemi)
Salvo Ognibene, l’autore.
(ph Adelaide Buscemi)

Il rapporto mafia – Chiesa è il tema che hai affrontato nella tua tesi di laurea. Come sei arrivato al libro “L’Eucaristia mafiosa”?
La mia relatrice, la Professoressa Stefania Pellegrini, in modo scherzoso dice che ho scritto una tesi di laurea pensando fosse un libro. Il mio progetto era proprio quello, fin dall’inizio: mettere a disposizione di tutti una pubblicazione facile da leggere su questo tema. Ho avuto la fortuna di portare avanti un progetto per la tesi di laurea che non si è fermato su uno scaffale dell’università come spesso accade. Grazie alla Professoressa Pellegrini, alla Professoressa Boni, agli amici e alla casa editrice che ha creduto nel progetto, ho potuto trasformare un documento come la tesi in un saggio per tutti i lettori. Ho cercato di raccontare da un lato la storia dei rapporti tra la mafia e la Chiesa. Dall’altro ho voluto ascoltare le voci dei preti e, attraverso l’indagine sul campo, ho cercato di coinvolgerli in prima persona.

Ma non ti sei fermato al libro. Esiste un sito de “L’eucaristia mafiosa” in cui viene raccontata la tua storia, quella del libro e dei “personaggi” che ne fanno parte. A breve Caracò Teatro realizzerà uno spettacolo. Un progetto ambizioso che, secondo te, riuscirà a far capire che il rapporto chiesa mafia non è solo un fenomeno siciliano?
La Chiesa ha dichiarato fin dagli anni 50 di avere un nemico importante: il comunismo. Ancora oggi qualcuno sostiene questa tesi. Il cardinale di Palermo – Ernesto Ruffini, mantovano – negli anni 60 affermava, tra le varie cose, che la mafia era un’invenzione dei comunisti attraverso la quale si voleva danneggiare la Democrazia Cristiana. Le mafie sono un fenomeno globale, diffuso in tutto il modo. E anche la Chiesa. Vi è senza dubbio una religiosità diversa a seconda delle regioni, ma non possiamo ignorare l’influenza della Chiesa sulla società, soprattutto in alcune regioni. Monsignor Silvagni (una delle voci di “L’eucaristia mafiosa”) dice giustamente che non si può parlare di Italia, bensì di Italie, proprio perché questa è una nazione colma di peculiarità e diversità al suo interno. Questo ha permesso alle mafie di radicarsi in alcuni territori in cui la religiosità è molto forte, ma si è estesa nel resto del paese anche e soprattutto perché la politica e la chiesa non hanno fatto il loro dovere fino in fondo.

Nel libro poni una questione importante: la mafia ha interiorizzato alcuni elementi propri del cattolicesimo, plasmando una religione personale lontana anni luce dai dogmi di partenza. La religione è davvero un aspetto che contribuisce a rafforzare il potere mafioso?
La Chiesa ha una grande colpa: non ci ha mai raccontato tutta la verità e ci ha sempre raccontato di un Dio bello e buono, tralasciando alcuni aspetti presenti nell’ Antico Testamento. Grazie a questa “omissione”, i mafiosi sono riusciti ad impossessarsi di alcune caratteristiche proprie di un dio cattolico, creando una divinità a loro immagine e somiglianza. La Chiesa si è accorta troppo tardi di cosa stava accadendo: se avesse iniziato ad occuparsi di mafia – o se iniziasse sul serio – e prendesse una posizione sull’argomento forse potremmo ottenere qualche risultato.

Hai dedicato l’ultima parte del tuo lavoro alle testimonianze dirette. Più che un capitolo, sembra una vera e propria sezione aperta da poter integrare in futuro. C’è una figura alla quale ti sei legato di più?
Tutte le persone che intervisto hanno una storia particolare che andava raccontata. Non condivido le posizioni di tutti, ma mi piace la loro singolarità e non spetta certo a me giudicare la loro storia, anzi. Tutti gli ecclesiastici presenti nel testo hanno fatto delle scelte, una su tutte: non rimanere nella “palude”, uscire dal silenzio e dalla zona grigia che caratterizza il rapporto tra mafia e Chiesa. Ad esempio, Don Giacomo Ribaudo racconta il suo ruolo all’interno della “trattativa” tra Stato – Chiesa – mafia dopo gli omicidi di Falcone, Borsellino e Don Pino Puglisi – cosa che molti hanno dimenticato – nel tentativo più nobile di indebolire la mafia. La storia che mi ha più emozionato forse è quella di Suor Carolina Iavazzo, una delle testimoni più autorevoli del libro perché racconta come Don Pino Puglisi, martire della chiesa, le abbia cambiato la vita. Grazie al suo lavoro, Suor Carolina fa delle cose bellissime in Calabria. Pochi conoscono la sua storia eccezionale. La cosa bella secondo me è che sono proprio i preti a parlare delle loro esperienze e del lavoro che fanno. È dai loro pensieri emergono le differenze, e le possibili vie da seguire.


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