All in, il documentario.

Ovvero, quando una psicologa esperta di ludopatia (Chiara Pracucci) e una regista (Annalisa Bertasi) si incontrano.

“All in” è il loro viaggio nel gioco d’azzardo attraverso le parole di giocatori diventati compulsivi e degli esperti di settore che ne evidenziano le dinamiche politiche, economiche, cliniche e sociali.

Giovedì 11 febbraio alle 21.00 c/o il Palazzo del Cinema e dei Congressi in Largo Firenze a Ravenna. Ancora una “prima” visione. Ecco cosa ci hanno raccontato le due autrici.

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Chiara Pracucci, psicologa. Da dove nasce il tuo interesse per una dipendenza così particolare come la ludopatia?

Ho scelto il gioco d’azzardo come tesi laurea in Psicologia Clinica, ciò che mi ha colpito è stata la denominazione “gioco d’azzardo patologico”, l’accostamento era stridente: il gioco creativo e libero, la patologia rigida e paralizzante. Nel tempo mi affascinava sempre di più la fuga in un gioco così diverso e così disponibile ma potente, con effetti simili a quelli dell’assunzione da sostanze. Non la chiamerei ludopatia non c’è niente di ludico nel gioco d’azzardo, non c’è creatività, non c’è socialità e soprattutto quando diventa una malattia non è libero, non è più una scelta.

In due battute: cos’è il gioco d’azzardo e perché si diventa dipendenti?

Il gioco d’azzardo è patologico quando si è talmente coinvolti da questo comportamento da non poterne fare a meno quando si sacrifica tutto il resto per poter giocare, qualunque altra azione perde di interesse e le conseguenze negative del gioco eccessivo vengono minimizzate e messe in secondo piano rispetto al bisogno compulsivo di giocare. Le motivazioni che portano al gioco patologico sono certamente individuali e tarate sulla storia di ognuno ma come ogni dipendenza il gioco risponde ad un bisogno, diventa una soluzione, per quanto non adattativa, ad un disagio. Il gioco d’azzardo offre dei vantaggi come ad esempio la fuga dalla realtà, il senso di onnipotenza, forte adrenalina, identità, ruolo e ovviamente la speranza di una grossa vincita che ti cambia la vita, ci sono persone che possono provare per questi aspetti forte attrazione.

Come nasce l’idea di realizzare un documentario sul gioco d’azzardo?

Siamo partite due anni e mezzo fa e l’idea nasce prima di tutto dall’incontro con Annalisa, lei è una giornalista e insieme abbiamo deciso di unire le nostre diverse professionalità per raccontare un fenomeno che era tanto quotidiano quanto sommerso. Abbiamo deciso di fare un viaggio nei significati e nelle storie, il nostro obbiettivo era quello di fornire un punto di vista, quello dei giocatori patologici.

All in: cosa avete messo in evidenza nel documentario? In quale modo vi siete divise i compiti?

Noi abbiamo fotografato il gioco d’azzardo come fenomeno estremamente diffuso in Italia da qui abbiamo solo brevemente inquadrato la parte economica, politica e legale per analizzare più a fondo come il gioco può avere ripercussioni sulla salute, sulla vita, sul funzionamento globale dei giocatori che, una giocata dopo l’altra, si trovano maggiormente coinvolti. Date le nostre formazioni e le professionalità così diverse abbiamo prima fatto un’analisi e uno studio approfondito di come volevamo sviluppare il nostro progetto in modo da fondere i nostri punti di vista, abbiamo scelto e condotto le interviste insieme, per il montaggio e la parte tecnica ogni merito va ad Annalisa.

Beatrice Lorenzin, Ministro della Salute, ha dichiarato pochi giorni fa che la ludopatia sarà inserita nei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (Lea). Già da qualche tempo, in tutta Italia, i sert stanno mettendo a disposizione sportelli dedicati a questo tipo di dipendenza. Gli psicologi e gli altri operatori del settore sono pronti a “curare” questi nuovi malati?

Già molti Sert si sono attrezzati in questi anni per la diagnosi e la cura dei giocatori patologici e questo è già un indicatore di come questa forma di dipendenza avesse già un’incidenza significativa sulla popolazione. I professionisti che se ne occupano sono formati e si stanno formando in modo da poter rispondere in modo adeguato alle richieste di aiuto. Ciò che mi auguro da questo inserimento è che non rimanga una scelta “formale” ma vengano previste risorse economiche aggiuntive per i servizi che prendono in carico questa utenza così specifica e con caratteristiche peculiari alla patologia.

Cosa si può fare concretamente “Per non morire di gioco d’azzardo”?

Si può informare con tutti gli strumenti possibili che l’azzardo non è un gioco come gli altri, che le sue caratteristiche lo rendono potenzialmente pericoloso. Si può lottare per limitarne la diffusione così frammentata da renderlo una quotidianità per tutti. Si può sostenere, ascoltare, accogliere ed aiutare i giocatori che nella loro patologia si sentono ancora molto soli e poco compresi. Il gioco d’azzardo è economia, politica, legalità e salute per questo la responsabilità è di tutti. Ciò che ci viene chiesto è di “giocare responsabilmente” forse per non morire di gioco d’azzardo dobbiamo poter comprendere le regole, non subirle passivamente, fare le nostre e imparare a giocare.

Annalista Bertasi, regista. Da dove nasce il tuo interesse per la ludopatia?

Il mio interesse per le dipendenze da sostanze materiali e immateriali nasce dalla pratica quotidiana del mestiere di giornalista. La curiosità è l’elemento basilare: porsi molte domande, giuste o sbagliate, porta necessariamente a voler approfondire i fenomeni che caratterizzano il nostro tempo e, tra questi, la dipendenza da gioco d’azzardo è certamente uno tra i più eclatanti in quanto sintomatico di un malessere profondo della società in cui viviamo.

Come nasce l’idea di realizzare un documentario sul gioco d’azzardo?

L’idea di realizzare un approfondimento sul fenomeno del gioco d’azzardo patologico nasce dall’incontro fortuito con Chiara, con la quale mi sono trovata subito in sintonia.
Quando abbiamo iniziato a lavorare al nostro documentario sul gioco d’azzardo (era il 2012) i prodotti di divulgazione destinati ad un pubblico generalista si contavano sulle dita di una mano. Per questo abbiamo deciso di usare le nostre competenze e portare la patologia fuori dalle pagine dei volumi destinati ad un pubblico specializzato.

All in: cosa avete messo in evidenza nel documentario? In quale modo vi siete divise i compiti?

Le nostre competenze, come dicevo, hanno dato vita ad una sinergia interessante. Chiara ha portato con sé la conoscenza teorica e il bagaglio di relazioni che aveva tessuto con gli enti territoriali predisposti al trattamento di questo tipo di dipendenza, Associazione Giocatori Anonimi in primis. Io sono intervenuta applicando i meccanismi propri del mio mestiere: macinare tutte le informazioni assorbite e le storie dei protagonisti per restituire un prodotto organico, strutturato, in grado di prendere lo spettatore per mano accompagnandolo idealmente nel baratro della dipendenza e da qui risalire faticosamente la china della disintossicazione.

Abbiamo concentrato l’attenzione sulle dinamiche proprie della patologia e della dipendenza, citando solamente per dovere di cronaca le molteplici implicazioni che il gioco d’azzardo porta con sé, come ad esempio, il colpevole silenzio dello Stato per quanto riguarda gli incentivi al gioco associati ad un inadeguato supporto sanitario per il trattamento della patologia, o l’attività della criminalità organizzata connessa alle scommesse legali e non.

Annalisa, ci parli della struttura del documentario? Vi rivolgete ad un “pubblico” in particolare?

L’ambizione è quella di rivolgerci a tutti: chiaramente si tratta di un prodotto complesso, ricco si sollecitazioni e di spunti di riflessione, che tuttavia cerca di parlare con il linguaggio semplice dei protagonisti che abbiamo intervistato (quattro giocatori anonimi e due specialisti).
Il senso profondo di questo lavoro nasce dal tentativo di restituire un senso di verità, evitando la denuncia spicciola, per fissare le parole e i pensieri di chi ha vissuto e vive la malattia del gioco che è del tutto paragonabile alla dipendenza da sostanze.

Quanto ne sapevi sul gioco d’azzardo e quanto ne sai adesso, dopo aver collaborato con Chiara?

Chiaramente dedicare tre anni di vita ad un solo documentario significa affrontare un percorso personale di arricchimento. Nel mondo dell’informazione è decisamente un lusso potersi concedere così tanto tempo per riflettere e approfondire una tematica che, solitamente, viene liquidata leggendo qualche comunicato stampa diramato in occasione di grandi eventi. Chiara è stata fondamentale nel corso di questi anni perché mi ha permesso di confrontarmi alla pari con una mente elettrica, che ha saputo dar spazio ai miei (sempre innumerevoli) dubbi e, ove possibile, cercare insieme una risposta.

Chiara Pracucci, Psicologa. Ha discusso la tesi in Psicologia Clinica (2009) dal titolo “Giocare per vincere o perdere per poter giocare? Pericoli, dinamiche e percorsi del Gioco d’azzardo patologico” iniziando in questo modo lo studio sul gioco d’azzardo analizzando la variabile patologica del fenomeno. Autrice del libro “All-in, il gioco d’azzardo patologico” (2010) saggio di approfondimento. Dal 2009 collabora con l’Associazione Giocatori Anonimi. Ha partecipato al documentario “La repubblica del gioco”. Si occupa attivamente di formazione e informazione sulle caratteristiche e i rischi correlati al gioco d’azzardo . Attualmente impegnata in un progetto di ricerca che indaga le caratteristiche personali e sociodemografiche dei giocatori problematici e patologici.

Annalisa Bertasi, giornalista. Dopo la Laurea in Tecnologie della Comunicazione consegue un Master in “Comunicazione e Giornalismo scientifico” presso l’Università di Ferrara. Collabora con diverse testate ed è autrice dei documentari “Fisabilillah, donne in cammino” (2010), “Artias” (2012), “All In”(2015), “La Scelta – Storia degli IMI, Internati Militari Italiani” (2015).


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