Per non morire di gioco d’azzado. Marco Dotti e il Movimento No Slot

marcodottiMarco Dotti è nato a Chiari, in provincia di Brescia, nell’aprile del1972. Fa parte del gruppo di direzione del mensile Communitas e della redazione di Vita. E’ docente di Professioni dell’editoria presso l’università di Pavia. È autore di Slot City. Brianza-Milano e ritorno e Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana.  Marco ha seguito Per non morire di gioco d’azzardo per il mensile Vita. Ci ha raccontato come ha iniziato ad occuparsi di gioco d’azzardo e com?è nato il Movimento No Slot.

Come hai iniziato ad occuparti di gioco d’azzardo?
Ho iniziato ad osservare la realtà di Brescia, il posto in cui vivo: amici, parenti, conoscenti che, senza rovinarsi particolarmente, almeno all’inizio, giocavano nei bar. Circa dieci anni fa girava una strana popolazione intorno al mondo delle macchinette. Considera che nella mia zona molti lavoravano come muratori e, a quei tempi, guadagnavano molto bene. In questo contesto di benessere, era difficile individuare chi giocava mille euro al mese e si rovinava pian piano. Vi occupate di illegalità, sapete quindi che in alcuni campi gli stipendi sono pagati in nero, per cui non era facile, ai tempi, capire quanto una persona si “rovinasse” con il gioco.

Come ha avuto inizio tutto?
Ricordo che i primi ad essere installati furono i videopoker. È importante ricordare che i videopoker non erano legali…ma non erano neanche illegali. Erano in una zona grigia perché, ufficialmente, non davano diritto a premi in denaro ma a consumazioni. Tutti sapevano che non era così, per cui ci fu la prima campagna di mobilitazione contro questo primo fenomeno. La regolarizzazione dei videopoker ha portato successivamente alla loro scomparsa e alla loro sostituzione con le slot machine. Con questa trasformazione, lo Stato ha fatto in modo di ricavare degli introiti.

E alle persone cosa è successo?
Mi sono appassionato alla patologia del gioco d’azzardo sempre attraverso l’osservazione. Ho cercato di capire cosa spinge una persona normale a stare seduta davanti ad una macchinetta. Secondo me, questo è il problema fondamentale da affrontare, poi possiamo ragionare su tutti gli altri aspetti. A me sembrava solo una perdita di tempo, oltre che di soldi: le opportunità di divertirsi mi sembravano nulle. La crisi ha contribuito a mettere in evidenza il fenomeno. Gli stipendi si sono abbassati, o in alcuni casi, sono del tutto spariti ed è venuto alla luce il fango che già c’era negli anni precedenti.

Quali risposte hai dato alle tue domande? Perché vediamo il fango solo ora?
Ci sono persone deputate a farci capire come funziona la società e a farci vedere i problemi che bisogna affrontare. Parlo di sociologi, istituti di ricerca. Noi abbiamo incontrato il problema del gioco d’azzardo tutti i giorni, e abbiamo pensato che riguardasse una piccola parte del nostro territorio e della nostra economia. Nei luoghi del dibattito pubblico – mi  riferisco ai giornali e ai media in generale – nessuno ci ha detto che era un problema nazionale. Quindi abbiamo percepito il gioco d’azzardo come una patologia che riguarda lo sfigato e non, potenzialmente, chiunque. Stiamo prendendo coscienza del fatto che il fenomeno va oltre il nostro quartiere.

Fai parte dei fondatori del Movimento No Slot. Come si colloca, nel contesto che abbiamo appena analizzato, il vostro manifesto?
Ci tengo a precisare una cosa: il nostro non è un gruppo esclusivo, che vuol mettere il cappello su iniziative altrui o vuole darsi una forte connotazione identitaria. Partiamo dalla convinzione che più si è e più sguardi differenti ci sono, meglio possiamo affrontare il problema. Se invece lo sguardo fosse unico, e tutti dovessimo confluire all’ interno di una sigla e girare intorno ad un nome o ad un bollino, ci sarebbe una sola persona a decidere, come spesso accade. Ci siamo dati un nome e uno statuto di associazione perché ci veniva richiesto dall’ esterno. La molteplicità dei nostri sguardi ci salva dal commettere errori.

Qual è l’idea di fondo del movimento?
Bisogna “inventare” le iniziative sul proprio territorio e metterle in relazione con quelle degli altri. Il manifesto è nato per dare un impulso a queste idee. Non vogliamo apporre un marchio sugli eventi, bensì mettere in guardia le persone dalla pretesa egemonizzante, perché le persone conoscono l’argomento più di quanto noi immaginiamo. La nostra idea di fondo è creare un gruppo di “pressione”.

In che senso?
L’idea è molto semplice: i sindaci devono avere il potere di dire di no, i cittadini devono avere il diritto di contestare quel sindaco che dice di no e i parlamentari devono fare il loro lavoro. Il punto di partenza è culturale, non solo legislativo o legale. Se non si scioglie questo nodo, non possiamo andare avanti. Fino a tre anni fa, i sindaci sostenevano di non poter prendere decisioni in merito al gioco d’azzardo. Oggi, grazie a tutti noi, la situazione è cambiata. Esistono due tipi di politiche: la politica di primo grado è quella che ti porta a stare con le persone, a relazionarti e a lavorare per il bene comune, talvolta anche a sbagliare, ma l’importante è ammettere i propri errori e andare avanti sul piano operativo. Questo modus operandi genera molti punti di vista, difficili da catturare.

A cosa portano i numerosi sguardi che generate con il vostro lavoro?
A decostruire il discorso demoralizzante. Coloro che sostenevano la teoria dello sconforto ci hanno fornito molti numeri, ma nessuna risposta. Alla fine, invece, la risposta c’è. Non si tratta di una grande soluzione, ma, forse, come sostiene Rilke, il tempo delle grandi parole e delle grandi rivoluzioni è finito per sempre, “per resistere è tutto”.

Cosa significa “resistere”?
Resistere non vuol dire rimanere nella retroguardia, ma fare un lavoro continuo di informazione. I ragazzi non sono disinteressati all’argomento. Ne avete avuto la prova ieri (venerdì 13 febbraio è andata in scena la nostra prima conferenza spettacolo, “A carte scoperte”). Avete incantato più di duecento ragazzi! Questo significa che ognuno di loro, adesso, è portatore sano di un pensiero, che fra qualche anno potrà tornargli utile. È un lavoro continuo su cui si innesta la politica di secondo grado, quella dei politici, persone che in qualche modo vivono lontane dalla società e non la conoscono.


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