“Mio fratello non è un mito”. Giovanni Impastato ci racconta chi era Peppino.

Abbiamo incontrato Giovanni Impastato in occasione dei due eventi di Libera Ravenna che si sono tenuti la settimana scorsa. Domenica sera, dopo l’aperitivo per la legalità c/o il Dock61, Giovanni ci ha parlato di Peppino e di cosa significhi fare antimafia oggi.

“La denuncia e la lotta contro i codici mafiosi rappresentano il vero punto di rottura”, ha detto Impastato. Dopo i fatti di questa settimana (l’arresto di Helg a seguito della denuncia di Santi Palazzolo, il nipote di quel “Don Profitterolo” che spesso Peppino citava a Radio Aut) – ne siamo più che mai convinti.

giovanni impastato

 

Partiamo con l’attualità. Questa mattina Giuseppe Cimarosa, nipote del boss latitante Matteo Messina Denaro, ha affermato pubblicamente di volersi schierare contro la sua famiglia mafiosa. Cosa pensi di questa dichiarazione?

Non conosco la situazione nello specifico. Si tratta senza dubbio di un’affermazione importante, ma vorrei capire come sarà messa in pratica. Anche i figli di Provenzano hanno dichiarato che il padre era un mafioso, ma a questa affermazione non è seguito alcun atto concreto. La presa di posizione di Cimarosa è positiva, ma dalle parole bisogna passare ai fatti. Io e Peppino ci siamo rifiutati di rispettare le regole imposte da nostro padre e abbiamo messo in evidenza le responsabilità che aveva come mafioso. La denuncia e la lotta contro i codici mafiosi rappresentano il vero punto di rottura.

Con la Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato hai fatto un lavoro importantissimo per ricordare tuo fratello. Noi, quando incontriamo i ragazzi nelle scuole, parliamo spesso di Peppino e della sua opera di denuncia continua. Come possiamo portare avanti insieme queste attività e fare in modo che continuino nel tempo?

Io e la mia famiglia, con Casa Memoria, abbiamo cercato di documentare la figura di Peppino raccontando chi era da vivo e quanto abbiamo dovuto combattere dopo la sua uccusione. Voi dovete continuare a parlare di mio fratello, dovete organizzare iniziative facendo rete con le altre associazioni del territorio, ma non solo. Noi siamo disponibili ad aiutarvi e a partecipare. Solo con la collaborazione culturale e l’impegno civile possiamo fare in modo che Peppino non venga dimenticato.

Chi era Peppino Impastato?

Peppino non era solo un ribelle. Era una persona molto tranquilla. Era solare, ironico…non a caso l’ironia è stata una delle sue armi preferite contro la mafia. Peppino era un intellettuale, dedito allo studio e alla lettura, ma non ha mai fatto pesare la sua preparazione sulle persone – spesso semianalfabete – che lo circondavano.

Quanto pesa la sua eredità?

Peppino ha lasciato un fardello molto pesante sulle spalle della nostra famiglia. Era una figura scomoda sia dal punto di vista politico che da quello della lotta alla mafia. Attaccava la chiesa e i politici accusandoli di collusione con le famiglie mafiose. Dopo la sua morte noi abbiamo deciso di continuare la sua attività e di far conoscere a tutti chi era veramente. Il film di Marco Tullio Giordana (I cento passi, ndr) e ad una serie di pubblicazioni successive, ci hanno aiutato a fare in modo che Peppino diventasse patrimonio di tutti.

È stato difficile “costruire” la memoria di Peppino?

Molti ci hanno ostacolato, fin dall’inizio, a partire dalle istituzioni e da una parte della stampa. Si è parlato di attentato terroristico, negando che Peppino fosse stato vittima della mafia. Perfino alcuni giudici hanno remato contro. Ma noi non ci siamo persi d’animo: io e mia madre abbiamo continuato a lottare e siamo riusciti a creare un movimento di opinione intorno alla figura di Peppino. Mio fratello non è un mito, bensì un punto di riferimento e un esempio. Fate bene a raccontare ai ragazzi nelle scuole che ognuno di noi può e deve assumersi le proprie responsabilità come ha fatto lui.

Cosa significa fare antimafia oggi? Come possiamo spiegarlo ai ragazzi?

Fare antimafia, oggi più che mai, significa fare informazione continua. Bisogna essere anche consapevoli del pericolo che si corre. Fare antimafia sociale, antimafia dal basso comporta dover pagare un prezzo, soprattutto in termini di fatica. I più giovani sono scollegati dal mondo in cui vivono, ma non ignorano ciò che li circonda. Bisogna spiegare loro come stanno i fatti e trasmettere un messaggio di speranza attraverso esempi positivi concreti. Le persone oneste esistono e insieme ce la possiamo fare.


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