Un click e tutti giù all’inferno: storie di donne e del loro azzardo nei confronti della vita.

Barbara Gnisci è giornalista e dottoressa in psicologia. Domani 26 marzo alle 20.30 ci parlerà di donne e gioco d’azzardo con Laura Casanova, psicologa. L’incontro si terrà c/o la Casa delle donne in via Maggiore, 120 a Ravenna. Intanto conosciamo meglio Barbara e il suo progetto!

Barbara gnisci

Barbara, cosa fai nella vita e come hai iniziato a occuparti di gioco d’azzardo?
Nella vita faccio molte cose. La formazione personale e professionale mi hanno portato a essere fotografa, giornalista, e insegnante. Ho studiato lettere, storia dell’arte e a marzo dello scorso anno mi sono laureata a Roma in psicologia con una tesi sul gioco d’azzardo. Ho presentato il mio lavoro in Comune a Ravenna, città di adozione, e sono stata invitata a collaborare con il tavolo permanente che opera sul gioco d’azzardo.

Perché hai scelto il racconto al femminile per affrontare il tema del gioco d’azzardo?
Mi sono chiesta quale tipo di contributo avrei potuto apportare accanto a quello di professionisti come Vittorio Foschini e Gianni Savron che da tempo operano nel campo delle dipendenze e ho pensato di lasciare spazio alle mie capacità di scrivere e di ascoltare. Ho voluto indagare non solo l’aspetto scientifico della questione (le differenze con il gioco al maschile, quando si comincia, perché, verso quali giochi si tende, ecc.), ma anche l’aspetto più emotivo: cosa c’è effettivamente dietro le donne che giocano d’azzardo? Cosa le spinge a giocare? Perché non riescono a smettere? Ho raccolto così storie di vita di giocatrici che hanno accettato di raccontarmi la loro esperienza di incontro e scontro con le slot machine.

Quindi i personaggi delle tue storie sono donne vere?
Sì, sono tutte romagnole. Ho cambiato i nomi delle protagoniste e delle loro città di provenienza per renderle meno riconoscibili. Inoltre, ho modificato anche l’età, ma solo di uno o due anni, perché l’età è un fattore molto importante nella comprensione di questo fenomeno. Tendenzialmente le donne cominciano a giocare in una fase della loro vita più avanzata rispetto agli uomini. Per il resto, ho cercato di riportare fedelmente le loro storie trasformandole dal punto di vista stilistico in racconti.

C’è una storia che ti ha colpito più delle altre?
No, non sono legata a un racconto in particolare, o meglio, sono legata a tutti allo stesso modo. Ognuna delle persone con cui ho parlato, ha scelto di dedicarmi del tempo e di affidarmi la propria storia, anche se il nostro incontro non aveva una finalità terapeutica. Ho provato un’emozione e un senso di responsabilità unici perché queste donne si sono fidate di me. Penso che tutti dovremmo raccontare la nostra storia perché i veri eroi siamo noi che quotidianamente ci scontriamo con le difficoltà della vita e cerchiamo di superarle. Credo molto nel potere della scrittura, nella sua capacità di donare sollievo sia a chi si racconta, ma anche a chi legge. Essere cullati dalle parole nostre o da quelle degli altri ci aiuta, a mio parere, a rimanere più centrati nel nostro essere più profondo.

Barbara, hai mai giocato?
Io vengo da una famiglia di giocatori non patologici. Ho iniziato da bambina con le carte. Giocavo a briscola e tressette con i miei nonni e i miei cugini. All’età di 5 o 6 anni scommettevo con la mia famiglia a “picchetto”, un gioco che si faceva puntando soldi su 3 partite di calcio. In età adulta non ho mai comprato neanche un Gratta e Vinci. È una dipendenza che non mi appartiene. Le persone che giocano lo fanno spesso perché hanno un malessere, un disagio, un vuoto che la situazione economica e culturale amplifica, ma nel mio caso e in quello dei miei familiari, il malessere, che appartiene a ognuno di noi, non ha alimentato questa dipendenza.

Perché gli studi su donne e azzardo sono arrivati solo nell’ultimo periodo, quando il fenomeno era già esploso?
Facendo una sintesi dei dati ricavati dalla letteratura sull’argomento le donne che giocano in maniera patologica sono in aumento, questo ha sicuramente portato ad avere una maggiore attenzione sul fenomeno. In realtà, secondo me, le donne arrivano sempre dopo o sono viste sempre dopo all’interno di un fenomeno o di una realtà circoscritta. Pensiamo all’arte o alla politica. Quanti nomi di donne artiste ti vengono in mente se pensi alle epoche passate? Di sicuro pochi, ma questo non significa che non ce ne siano state delle altre. Ritornando all’azzardo, magari le donne hanno sempre giocato, ma non se ne è mai parlato. Lancio una provocazione, o rimanendo nel contesto, azzardo: e se il numero di donne giocatrici non fosse in aumento e stessimo semplicemente scoprendo realtà già esistenti, cioè che un’alta percentuale di donne ha sempre giocato, ma non ci avevamo mai prestato attenzione? C’è da considerare anche il fatto che il senso di vergogna e di pudore in questo contesto è molto più femminile che maschile. Guardiamo con occhi più negativi una donna che gioca rispetto a un uomo e penso che questo accada non solo con il gioco, ma nei confronti di tanti altri comportamenti che sono a metà strada tra ciò che il senso comune definisce lecito e non lecito.

*Bio
Barbara Gnisci è un po’ psicologa, un po’ fotografa, un po’ letterata. Colleziona lauree come fossero tazze da tè (che tra l’altra adora). Nel frattempo, si dedica alla sua piccola Ada Lou, cinque anni, che si è meritata un tatuaggio su uno dei suoi piedi. Di origine calabrese, ha passato gran parte della sua vita a Roma e nel 2009 è approdata a Ravenna: il primo anno credeva di impazzire, ora l’ha fatta sua.


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