Amalia De Simone e la “Terra dei Fuochi”

amalia de simoneAmalia de Simone è una videoreporter d’inchiesta del Corriere della Sera, nonché vincitrice della sezione honoris causa del Premio Gruppo dello Zuccherificio per il giornalismo d’inchiesta 2014. Amalia è laureata in giurisprudenza, dirige Radio Siani, collabora con Rai e Reuters. Ha dedicato molte inchieste agli intrecci tra clan, politica e mondo economico occupandosi spesso di rifiuti, appalti e riciclaggio. Vi presentiamo la nostra ospite in attesa dell’evento “Italia terra di fuochi. La mafia e il business dei rifiuti” realizzato in collaborazione con il Festival delle Culture e Legambiente Ravenna di venerdì 15 maggio ore 21.00 al Dock61 (qui tutte le info), vi presentiamo la nostra ospite.

Amalia, sei laureata in giurisprudenza. Perché hai deciso di fare la giornalista e non l’avvocato?

Non ho mai pensato di fare l’avvocato, proprio mai… Ho sempre voluto fare la giornalista e gli studi di diritto mi hanno dato strumenti importanti per comprendere meglio fonti, documenti e procedure utili al giornalismo d’inchiesta. Per questo mi sono iscritta a giurisprudenza (che non è una facoltà che ho amato molto) ma non solo: ho fatto la maturità l’anno delle stragi di mafia e la morte di Falcone, Borsellino e delle loro scorte mi ha certamente influenzato nella scelta della facoltà. Ero una ragazzina e ovviamente mi lasciavo condizionare dagli eventi e dalle cronache che entravano prepotentemente nella mia e nella vita di tutti. Comunque a onor del vero ho sostenuto anche gli esami di abilitazione di avvocato superandoli (ai miei faceva piacere e l’ho fatto). Ovviamente non mi sono iscritta all’albo per incompatibilità con la professione di giornalista e soprattutto per incompatibilità con la mia tensione alla felicità.

Dirigi Radio Siani. webradio, associazione di promozione sociale e cooperativa nata su un bene confiscato alla camorra. Come nasce questo progetto? Chi sono i tuoi collaboratori?

Ho conosciuto i ragazzi di Radio Siani quando, insieme a Simona Petricciuolo, stavamo girando un lavoro per “tg3-linea notte” sui beni confiscati. Mi resi subito conto che quei ragazzi erano pieni di entusiasmo e avevano pochi strumenti e mille difficoltà. Mi aveva sorpreso come avessero invitato i commercianti di Ercolano a ribellarsi al racket. Io avevo da poco lavorato ad un fortunato reportage intitolato “il canto di malanapoli” in cui, tra le altre cose, raccontavo e facevo ascoltare le relative intercettazioni, di una radio pirata con sede proprio ad Ercolano attraverso la quale la camorra inviava messaggi di morte o avvertimenti o comunicazioni per i detenuti. Raccontai questa storia ai ragazzi e ci sembrò eccezionale la coincidenza che loro avessero scelto la radio come scopo sociale vincolato a quel bene confiscato che era di proprietà di quello che era stato proprio il boss di Ercolano. Se in quella cittadina era esistita una radio della camorra ora non poteva non esistere una radio anticamorra. Dopo poco i ragazzi mi chiesero di guidarli prendendo la direzione della radio. Io,da volontaria, ho cercato di dare un’organizzazione e un palinsesto poi il resto lo hanno fatto loro con volontà e impegno. Oggi fisicamente ci sono poco perché sono sempre in giro per il Corriere.it ma idealmente sono al loro fianco sempre soprattutto se ci sono problemi. In radio circolano una quarantina di persone che danno vita ad un fermento culturale raro. I pilastri della radio sono un gruppo storico di persone che ha anche fondato l’emittente.

Sandro Ruotolo è sotto scorta da qualche giorno, Giovanni Tizian da qualche anno. Lirio Abbate e gli stessi volontari di Radio Siani hanno subito minacce. Che tipo di informazione è quella dei giornalisti che vengono minacciati?

Quando si viene minacciati, che il fatto sia o meno serio o grave o diventi o meno di dominio pubblico, significa che un giornalista con il suo lavoro ha toccato un nervo scoperto. Ci sono vari tipi di intimidazioni che non sono solo quelle “fisiche”: le querele temerarie per esempio sono pericolosissime perché pesano tantissimo sulla vita di un cronista. Con questo tipo di azioni si subiscono pressioni, si perde tempo, si perdono soldi e magari se non si ha un editore sano alle spalle, c’è il rischio di ritrovarsi anche l’azienda contro. Non solo, ci sono circostanze complicate per chi fa giornalismo d’inchiesta che riguardano la tutela delle proprie fonti e che a volte possono dipendere anche da chi rappresenta lo “Stato”. A volte ci sono periodi in cui ci si sente bersagliati da più fronti. Credo però che quando uno è motivato non riesca fare passi indietro rispetto a storie scomode anche quando incontra ostacoli.

Quando si parla di ecomafie si pensa sempre a Napoli e alla ‘monnezza’. Attraverso il tuo lavoro riesci a smontare questa semplificazione parlando di “Italia terra dei fuochi”. Quali sono le difficoltà maggiori che hai incontrato durante le tue ricerche?

“Terra dei fuochi” non è un luogo geografico ma purtroppo lo status di territorio violentato di tante aree in Italia, soprattutto di alcune zone del nord. La principale difficoltà incontrata nella mia indagine ha riguardato il fatto che in molte zone la gente non volesse vedere ciò che avevano sotto i loro occhi, una sorta di rifiuto, di non accettazione della realtà. Il tutto nel nome della “produzione” e del business. Le industrie che hanno creato benessere economico e lavoro spesso hanno anche inquinato e questo non è facile ammetterlo. La conseguenza di tutto questo è che il cronista che vuole raccontare queste storie finisce per diventare un rompiscatole che va fermato perché queste cose non si devono sapere. All’inizio è stato difficile trovare fonti autorevoli ma poi sono riuscita a rompere il muro e ho scoperto anche cittadini consapevoli e reattivi capaci di prendere esempio dalle varie anime del movimento Stop biocidio napoletano.


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