Se la notizia sta nei numeri: parla il data journalist Mauro.

(Intervista di Federica Angelini, giornalista, a Andrea Nelson Mauro. L’intervista è stata pubblicata sul numero di Ravenna&Dintorni del 17 settembre. Qui l’inserto completo in pdf)

Il workshop di Andrea Nelson Mauro si tiene venerdì 25 settembre dalle 9.30 alle 17.30 in via D’Azeglio 2.

andrea«I numeri mentono sempre e vanno sempre presi con le pinze, ma sono l’unico strumento che abbiamo per dare una dimensione alle cose e misurarle in un mondo in cui tutto è diventato misurabile». A parlare è Andrea Nelson Mauro, esperto di data journalism che sarà a Ravenna per un workshop pensato anche per i giornalisti (vale 6 crediti per l’Ordine professionale) e per chiunque voglia imparare a maneggiare la miriade di dati che sono oggi a nostra disposizione.
«Lavoreremo – spiega – partendo dal caso concreto dei beni confiscati alla mafia del quale non esiste una stima esatta. Non si sa quanti sono. Il sito è in aggiornamento. Contare e misurare le cose può essere utile per capire di cosa stiamo parlando e cercherò di fornire qualche strumento informatico così come qualche consiglio sul reperimento dei dati e il fact checking per fare il quale bisogna avere qualche competenza tecnologica». Non a caso alla richiesta di una definizione alla portata di tutti di “data journalism” Mauro cita un esempio: «Non è mai stato calcolato il numero dei migranti morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Noi partendo dal lavoro di Daniele Del Grande e allargando il numero delle fonti abbiamo calcolato che tra il 2000 e il 2015 siano circa 30mila, numero che abbiamo ragione di credere in difetto. Sapere queste cose può essere importante anche per chi deve decidere delle policy”. Non fosse che questi dati sono noti almeno dal 2014 (dalla prima pubblicazione della loro ricerca) e a spostare le politiche dell’Europa sembra essere stata più una foto che un numero. «L’idea che una decisione politica possa essere basata su una foto che magari gira su facebook mi fa ridere, anche se per l’amarezza, ma credo che metodologie come quelle del data journalism possano arricchire la produzione giornalistica». Ma attenzione a non fare confusione con il Precision journalism «non vogliamo certo far passare l’idea che tutto ciò che non sia basato sui dati non sia preciso». Altra confusione che viene spesso fatta è quella con il giornalismo digitale, quello che realizza per esempio le app. Ma qual è la situazione in Italia? «La forma forse più diffusa di data journalism – dice Mauro – è l’analisi del voto per quartiere che si fa nei giornali locali. In generale siamo ancora piuttosto indietro ma qualcosa si sta muovendo penso al blog del Sole24ore, a La Stampa, a Wired». Vero è che in un paese a vocazione umanistica, forse si pone in modo decisivo la leggibilità di questo tipo di giornalismo. «In realtà la si pone dappertutto, ma certo è vero che in Italia è considerato un errore gravissimo scrivere un’uomo con l’apostrofo mentre è perdonabile non sapere il teoremo di Pitagora. Ma non sarà un caso se
Obama negli Usa ha consigliato agli americani di far studiare la statistica 2.0 ai propri figli». Ma il problema secondo Mauro si pone anche sul fronte delle fonti e dei cosiddetti Open Data. «In Italia non abbiamo ancora una legge Foia (Freedom of information act) e molti dati che dovrebbero essere a nostra disposizione in realtà non lo sono. Per quanto nelle pubbliche amministrazioni ci siano molte persone che si impegnano, manca la vera volontà politica, forse per la storia di corrutela che caratterizza l’Italia e che fa sì che la trasparenza non sia considerata una priorità». 


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