Stefano Santachiara, giornalista senza tutela

Stefano SantachiaraStefano Santachiara, giornalista di inchieste, collaboratore di Left e autore del libro “I panni sporchi della sinistra” con Ferruccio Pinotti, è stato querelato quattro anni fa dalla cooperativa Cooprocon in seguito al suo intervento alla trasmissione Report. Il giornalista appare in video per circa un minuto all’interno di un servizio sul “Sacco di Serra” nel quale mostra le visure camerali della coop coinvolta in un’indagine per abuso edilizio. Stefano, ai tempi collaboratore de Il Fatto Quotidiano, rischia di dover pagare tra i 10 e i 50 mila euro. Né la Rai, né Il Fatto si sono resi disponibili a tutelarlo nel processo. Ecco la sua storia.

Come hai iniziato ad occuparti di rapporti tra ‘ndrangheta e politica?

 Nel caso specifico 6 anni fa, seguendo le indagini della pm Claudia Natalini su reati amministrativi e ambientali, tangenti e intimidazioni sul crinale appenninico, ho rivelato gli affari di un ex soggiornante obbligato della Piana di Gioia Tauro, Rocco Baglio, e dell’allora sindaco di Serramazzoni Luigi Ralenti (Pd): ora entrambi sono sotto processo, il primo imputato di incendi dolosi, estorsioni e invio di teste di capretto mozzate a imprenditori rivali, il secondo con l’accusa di essere stato corrotto dal boss per l’assegnazione, a società a lui riconducibili, di project financing per il rifacimento di stadio e scuole. Mi rendo conto che, trattandosi del primo caso accertato al nord, fece scalpore e all’epoca venne ripreso da Corriere, Sole 24 Ore e Report. Oggi, tranne Gaetano Alessi noto che nessuno segue il processo, ma tant’è. Per quanto mi riguarda non ho fatto altro che scavare e pormi interrogativi, come me li pongo di fronte a ogni ingiustizia ambientale, sociale, umana, di cui ho esperienza diretta, senza accontentarmi delle verità di comodo delle autorità. Le mafie non sono fenomeno prettamente criminale ma strumento finanziario, politico, culturale, e soprattutto di ordine-terrore sociale: molti dimenticano, parlando del caporalato di oggi, che i primi campieri dei latifondi erano incaricati specificatamente di reprimere le rivendicazioni salariali e sociali dei lavoratori. Ci sono voluti 68 anni affinché un ministro della Giustizia, il dalemiano Andrea Orlando, scendesse a Portella della Ginestra per rendere omaggio alle lavoratrici e ai lavoratori uccisi mentre festeggiavano la vittoria frontista alle amministrative siciliane.

Ricordi le tue prime inchieste ?

A Modena Radiocity seguimmo l’attentato con la pentrite che distrusse l’Agenzia delle Entrate di Sassuolo nel  luglio 2006: i fratelli Pelaggi, imprenditori affiliati alla cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto, foraggiati dalle banche e  legati ad un commercialista elvetico, punirono cosi i funzionari dell’Agenzia che avevano osato sanzionare una loro frode fiscale che nascondeva un vasto reinvestimento di capitali illeciti tra la Svizzera e le Isole Vergini. Quando ho iniziato a lavorare per l’Informazione di Modena ho indagato assieme alla coraggiosa pm Stefania Mininni sull’omicidio di Tina Mascaro, commerciante calabrese vittima di un lungo braccio di ferro con geometri, dirigenti e assessori del Comune di Modena, accusati di abuso d’ufficio e  infine assolti come l’unico imputato dell’omicidio, vicino ad ambienti della polizia segreta. Il caso è insoluto e mi costa le uniche serie minacce, ma almeno mi ha consentito di capire una serie di meccanismi di Potere. L’elenco del resto del lavoro fino al Sacco di Serra sarebbe impossibile e credo che annoierebbe, me per primo che nel processo di evoluzione personale, lasciato ovviamente il network “poliziesco” del Fatto Quotidiano, mi sto occupando di altre questioni.

 Chi ti ha querelato e perché?

Si tratta di una causa civile intentata da una cooperativa, Cooprocon, coinvolta in un’indagine per abuso edilizio e della cui galassia societaria ho mostrato le visure camerali durante la puntata di Report del dicembre 2011: chiedono un risarcimento non inferiore a un milione di euro a ciascuno dei partecipanti alla trasmissione. La sentenza che sta finalmente per arrivare dovrebbe essere favorevole come finora è avvenuto per le altre querele dato che i fatti esposti sono veri, continenti, pubblicamente rilevanti e di utilità sociale, però siamo in Italia: non si sa mai.

Fnsi, Ordine dei giornalisti,  Articolo 21 e Ossigeno per l’informazione sostengono che quella avviata contro di te sia una querela intimidatoria. Cosa significa?

Che l’entità della richiesta di risarcimento è una sorta di intimidazione in quanto il giornalista, e gli altri che casomai avessero voluto riprendere la questione, tende a scriverne meno.  Non solo dell’oggetto della causa di Cooprocon, ma soprattutto dei legami tra ‘ndrangheta e politica che non riguardano la cooperativa. Siccome i fatti accertati ed esposti cronologicamente sono l’unico parametro comprensibile (poi ce ne sarebbero altri, ma sono di carattere indiziario e abduttivo) sottolineo che quando nel 2011 le indagini della pm di Modena Claudia Natalini hanno scoperchiato il Sacco di Serra, la dottoressa non ha potuto contestare l’aggravante dell’articolo 7 del metodo mafioso perché la Direzione distrettuale di Bologna, competente in materia, respinse alla mittente il fascicolo scegliendo di non considerare metodo mafioso quello degli incendi dolosi e l’invio della testa di capretto. Purtroppo c’è stato persino chi, come il collega Giovanni Tizian, ha dichiarato che il boss ormai “si era smarcato” dal mondo malavitoso.

 Cosa rischi? Nessuno si è offerto di aiutarti? 

Se dovessi risultare soccombente nella causa rischio di dover pagare una cifra che mediamente va dai 10 ai 50mila euro, cosa che non avviene mai poiché gli editori coprono le spese le legali e, essendo in solido, si fanno sempre carico dei risarcimenti di tutti i loro giornalisti. Quasi sempre: trovo ripugnante che l’ex direttrice de l’Unità Concita De Gregorio e alcuni colleghi del giornale abbiano subito pignoramenti di beni dopo il fallimento dell’editore Nie. Nel mio caso la Rai non tutela perché non sono dipendente della tv pubblica e Il Fatto perché, malgrado fosse informato della mia partecipazione e compaia in sovraimpressione la dicitura “giornalista delFattoquotidiano.it”, il servizio è andato in onda sulla Rai e non tramite un articolo sul giornale online o di carta, dove sono usciti peraltro diversi articoli dedicati al Sacco di Serra. Esiste un fondo assicurativo della Federazione nazionale giornalisti che copre le spese per le condanne penali e civili dei giornalisti privi di tutela degli editori: il contributo è stato abbassato a settembre 2015 da 7500 a 5000 allargando la platea giustamente a free lance e precari ma senza distinguere tra chi per un trafiletto sul giornale locale è ampiamente coperto dal fondo e chi, ad esempio, si vedrebbe sequestrare conto corrente e auto. Comunque non c’è problema: si tengano pure i loro soldi.

Sono passati anni dalle tue prime inchieste che mettevano in luce le relazioni tra ndrangheta e politica, cosa è cambiato dopo Aemilia? 

Non molto, anche perché la microfisica del Potere sta ovunque, molto più in alto e in gran parte non si conosce: gestisce la tecnologia, la ricchezza ed egemonizza cultura e informazioni, sceglie chi elevare e chi danneggiare. Ormai i veri inchiestisti sono una specie rarissima: su tv e giornali nazionali pontificano sedicenti eroi antimafia che nulla hanno scoperto con la loro diretta esperienza, che fosse nell’ultima provincia o Mafia Capitale.


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