L’eredità di padre Pino Puglisi. Gli autori a Ravenna.

Ogni 21 marzo, primo giorno di primavera, Libera celebra la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Il coordinamento provinciale di Ravenna ha deciso di promuovere dal 13 al 20 marzo la Settimana della Legalità, una serie di incontri  sul tema delle mafie e del contrasto alle mafie. Martedì 14 marzo alle 20.30 torna a Ravenna il nostro amico Salvo Ognibene. Ospite al Circolo Arci Dock61, Salvo e Rosaria Cascio, insegnate e educatrice, presenteranno “Il primo martire di mafia. L’eredità di padre Pino Puglisi”  (Edizioni EDB). Modera l’incontro Carlo Garavini.

Prima di arrivare a Ravenna, i due autori hanno risposto alle nostre domande.

Salvo Ognibene

Cosa significa Padre Pino Puglisi per te e perché hai deciso di scrivere un libro su di lui?

E’ grazie a lui se ho conosciuto Rosaria Cascio ed è grazie a lui che ho deciso di studiare i rapporti tra mafia e Chiesa. “Il primo martire di mafia. L’eredità di padre Pino Puglisi” è un libro importante per me ma soprattutto per quello che con Rosaria Cascio abbiamo scritto. Un libro diverso, nuovo, che racconta quanto avvenuto dopo la morte del sacerdote palermitano e di come la sua testimonianza abbia cambiato parte della Chiesa e della società. Don Pino Puglisi per me significa speranza, significa futuro. Significa esempio. Significa umanità e desiderio di un mondo più giusto. E’ l’esempio di quanto ognuno di noi possa fare nel nostro piccolo, nella nostra vita quotidiana senza nessun atto di eroismo. Ecco, Puglisi rappresenta la straordinarietà dell’essere normale e giusto nella vita di tutti i giorni. E se ognuno fa qualcosa…

Padre Pino Puglisi oggi è un beato. Cambia qualcosa nel rapporto Mafia/Chiesa?

Assolutamente si! Diceva Tertulliano: “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”. La beatificazione di Puglisi è un atto di straordinario cambiamento nei rapporti tra mafia e chiesa. Qui, al di là di tutti i moniti, i documenti e tutto quella che la Chiesa di Roma ha fatto per contrastare il fenomeno mafioso, è stato fornito un esempio. La Chiesa è come se dicesse al suo popolo, e in particolar modo al popolo siciliano, “vedete, ecco l’esempio da seguire. Siate come padre Puglisi”. E ciò che ci colpisce di lui è sempre la sua quotidianità.

Rosaria Cascio…

Chi era padre Pino Puglisi? Cosa ha significato per lei?

P. Puglisi fu un uomo semplice, umile, povero, leale, amico, timido e determinato, mite e forte. Per  me fu una guida nella vita di adolescente che ero quando lo conobbi per la prima volta al primo anno di scuola superiore. Divenne, poi, una madre, un fratello, un amico ed un intellettuale con cui confrontarsi. Un compagno di strada che non mi indicò mai da che parte andare ma che attese la mia scelta per mettersi al mio fianco. La sua presenza nella mia vita è stata di importanza pari a quella dei miei genitori. Lui ha cambiato il corso della mia vita. Dopo quasi 15 anni di cammino con lui, dopo quasi dieci anni di dolore e rabbia in seguito alla sua uccisione, ho orientato tutti i miei sforzi verso la comprensione di ciò che lui aveva rappresentato per me e per la mia città. Ho parlato con centinaia di persone per “possedere” il loro pezzetto di vita insieme a Puglisi ed ho studiato la sua cultura e le sue azioni per interpretarne il metodo. E l’ho scritto. Oggi, e già da quasi 10 anni, lo divulgo in incontri e testimonianze in giro per l’Italia

Ci racconta qualcosa che tutti dovrebbero sapere di padre Pino?

Di 3P (P.Pino Puglisi, come lui stesso si firmava) basta sapere della sua coerenza. Senza la sua coerenza non sarebbe stato neanche ucciso. Grazie alla sua coerenza di vita fu il pifferaio magico di centinaia di giovani come me che con lui si sono formati. Prima che le parole, parlavano i suoi fatti e, così, spesso parlare non serviva su non a riflettere sulle azioni. La sua fu una Pedagogia dell'esempio, un modo di essere. Per la sua tenace coerenza, andò fino in fondo senza fermarsi di fronte a minacce, gesti violenti contro di lui ed i suoi volontari. Non indietreggiò e non voltò le spalle a chi si presentò più volte per fermarlo e, alla fine, per ucciderlo. Fu coerente fino all’estremo esempio di vita da cristiano martire. La sua antimafia non fu parolaia o di facciata, non fu urlata o declamata. Fu la coerenza dell’onesto, del mite e del tenace servitore del Vangelo della Pace e della Non Violenza.

Dalle parole ai fatti: così è il “metodo Puglisi”?

Le attività pastorali di 3P si dispiegarono su tre specifiche direttrici: i giovani, i gruppi, il territorio. In tutti e tre i casi egli fu sempre e soltanto un animatore vocazionale. Spinse, cioè, i suoiinterlocutori, a cercare un senso alla propria vita affinché questa stessa potesse diventare degna di essere vissuta. Con i giovani seguì la metodologia non direttiva e centrata sull’ascolto attivo della psicologia umanistica di Carl Rogers che arricchì con la logoterapia (terapia del senso) di Viktor Frankl. Con i gruppi seguì le linee strategiche del leader democratico non direttivo ma autorevole. I gruppi di lavoro, quelli di impegno e persino quelli di spiritualità, furono estremamente produttivi grazie alla sua capacità di coinvolgere tutti in un processo democratico di assunzione di responsabilità per il perseguimento del bene comune che coincideva, di volta in volta, con le finalità e con gli obiettivi del gruppo stesso. Nel territorio, da quello di Godrano negli anni 70 a quello di Brancaccio dal 1990 al 1993, costruì una Chiesa aperta e senza pareti. Riuscì ad abbattere le mura del tempio facendo di Godrano, di Brancaccio, la Chiesa stessa. Stimolò la gente a processi di coscientizzazione sui propri diritti feriti e barattati con le clientele mafiose. Spinse tutti a prendere coscienza della propria dignità di cittadini e di cristiani. Promosse percorsi di autoprogettualità dal basso tanto che lo stesso boss Totò Riina di lui disse che voleva sostituirsi alla mafia e voleva comandare lui a Brancaccio.


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