Mamadou, un collettivo tra ghetti e crowdfunding

I progetti del gruppo che lavora nelle zone di maggiore sfruttamento e apre strutture di Hospital(ity)

Il colletivo Mamadou è formato da tre persone: Matteo De Cecchi, insegnante di italiano, storia e geografia nella scuola media e superiore di Bolzano, Salvatore Cutrì, attore teatrale e studente presso l’accademia Bellini” di Napoli e Valentina Benvenuti, studentessa di Veterinaria presso l’Università di Padova. Da gennaio a maggio 2016, il collettivo ha viaggiato attraverso Calabria, Basilicata, Puglia e Sicilia visitando le zone più epresse e i ghetti più nascosti, da Rosarno a Boreano, da Rignano a Cassibile. Durante l’estate successiva Matteo, Salvatore e Valentina sono tornati in quelle terre per ascoltare le storie dei braccianti. Parte di quei racconti sono confluiti ne Le scarpe dei caporali, monologo teatrale che getta luce sul caporalato e sulle condizioni abitative e lavorative dei braccianti africani, italiani e dell’Est Europa nell’Italia del Sud. Domenica 11 giugno alle 21, il collettivo Mamadou sarà ospite del dibattito conclusivo del Festival delle Culture curato dal Gruppo dello Zuccherificio. Valentina Benvenuti ha risposto alle nostre domande (Città Meticcia, nr 60).
Come nasce il Collettivo Mamadou?
«Il Collettivo Mamadou prende forma in seguito a un’inchiesta che abbiamo fatto Matteo e io incominciata nel febbraio 2016 riguardante lo sfruttamento lavorativo e le condizioni di vita dei braccianti agricoli africani presenti nel sud Italia. Da questa esperienza è nata una grande consapevolezza e una forte volontà di sostegno e supporto alla lotta intrapresa dai braccianti per il loro riscatto sociale e lavorativo. Ciò si è concretizzato organizzando corsi strutturati di prima alfabetizzazione all’interno dei principali ghetti del sud Italia per creare emancipazione e difesa dei propri diritti e della propria dignità».
Qual è stata la genesi de “Le scarpe dei caporali”?
«Il monologo “Le scarpe dei caporali” è nato dall’incontro casuale di questi tre personaggi, tutti e tre all’epoca residenti a Bolzano, in un campo della legalità confiscato alla camorra a Scampia. A seguito di diversi confronti e grazie all’unione della nostra esperienza con il talento teatrale indiscusso di Salvatore, è nato lo spettacolo teatrale. Abbiamo cercato di creare una storia che potesse narrare il caporalato in tutte le sue sfaccettature ed “evoluzioni”, da quello storico degli anni ’50 sino a quello odierno, e che riuscisse a trasmettere, attraverso un mix di sensazioni contrastanti, indignazione per la disumanità di questa situazione, ma anche la forza di credere in un cambiamento possibile».
Perchè avete scelto il finanziamento con il crowdfounding? Non avete trovato editori?
«Abbiamo scelto questa modalità per sostenerci e sostenere i nostri progetti poiché fin dalla nostra nascita ci dichiariamo un collettivo totalmente
indipendente e perciò contrario a qualsiasi tipo di finanziamento pubblico. Il crowdfunding ci permette di coinvolgere più realtà che credono nel nostro percorso e di farle sentire allo stesso tempo partecipi ed artefici dei progetti che lanciamo. Grazie a queste iniziative siamo riusciti a realizzare
il primo corso di Italiano all’interno del ghetto di Boreano (Potenza, Basilicata) e con l’attuale crowdfunding realizzeremo una struttura in legno polifunzionale, adibita a scuola, ambulatorio e punto legale a seconda delle esigenze, da collocare nel ghetto di Rosarno (Reggio Calabria, Calabria). Questa struttura per l’appunto prende il nome di “Hospital(ity) school” e rappresenterà un presidio costante e presente sul territorio».
Quali riscontri avete avuto dal progetto Hospital(ity) school, la scuola aperta nel campo di Rosarno?
«Il progetto è attualmente in corso perciò non vogliamo trarre conclusioni troppo affrettate, però siamo molto soddisfatti di come sta procedendo il crowdfunding e del sostanzioso sostegno di coloro che credono in noi». 
Cosa significa per voi “accoglienza”?
«Per noi l’accoglienza è un valore importantissimo da tutelare e trasmettere, una qualità intrinseca in ogni essere vivente che si definisce “umano”. L’accoglienza rappresenta uno dei pilastri portanti su cui si basano i principi del collettivo. Crediamo che l’accoglienza sia la conoscenza dell’altro, della sua storia e dei suoi sogni, il rispetto delle diversità che ci distinguono ed arricchiscono e ultimo, ma non per importanza, la difesa dei diritti, della dignità e della mobilità di qualsiasi persona. Siamo convinti sostenitori dell’accoglienza diffusa come unico modello praticabile ed efficace per abbattere barricate e garantire il rispetto in senso lato della persona».
Come (non) funziona l’accoglienza dei migranti in Italia? Come si può migliorare?
«Il fatto che l’accoglienza in Italia non sia funzionante è palesemente riscontrabile nelle innumerevoli persone e famiglie che quotidianamente
si ritrovano per strada, nella miseria e senza futuro, nei morti che, con la poca speranza che ancora li anima, cercano di varcare confini immaginari che non sono mai stati reali e tangibili come oggigiorno. Un’accoglienza aggravata da pratiche burocratiche infinite e attese di richieste d’asilo o di collocamento estenuanti in cui, se va “bene”, i migranti vivono in strutture sovraffollate, senza i servizi minimi e senza potersi muovere verso altre mete. L’ “accoglienza” in tal senso diventa un lucro, un vero e proprio business per molti di coloro che di accoglienza dovrebbero intendersene ed occuparsene».
Qual è il ruolo delle mafie in tutta la filiera?
«Come tutti i grossi colossi di questa storia, per le multinazionali e la grande distribuzione organizzata, aiutate dalla totale noncuranza/assenza delle istituzioni, anche la mafia svolge,“invisibile” e indisturbata, un ruolo fondamentale nel rendere possibile e purtroppo difficilmente sradicabile la filiera sporca che muove questo mercato malato basato sull’uso intensivo di una manodopera migrante ricattabile e sempre più sfruttata e disumanizzata».

Veronika Rinasti


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