Antimafia e Legalità

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Agguato mafioso a Faenza?

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Al Tribunale a Ravenna è cominciato il processo per tentato omicidio ed estorsione, con l’aggravante del metodo mafioso, che vede sei persone alla sbarra tra le quali il presunto mandante, il 58enne Salvatore Randone, residente a Imola ma originario di Misterbianco, un piccolo comune in provincia di Catania. Assieme a lui sono indagati la moglie Maria Campanello e il figlio Antonio Randone, che vivono a Catania così come gli altri “protagonisti” Antonino Nicotra, Antonino Rivilli e Mario Caponnetto.  (continua cliccando qui)

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01 ottobre 2012

Nicola Femia: una storia di narcotraffico e videoslot

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Dopo la scoperta, il 18 settembre, di un bar di Lido Adriano che nascondeva, in una sala interna adibita a magazzino, una minibisca clandestina composta da 4 videopoker “fantasma (ovvero senza il collegamento che permetta il controllo delle giocate da parte delle autorità e della finanza) perfettamente funzionanti, torniamo a parlare di un problema ancora vivo nei nostri territori, cioè il collegamento tra gioco d’azzardo e criminalità organizzata.

E lo facciamo raccontando la storia di un personaggio che in Romagna abitava e dai nostri territori gestiva una rete societaria con centro nevralgico nel Ravennate, ma che si estendeva fino a Roma e Milano, attraversando Modena, Cavezzo e raggiungendo Bologna. Questa persona è Nicola Femia, detto dai suoi compari  “Rocco” oppure “u Curtu”.

La prima volta che sentiamo parlare di Nicola Femia è nel dicembre 2009, quando a 48 anni viene arrestato a S.Agata Sul Santerno per associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Femia, però, aveva conosciuto arresto e carcere fin dall’ottobre del 2002. Evidentemente la lezione non gli era servita, dato che i carabinieri lo hanno tratto in arresto per essere stato uno delle figure centrali di un giro di centinaia di chili di eroina, cocaina e marijuana. Dalle poche pagine di cronaca locale che si occupano  del caso apprendiamo che dopo il processo celebrato a Catanzaro, in cui è stato chiamato a rispondere di narcotraffico ed altre frivolezze ancora, Nicola Femia dovrà scontare 30 anni di cella. Ma tutto questo cosa c’entra con il gioco d’azzardo?

Presto detto: Nicola Femia, qui in Romagna, era titolare di una costellazione di società che noleggiano VideoSlot. E proprio su questo settore poneva l’attenzione la DIA già nel 2003: “Il comune di Santa Maria del Cedro vede il predominio della cosca Femia, vicina ai clan camorristici campani, secondo quanto emerso dall’operazione Anje. La compagine criminale gestisce, fra le altre tradizionali attività dilettose, il mercato dei videopoker… Geranio Graziella, moglie del capo Nicola Femia, ha retto le fila dell’organizzazione criminale nel periodo di detenzione del marito. I due sono stati colpiti da un provvedimento restrittivo nell’ambito della citata operazione”.

Oltre alla preoccupazione della DIA sempre nei primi anni 2000 Nicola Femia viene inserito nell’indagine Anje, che riguardava enormi quantitativi di droga spinti lungo l’asse calabro-pugliese.  Per gli inquirenti esisteva un business gestito da narcos albanesi che avrebbero provveduto al costante rifornimento dei “fratelli” calabresi con cocaina eroina e marijuana. Traffici che sarebbero stati preceduti da contrattazioni telefoniche “criptate”. Da un capo all’altro della cornetta i compari avrebbero trattato l’acquisto di “slot machines” e “pecore”. Macchinette ed ovini inesistenti, secondo l’accusa. L’espediente sarebbe servito per celare l’enorme smercio di sostanze stupefacenti.  L’organizzazione di albanesi avrebbe avuto una guida unica e una gestione verticale per riuscire a rifornire diversi mercati calabri. Ogni area avrebbe avuto un referente che si sarebbe occupato di organizzare una rete locale di spaccio. In particolare nel crotonese il riferimento sarebbe stato Francesco Mellino (poi condannato all’ergastolo per l’omicidio di mafia di Gabriele Guerra avvenuto proprio in Romagna) con l’aiuto di Ariania, Cardamone, Pupa, mentre dell’approvvigionamento nell’area del Tirreno cosentino si sarebbe occupato proprio Nicola Femia.

Nonostante fosse un personaggio conosciuto agli inquirenti Femia è riuscito a mettere in piedi un impero basato sul gioco d’azzardo, correndo sempre sul filo tra la legalità e l’illegalità. Quando non intestate direttamente a lui, le società facevano capo ai figli.

Tutte le sue attività sono venute allo scoperto nel novembre 2011 quando la procura di Milano ha arrestato Giulio Lampada, secondo gli investigatori il braccio imprenditoriale al nord del clan Valle-Lampada. Anche lui calabrese, ma residente in Lombardia, Lampada aveva mantenuto contatti solidi nella sua terra d’origine anche con professionisti e uomini di Stato allo scopo di ottenere la concessione dei Monopoli, così da poter investire in sale Bingo. In un’intercettazione uscita durante le indagini il sistema pare chiaro: “Al 99% va a conclusione perché c’è Franco (Morelli, il politico ndr) di mezzo… tutto il nord Italia… nel pacchetto c’è Milano, Venezia, la Liguria e Bologna,  fino a Bologna ci pigliamo appalti… fanno 50 richieste al mese… la sala giochi porta una media di soldi di 6/7 mila euro al mese. Stiamo parlando di slot.”

Ed è in questa fase dell’affare che Giulio Lampada chiede l’aiuto dell’amico imprenditore “romagnolo”, Nicola Femia,  per l’installazione delle slot: “170 macchine complete sarebbe a dire 2500 euro più Iva senza mettere i modelli né niente… alla cortese attenzione di Milano Games (una delle società del Lampada)”. Nicola Femia effettuerà l’operazione saldando questo ordine con la ditta di Massa Lombarda “Las Vegas Games”, intestata alla figlia.

E i collegamenti con il clan Valle-Lampada sono raccontati anche da Enzo Ciconte nell’ultimo report sulle mafie in Emilia-Romagna: “Alle porte delle elezioni del 2008 Lampada è in contatto con il politico reggiano dell’UDC Tarcisio Zobbi. Giulio Lampada ha una strategia precisa, aiutare Zobbi alle elezioni per permettere a un caro amico medico di entrare in politica. Una delle telefonate tra Zobbi e Lampada, pubblicata da tutti i giornali, termina con la promessa del boss milanese di coinvolgere un grosso imprenditore calabrese attivo in Emilia per convogliare voti verso il politico. Da alcuni atti ecco spuntare un particolare: Giulio Lampada subito dopo aver chiuso con Zobbi, a distanza di un’ora, telefona a “Rocco” Femia. Gli chiede un favore: di convogliare il maggior numero di voti dall’Emilia Romagna per il candidato “nostro carissimo amico”. E di organizzare una grande cena in Emilia-Romagna, interessando tutti i territori, con numerosi invitati.”

Dagli atti su Giulio Lampada si scopre quindi, con chiarezza, che i potenti ‘ndranghetisti di Milano si sono affidati alle società di Femia per noleggiare macchinette mangia-soldi. E ancora una volta risulta evidente il legame tra Milano e la Romagna nel settore del gioco d’azzardo, legame iniziato fin dai tempi di Epaminonda come raccontammo nell’articolo  “Gestione delle Bische in Romagna dagli anni ’80 ad oggi”. Dalle bische degli anni ‘80, l’imprenditoria mafiosa del gioco ha creato circoli ricreativi, accoglienti, autorizzati dallo Stato, legali a tutti gli effetti. Con qualche trucco però le organizzazioni mafiose riescono a truffare lo stesso Stato che gli ha concesso l’autorizzazione per operare con le slot. Come avvenuto anche a Lido Adriano pochi giorni fa.

La storia, però, non termina qui, perché come spesso accade, i soldi guadagnati vanno investiti in qualche modo ed ecco che il nome di Nicola Femia compare, in un’inchiesta del giornalista Roberto Galullo, ricollegato alle vicende di S.Marino. Infatti la vigilanza di Bankitalia ha fatto recentemente scattare l’ispezione su due società fiduciarie: la SOFIR di Bologna e la compagnia fiduciaria di Genova, che hanno scudato centinaia di milioni, soprattutto da S.Marino. Fra i clienti sui quali la SOFIR ha chiuso un occhio (o anche due!) c’è pure Nicola Femia, che aveva aperto il mandato fiduciario 2008-108 per “coprire” le quote della società Tecnoslot, un enorme volume d’affari nei videogame.

Quello che per i giornali locali era solo uno spacciatore, un calabrese arrestato per questioni di droga, si è dimostrato essere uno dei personaggi più importanti legati al gioco d’azzardo, con una rete di aziende capaci di collegare Calabria, Emilia-Romagna, Lombardia, fino a S.Marino dove pare venissero effettuate operazioni. Ma quello che è il dato più allarmante è che da parecchi anni sia le autorità giudiziarie sia la DIA avevano sollevato dubbi su Nicola Femia ma, nonostante questo, lui è  riuscito a creare indisturbato il suo piccolo impero economico operando nell’illegalità.

di Massimo Manzoli

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9 settembre 2012

La “mafia del Bosforo”dietro alla tratta dei clandestini al porto di Ravenna

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IMG_0869Il porto di Ravenna è un porto antico. Le prime flotte dell’impero romano si insediano già nel primo secolo a.c., ma il momento di massima attività e splendore sarà qualche secolo dopo in epoca bizantina come  ci raccontano i mosaici di S.Apollinare Nuovo. Seguirono secoli di declino fino al 1738 quando fu aperto il porto-canale Corsini. Ma il vero decollo del Porto di Ravenna come grande porto di rilevanza economica internazionale si ha nell’ultimo dopoguerra, in coincidenza con l’insediamento sulle sponde del porto canale di raffinerie e del petrolchimico legato alla scoperta di estesi giacimenti di metano nelle acque antistanti la città.

Attualmente i numerosi terminal del porto di Ravenna sono attrezzati per ricevere qualunque tipo di merce, è uno dei maggiori in Italia per quanto riguarda le rinfuse solide (materie prime per l’industria della ceramica, dei cereali, dei fertilizzanti e degli sfarinati) ma anche per legname e prodotti metallurgici. Il bacino di traffico principale è costituito dal Mediterraneo e dal Mar Nero.Rispetto a queste aree il porto di Ravenna è leader in Italia anche per i traffici in container. E propri quelle direttrici e quei container sono protagonisti di un traffico silenzioso che non sembra diminuire, vale a dire quello di esseri umani.

Quello della tratta di clandestini è un argomento che sembra lontano: nell’immaginario collettivo il problema è di Lampedusa, della Sicilia o al massimo della Puglia. Se si rileggono le notizie degli ultimi 5 anni ci si accorge, invece, che anche Ravenna, attraverso il suo porto, è territorio di sbarco di clandestini.

Nel luglio del 2007 sbarca a Ravenna la nave “Novigrad C” e all’interno della stiva vengono trovati 23 clandestini di origine turca con alimenti e acqua per affrontare il viaggio. La nave partita da Mariupol, importante porto dell’Ucraina sudorientale, sul mare D’Azov, con un carico di argilla destinato allo scalo ravennate, aveva fatto una sosta due giorni a Istanbul, dove probabilmente erano saliti a bordo i clandestini. A dare l’allarme è stato proprio il comandante della Novigrad C, una volta giunto al largo di Ravenna, che ha raccontato di essersi fermato nel mar di Marmara per imbarcare acqua. Qui sarebbero saliti i clandestini. Non si è mai ben chiarita la posizione del comandante, anche se non iscritto nel registro degli indagati: sembra strano potesse non sapere nulla di quelle presenze. Risulta invece chiaro che qualcuno sulla nave ha organizzato il viaggio tanto che sette marittimi, che probabilmente avevano consentito ai clandestini di salire a bordo, per evitare il rischio di conseguenze penali al rientro in Turchia, avevano minacciato di scendere dalla nave e rimanere in terra romagnola. Uno di questi riuscì a fuggire a bordo di un taxi e di lui si persero le tracce.

Solo un mese dopo, il 30 agosto 2007, la Squadra Mobile, in collaborazione con il personale della Polizia di Frontiera procede all’esecuzione del fermo di due cittadini turchi, entrambi imbarcati sulla motonave “Koymenler 1°”, battente bandiera turca.  Sui due uomini, Bakacak Nazmi, nato ad Andirin (Turchia) il 1/4/1989 e Zengin Zafer, nato a Carsamba (Turchia) il 21/3/1977 pende l’accusa di aver favorito, in concorso con altre persone operanti in Turchia e ancora non identificate, l’ingresso clandestino in territorio italiano di 8 cittadini di nazionalità turca, irachena e di etnia curda. I due fermati avrebbero imbarcato i clandestini a bordo della motonave Koymenler 1, ancorata in acque territoriali turche nei pressi di Istanbul, nella notte tra il 12 ed il 13 agosto scorsi, per trasportarli sino a Ravenna.

E la situazione si ripresenta simile nel maggio del 2010 quando in un rimorchio frigo scaricato dalla nave “Ropax”, in servizio per la Adriatica Lines, battente bandiera del Regno Unito e proveniente dalla Grecia con tratta Corinto-Bari-Ravenna, si scoprono 65 clandestini, tra i quali quattro bambini.

Quella stessa motonave sbarcata a Porto Corsini il 13 maggio 2010, di scali nel terminal romagnolo ne aveva fatti almeno altri cinque. Che, con elevata probabilità, di profughi ne ha fatti scendere altrettanti. Il calcolo è facile: circa 60 extracomunitari per ogni sbarco dell’imbarcazione. Un totale di 300 profughi arrivati nel ravennate, le cui tracce si sono disperse uscendo alla spicciolata dal rimorchio “speciale”. Queste sono le supposizioni  degli inquirenti una volta consultate le carte che hanno registrato quante volte la “Ropax” ha toccato la banchina di Porto Corsini, confrontando per giunta il peso esatto del carico trasportato. Stessa merce dichiarata, cioè arance, e stesso peso, ovvero un terzo di quanto il rimorchio frigo avrebbe potuto trasportare. Anche se non vi sono certezze, è lecito supporre che i restanti due terzi di spazio venissero utilizzati proprio per stipare gli stranieri che profumatamente avevano pagato i vertici dell’organizzazione criminale per riuscire a imbarcarsi.

I migranti erano riusciti a raggiungere il territorio dello stato italiano opportunamente celati all’interno del rimorchio frigo, che trasportava cartoni di arance, in uno spazio all’uopo appositamente creato, dotato anche di gabinetto chimico e collegato all’esterno da un’apertura praticata nella zona centrale del pavimento. Le indagini conseguenti allo sbarco sono proseguite con l’accompagnamento di tutti i clandestini presso la Questura, ove la squadra Mobile ha effettuato la consueta “intervista” circa il viaggio compiuto. Attraverso la conseguente attività investigativa e tecnica, in un primo tempo coordinata dalla Procura di Ravenna e poi passata alla DDA di Bologna per competenza, si sono scoperte due distinte e separate “rotte” usate per favorire l’immigrazione clandestina transnazionale: un primo canale attinente l’immigrazione illegale in Italia, dalla Turchia e dalla Grecia di persone provenienti dall’Afghanistan, dal Pakistan e dall’Iran, che per la maggior parte vengono poi fatte proseguire per altri Paesi del Nord Europa; un secondo canale invece faceva riferimento alle rotte via mare, provenienti dall’Egitto e dalla Libia.

Successivamente, a Bologna, tramite la Squadra Mobile si è sviluppata un’ulteriore attività che ha consentito di individuare diversi passeur, poi colpiti dai provvedimenti restrittivi. Dall’analisi delle conversazioni telefoniche e dal riscontro operato attraverso i servizi di osservazione svolti dagli investigatori è emerso come le attività dei passeur si svolgessero principalmente nel territorio della regione Emilia-Romagna, importante e fondamentale snodo viario e ferroviario, pur coinvolgendo altri ambiti territoriali. In particolare gli indagati si incaricavano di far transitare, dietro corrispettivo e con modalità protette ed assistite, i profughi organizzandone gli spostamenti mediante l’utilizzo di veicoli nella loro disponibilità nonché di instradare i medesimi mediante diversi mezzi di trasporto.

Complessivamente sono state denunciate 72 persone di diversa nazionalità per aver fatto parte assieme ad altri di un’associazione per delinquere finalizzata all’ingresso illegale in Italia di cittadini extracomunitari, in particolare di origine afghana, pakistana e iraniana, avvalendosi di un’organizzazione, con al vertice soggetti di origine turco-greca, che attraverso la ricezione di ingenti compensi gestiva il trasferimento, attraverso le rotte e i percorsi internazionali verso i Paesi del Nord Europa, dei migranti approdati clandestinamente in Italia.

Ma aver smantellato questa rete non basta a fermare gli arrivi e la storia continua a ripetersi. Questa volta nel gennaio 2012 la Squadra Mobile arresta due cittadini turchi per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’arrivo dei clandestini in Italia ed a Ravenna è caduto in una giornata particolare: quella dello sciopero dei trasportatori. La zona dove si sono incontrati era quella del Porto San Vitale, dove erano scesi da un autoarticolato. Nell’area vi erano diverse pattuglie della Polizia per l’iniziativa di protesta dei camionisti, oltre alla pattuglia rinforzata della Polizia di Frontiera che controllava l’ingresso del porto. Nel corso della serata è stata notata un’auto che ha fatto diversi passaggi. Insospettiti dall’andirivieni, i poliziotti hanno atteso un po’ prima di intervenire, fino a quando hanno verificato che sull’auto la presenza delle persone era aumentata. Messisi all’inseguimento, le pattuglie hanno deciso di intervenire e fare un controllo alla barriera autostradale.

Particolare la scena presentatasi agli agenti: in sette su di un’auto, di cui cinque nell’abitacolo. Gli ultimi due, con sorpresa dei poliziotti, sono usciti dal bagagliaio quando è stata fatta la perquisizione del mezzo. Ad ogni passeggero, hanno appurato le indagini della Mobile, l’ingresso in Italia era costato 5000 euro. I responsabili del traffico, Serdar Tekin di 35 anni e Ilhami Ozen di 37 anni, entrambi residenti a Modena e regolari in Italia (uno gestisce un negozio di kebab, l’altro lavora nell’edilizia), sono stati arrestati. Uno di loro era già stato arrestato altre due volte tra agosto e novembre 2011. I due sono in carcere e i cinque clandestini sono stati avviati all’espulsione.

Tutta questa serie di arrivi, dalle modalità molto simili, ci ha spesso fatto parlare di “mafia del Bosforo” dietro alla tratta dei clandestini nei porti dell’alto Adriatico. E la conferma arriva pochissimi giorni fa, con l’operazione Okan che ha portato all’arresto in flagranza di reato di 16 passeur  turchi, sloveni, croati e kosovari, alla denuncia di altre cinque persone e al sequestro di otto autoveicoli che servivano per il trasporto dei clandestini.

L’attività investigativa si è conclusa con l’esecuzione delle misure e le perquisizioni (queste articolatesi nelle province di Reggio Emilia, Modena e Ravenna) disposte dalla Dda nei confronti dei componenti della “cellula italiana” dell’organizzazione, cioè i due cittadini turchi residenti a Modena arrestati a Ravenna nel gennaio 2012: al 36enne Ilhami Ozen è stata notificata in prigione a Ravenna la nuova custodia cautelare in carcere disposta nei suoi confronti, mentre al 35enne Serdar Tekin è stata notificata l’applicazione degli arresti domiciliari. L’abitazione di quest’ultimo è stata inoltre perquisita: gli agenti vi hanno trovato materiale utile alle indagini. Ozen era stato arrestato due volte in flagranza di reato nel 2011: una volta a Trieste e una a Tarvisio. Altri tre cittadini turchi, ritenuti al vertice dell’organizzazione criminale, sono ricercati e fondamentale è la collaborazione con le altre forze di polizia di Slovenia, Croazia, Austria e del contingente Eulex operante in Kosovo: oltre agli arresti effettuati a Trieste (più di una decina gli episodi), vari sono stati quelli conclusi infatti fra Slovenia, Croazia e Kosovo.

I clandestini si affidavano a questa organizzazione, che garantiva il “viaggio” a fronte del pagamento di una cifra attorno ai sei-settemila euro a persona: chi veniva trasferito in auto, chi in pullman, altri su treno o pure in aereo e per via marittima verso i porti di Ravenna e di Trieste. Ancora una volta va sottolineato come dietro allo sbarco ci fosse un sodalizio criminale estremamente ramificato che lungo tutta la rotta migratoria, ha sempre potuto contare su basi logistiche, mezzi e uomini capaci e fidati.

Raccogliendo le notizie degli sbarchi nella sola Ravenna ci si accorge come la criminalità organizzata internazionale sfrutti la condizione di persone, donne uomini e spesso bambini, che scappano dai loro Paesi di origine, dalla fame e dalla guerra, per ricavare facili guadagni. E la cosa ancora più allarmante è che queste organizzazioni non controllano solo il viaggio della  disperazione ma anche l’arrivo e la “sistemazione” di queste persone attraverso una fitta rete di contatti che parte anche da Ravenna per andare ad arrivare nei Paesi di destinazione del nord Europa.

di Massimo Manzoli

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29 marzo 2012

L’impero (mafioso?) dei sensi

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Continuiamo il nostro percorso di esame di quelle attività che risultano essere appetibili alle mafie autoctone o straniere a causa di vuoti normativi della legislazione italiana riguardanti la loro gestione. Dopo l’analisi sul gioco d’azzardo e quella sui negozi “Compro Oro”, questa volta è il turno di analizzare il fenomeno dei centri di massaggi estetici.

La diffusione sempre più capillare dei centri massaggi in Italia è un fenomeno ormai assodato, e il motivo di questa proliferante presenza è semplice: a livello nazionale non esistono norme precise che regolamentino la loro attività, e spesso ci si deve accontentare solamente di ordinanze e regolamenti comunali. Per diventare massaggiatore basterebbe frequentare un corso di formazione professionale rivolto agli operatori che desiderano svolgere la professione per aprire poi una Partita IVA presso l’Agenzia delle Entrate entro i primi 30 giorni dall’inizio dell’attività. È richiesta la compilazione del modulo apposito su cui è indicato il numero 96.09.09, in cui il codice di attività Ateco (il codice proprio di ciascuna ATtività ECOnomica, utile alle rilevazioni ISTAT) distinguerà il massaggio in base alla sua tipologia, tra quello per attività di massaggi (75), per la riflessologia (76), per la pranoterapia (77), per la naturopatia (78) e quello attinente ad altri trattamenti per il benessere fisico (79). Dal punto di vista legale, dato che non si sta aprendo né un centro estetico né uno studio medico, e dato che si tratta appunto di lavoratori autonomi, non è richiesta l’iscrizione alla Camera di Commercio né ad altri Registri pubblici: nonostante questo sarebbe meglio fare un preventivo colloquio con un commercialista specializzato per elaborare la Dichiarazione di Inizio Attività in cui sia espressa una eventuale opzione per i regimi fiscali agevolati.

Bisogna quindi prestare attenzione a rimanere nel campo del massaggio di “benessere” senza sconfinare in massaggi invece di tipo estetico, come possono essere quello linfodrenante, o quelli di tipo medico, come ad esempio la fisioterapia: in quei casi infatti è richiesta al praticante di tali massaggi una qualifica professionale ben diversa e meglio regolamentata.

Come possiamo ben vedere, la professione di massaggiatore olistico non è ben inquadrata dalla normativa italiana. Oltretutto, come rivelano gli ultimi rilevamenti Unioncamere, il settore del benessere risulta essere uno dei pochi in controtendenza rispetto alla crisi comune: confrontando il terzo trimestre del 2011 rispetto all’anno precedente si può scoprire che vi è stato un incremento di ben 1400 centri estetici e 500 parrucchieri in più. Unendo i due elementi, vale a dire l’assenza di legislazione adeguata e la maggiore attenzione per il proprio aspetto fisico in tempo di crisi dimostrata dagli Italiani, possiamo capire perché il settore si presti così bene ad infiltrazioni criminali.

A Brescia ci sono stati alcuni casi emblematici che, senza andare a scomodare le associazioni mafiose, ci fanno capire che spesso e volentieri quello del centro massaggi è un semplice paravento per nascondere fenomeni più o meno vasti di prostituzione. Nel dicembre scorso, nel corso dell’operazione “Wellness”, durante i controlli di una trentina di centri benessere, si è scoperto che all’interno di cinque di questi una ventina di donne, soprattutto bresciane -tra cui un’istruttrice di palestra e un paio di operaie- ma anche thailandesi, cubane, brasiliane, cinesi e cingalesi, offrivano massaggi hard. Al reato di sfruttamento della prostituzione a carico dei gestori dei centri si sono poi aggiunti quelli di natura fiscale, dato che risultano non dichiarati redditi per più di 1,5 milioni di euro.

Tenendo a mente queste cifre, riferite a soli 5 centri, prendiamo ad esempio la situazione dell’intera Lombardia per capire il potenziale guadagno di chi si dimostri interessato a sfruttare illegalmente queste attività: secondo un recente studio della Camera di Commercio Regionale, le imprese dedicate al benessere stanno crescendo in maniera esponenziale. Se la media di incremento nella regione nel 2010 di questo tipo di attività era stata del 15,4%, a Milano la percentuale aumentava, sino a raggiungere il 24,4%.

Parlando in special modo di centri massaggi, si scopre invece che tra gennaio e luglio 2010 in città sono stati aperti 97 nuovi centri. La maggior parte (77) sono gestiti da cittadini cinesi e impiegano ragazze cinesi. I centri massaggi nella capitale lombarda erano “appena 3 nel 1994, sono saliti a 49 nel 2003, per arrivare a 193 nel 2008, e crescere ancora a 271 (nel 2009) e a 368 totali nel 2010. Quelli gestiti da cinesi erano appena 8 nel 2007 e sono 166 oggi.” come riferisce Riccardo De Corato, ex vicesindaco di Milano.

Visto il gran numero di centri massaggi aperti da cittadini cinesi, la mafia cinese non ha esitato ad infiltrarsi nella loro gestione, determinata a sfruttare appieno le potenzialità illegali del settore e, quando non si hanno concrete prove di associazione mafiosa, si riscontrano comunque numerosi esempi di illegalità criminale. Ad esempio nel gennaio 2011, sempre a Milano, sono state arrestate tre immigrate cinesi di 53, 47 e 41 anni per sfruttamento della prostituzione: erano non solo le proprietarie di alcuni centri massaggi, ma anche maîtresse. La magistratura ha ordinato la chiusura di tre loro locali. «Le arrestate – spiegano gli investigatori che si sono occupati del caso – avevano un accordo fra di loro sia per i tariffari da applicare nei vari centri massaggi sia per la rotazione delle ragazze, che venivano fatte girare per offrire ai clienti sempre nuove massaggiatrici», alcune di queste addirittura minorenni. Stesse modalità a Modena, dove la Municipale e la Squadra Mobile,  assieme ai funzionari dell’ispettorato provinciale del lavoro questo mese hanno fatto chiudere due centri massaggi della città: ancora una volta l’accusa è di sfruttamento della prostituzione. 13 le ragazze di nazionalità cinese che svolgevano l’attività di “massaggiatrici” e 3210 euro sequestrati in quanto proventi dell’attività illecita.

Un documentato caso di mafia, invece, è stato riscontrato all’interno della nostra regione: forse ci troviamo solamente un passo indietro rispetto ad una proliferazione come quella in Lombardia, ma non siamo certo territorio immune. Il capoluogo emiliano è stato toccato da un’operazione della Guardia di Finanza di Firenze che ha dimostrato come, oltretutto, mafia cinese e criminalità italiana siano in grado di collaborare unitariamente quando si tratta di ricavare grandi guadagni.

Questa operazione, avvenuta nello stesso 2010, ha portato all’arresto di 17 cittadini cinesi e 7 italiani con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al riciclaggio di proventi illeciti derivanti dai reati di contraffazione, frode in commercio e vendita di prodotti industriali in violazione delle norme a tutela del ”Made in Italy”, evasione fiscale, favoreggiamento dell’ingresso e della permanenza nel territorio dello Stato di cittadini cinesi clandestini per il successivo sfruttamento nell’impiego al lavoro, sfruttamento della prostituzione e ricettazione.  Le indagini che hanno portato a questi arresti sono iniziate nel 2008, quando le Fiamme Gialle del Nucleo di Polizia Tributaria di Firenze hanno individuato un patto criminale fra una famiglia cinese -composta da Cai Jianhan, padre, 63 anni residente a Milano, e 2 figli, Cai Cheng Chun, 41 anni residente a Padova, e Cai Cheng Qui, 37 anni residente a Milano- e una famiglia italiana, composta dai due fratelli bolognesi Fabrizio Bolzonaro, 43 anni, residente a S. Lazzaro (BO), e Andrea Bolzonaro, 43 anni, residente a Pianoro (BO), nonché dal padre B. L., nato a Malalbergo (BO), 66 anni, e anch’esso residente a San Lazzaro (BO).

Fra tutte le attività criminose messe in atto dalle due famiglie a partire dal 2006, unite in una struttura verticistica dominata dalla famiglia Cai grazie ad intimidazioni sia psicologiche sia violente, si può riscontrare la tratta di manodopera clandestina proveniente dalla Cina: gli uomini sarebbero stati destinati prevalentemente a laboratori dove venivano costretti a vivere in regimi di quasi completa schiavitù, in ambienti insalubri e sporchi, mentre le donne, soprattutto quelle giovani, avrebbero trovato posto all’interno di moderne case chiuse camuffate appunto da centri massaggi orientali. Oltretutto, per chi non saldava il debito contratto con l’organizzazione al momento dell’ingresso in Italia, ammontante circa a 13.000 euro pro capite, erano previste vessazioni che culminavano con violenti pestaggi e minacce di morte.

Casi simili, fortunatamente di portata inferiore, sono avvenuti anche nella nostra provincia: nel novembre scorso un centro olistico di massaggi è stato chiuso a Ravenna dai carabinieri per esercizio abusivo dell’attività terapeutica. Il Centro Luce, situato nei pressi dell’ex Sir, era gestito da un’imprenditrice cinese di 36 anni, denunciata a piede libero, ed è stato sequestrato per evitare che al suo interno si continuassero a praticare massaggi: oltretutto non venivano rispettate le normative dal punto di vista sanitario.

E, quando i centri non chiudono per problemi di licenza, spesso chiudono perché al loro interno si svolgono attività di prostituzione, come ad esempio è accaduto nel gennaio di quest’anno a Riccione: l’operazione Gran Finale –che prendeva il nome proprio dal cosiddetto “happy ending” che concludeva quasi ogni massaggio- ha permesso l’arresto di una cinese di 39 anni, titolare del centro massaggi Sole Luna di Riccione, la quale costringeva una connazionale ad offrire prestazioni sessuali ai clienti.

Le modalità di sfruttamento non cambiano, indipendentemente dal numero di ragazze impiegate all’interno del negozio: non avendo uno stipendio fisso, a loro spetta solamente una percentuale del ricavato ottenuto tramite i massaggi “convenzionali”. Il pagamento dell’extra invece, l’happy ending o massaggio romantico come viene definito in gergo, rimane interamente nelle tasche della ragazza; una cifra che va dai 30 ai 50 euro che spesso non fa in tempo ad essere guadagnata per passare comunque nelle mani del o della titolare del centro in cui le massaggiatrici-squillo sono costrette a lavorare dato che, come abbiamo già accennato prima, la quasi totalità di loro sono giunte in Italia da clandestine contraendo un debito che può ammontare fino a 15mila euro.

E proprio per ripagare una cifra simile sono costrette ad esercitare la loro professione anche 15 ore al giorno, in cambio solamente di due pasti caldi giornalieri  e di un posto letto in brandina in un monolocale sovraffollato.

Tirando le somme, abbiamo visto come sia necessario vedere oltre il semplice nascere di un fenomeno per poter comprendere appieno la sua reale portata e le sue eventuali ricadute sul territorio. E ovviamente a questa attività va integrata una legislatura adeguata, dato che una semplice azione repressiva delle forze dell’ordine può sì contenere il fenomeno criminale ma non certo rimuoverne le radici: a questo proposito sì può citare la proposta di legge Fluvi, presentata il 25 febbraio 2010. In essa si può leggere che I centri benessere, censiti con vari nomi e classificati sotto diverse tipologie, sono attualmente 30.000 in tutta Italia, con un numero di clienti annuo pari a 40 milioni e con un giro di affari di circa 21 miliardi di euro. […] La rilevanza di questi numeri rende chiara l’importanza della riorganizzazione del settore, con una definizione dei ruoli e delle funzioni collegati alle attività svolte. L’attuale denominazione di centri benessere che si applica a qualsiasi attività di cura estetica del corpo riguarda un’eterogenea platea di imprese: dai centri estetici alle palestre, da quanti offrono trattamenti di medicina naturale ai poliambulatori che comprendono tra i propri servizi anche il trattamento estetico, dai centri fitness e wellness a quelli che propongono terapie eseguite con apparecchi elettromedicali, fino ai centri di abbronzatura. Tale variegato quadro imprenditoriale si è andato formando a seguito della crescita della domanda di benessere da parte dei consumatori. Nel contempo è tuttavia emerso un problema rilevante, conseguente all’assenza di una legislazione specifica per il settore, in un ambito assai delicato nel quale è necessario in primo luogo stabilire il confine tra cura medica e trattamento estetico, anche a seguito dei molti casi di cronaca relativi a danni irreversibili prodotti nei pazienti, fino al decesso, come conseguenza dell’imperizia e della mancanza di igiene di determinate strutture. Proprio per evitare la generalizzazione e per tutelare l’utente di tali servizi è necessario provvedere con una legislazione ad hoc”.

L’iter del ddl procede e speriamo in una sua futura approvazione: nonostante esso non parli di mafia ci auguriamo che i suoi effetti riescano a regolamentare questo settore, in cui la presenza mafiosa non è più solamente quantificabile come infiltrazione ma come una redditizia e solida realtà.

di Silvia Occhipinti

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09 marzo 2012

L’azzardo sociale

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Nel gennaio 2012 è uscito Azzardopoli, un dossier sul gioco d’azzardo in Italia, pubblicato da Libera; si tratta di una ricostruzione degli ultimi anni del fenomeno della legalizzazione del gioco d’azzardo e delle sue conseguenze sociali ed economiche. Libera si occupa di lotta alle mafie e viene quindi approfondito anche l’aspetto delle infiltrazioni mafiose in questo settore altamente redditizio. In questo articolo si vogliono dare spunti di riflessione e approfondimento sui diversi aspetti del fenomeno del gioco d’azzardo:

1.Da rischio a patologia

2.Possibilità di gioco

3.Quanti giocano

4.Infiltrazioni mafiose

5.Segnali positivi e segnali negativi

 

1. DA RISCHIO A PATOLOGIA

Il gioco d’azzardo è un problema sociale e per molte persone e famiglie può far più danni di una crisi economica.

La cultura della superstizione, altamente diffusa in Italia, così come il gusto della scommessa, spingono nel limbo della malattia del gioco.

Mentre la cultura della superstizione ha origini antiche che si dovrebbero ricercare alle origini delle civiltà, il piacere della scommessa e dell’incertezza è più intrinseco nell’essere umano, è un bisogno. Il rischio e l’adrenalina danno sensazioni forti, forse più della vincita.

La porzione di popolazione individuata come soggetta a rischio dipendenza è stimata attorno ai 2 milioni di persone. Sono coinvolte tutte le fasce d’età, dal giovane costantemente al computer, all’over settantenne che acquista numerosi Gratta e Vinci.

Secondo l’Alea, associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio, i giocatori patologici sono l’1-3% dell’universo dei giocatori d’azzardo. Le ricerche effettuate dimostrano che l’aumento delle possibilità di gioco è direttamente proporzionale all’aumento di persone che perdono il controllo e diventano giocatori problematici o patologici.

Considerando una popolazione di 47,5 milioni di italiani maggiorenni e che il 71% di questi si stima  abbiano giocato e che fra i giocatori ve ne siano il 5,1% a rischio e il 2,1% patologico, possiamo dare le seguenti cifre, cioè 1 milione e 720 mila giocatori a rischio e 708 mila adulti patologici. Oltre a questi si stimano attorno all’11% i minorenni che giocano in modo patologico o a rischio.

Nonostante in Italia il gioco d’azzardo sia vietato ai minorenni, molti adolescenti tra i 12 e i 17 anni spendono dai 30 ai 50 euro al mese in slot machine, poker online e gratta e vinci, eludendo i divieti.

Il problema sorge quando il gioco diventa una droga e gli adolescenti sono pronti a rubare i soldi in casa o anche fuori pur di soddisfare il loro bisogno di scommettere.

Secondo il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) esistono dieci criteri per riconoscere un giocatore patologico, accostandone ad esso almeno cinque:

  • essere eccessivamente assorbito nel gioco
  • aver bisogno di giocare d’azzardo con quantità crescenti di denaro per raggiungere l’eccitazione desiderata
  • aver ripetutamente tentato, ma con insuccesso, di controllare, ridurre o interrompere il gioco d’azzardo
  • giocare d’azzardo per sfuggire a problemi o per alleviare un umore distonico
  • dopo aver perso denaro al gioco spesso tornare un altro giorno per giocare, rincorrendo le proprie perdite
  • mentire a familiari, a terapista o  altri per nascondere l’entità del proprio coinvolgimento nel gioco
  • commettere azioni illegali per finanziare il proprio gioco d’azzardo
  • mettere a repentaglio o perdere una relazione significativa, il lavoro od opportunità scolastiche o di carriera per il gioco d’azzardo
  • fare affidamento sugli altri per reperire denaro o alleviare una situazione finanziaria disperata

L’elemento ricorrente con cui si confrontano le strutture di recupero nei giocatori patologici è la convinzione del giocatore di poter tenere sotto controllo il proprio vizio, mentre in realtà esso gli sfugge e lo domina.

Il Gap (gioco d’azzardo patologico) è stato definito come il sintomo di una malattia psichica compulsiva che si manifesta con disturbi dell’affettività, disadattamento alla realtà e gravi forme di autolesionismo. Il soggetto colpito ha una tendenza alla depressione, è incline agli stati d’ansia, ha difficoltà ad esprimere le proprie emozioni e mostra un’impulsività molto elevata.

Anche il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, afferma: “Il gioco d’azzardo è un’emergenza sociale” e dopo aver elencato cifre corrispondenti a quelle riportate continua: “è necessario arginare il gioco d’azzardo quale sirena di vita facile, mentre invece è una dipendenza abbruttente”.

2. POSSIBILITA’ DI GIOCO

Negli ultimi anni i governi italiani hanno sempre più fatto ricorso al gioco d’azzardo legalizzato per fornire risorse alle casse dello Stato. Questo può dimostrare due cose: i politici non hanno una preparazione adeguata, né idee innovative fuori dagli schemi rispetto ai predecessori, necessarie per guidare un Paese e, al contempo, essi non esitano a generare tasse mascherate, che sicuramente colpiranno quella parte di popolazione culturalmente ed economicamente già più esposta.

Ora prendiamo in esame le varie possibilità di gioco ad oggi, evidenziandone l’anno di introduzione.

– GRATTA E VINCI: è una lotteria istantanea nata nel ’94 dalla finanziaria del governo Ciampi. Ad oggi se ne contano più di 30 tipi, dai più economici, del valore di 1€, ai più costosi da 20€. Nel 2006 l’AAMS, l’ente che gestisce la lotteria istantanea, ha introdotto il gratta e vinci on line, ovvero la trasposizione su internet del gioco.

– LOTTO: è il gioco esistente da più tempo; già nel 1863, poco dopo l’unione della nazione, il lotto era diffuso ovunque. E’ disciplinato dalla legge n. 528 del 2 agosto 1982 e dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 560 del 16 settembre 1996. E’ gestito dall’Ispettorato Generale per il Lotto e le Lotterie, Direzione Generale delle Entrate Speciali. Le estrazioni sono rimaste settimanali fino al 1997, quando diventarono bisettimanali, per poi diventare trisettimanali nel 2005.

– BINGO: è anche noto come tombola ed in Italia è introdotto dal settembre 2001 in apposite sale autorizzate dallo Stato. Il gioco del Bingo è stato introdotto in Italia con la “Legge 13 maggio 1999, n. 133” prevedendo l’istituzione di sale bingo che avrebbero avuto anche la funzione di aggregazione sociale.

– SUPERENALOTTO: in sostituzione dell’Enalotto, è entrato in funzione nel 1997 e si tratta di un gioco legato alle estrazioni del lotto.

– WIN FOR LIFE: essenzialmente un lotto, con meno numeri e un’estrazione all’ora dalle 8 alle 22; il premio è una cifra corrisposta mensilmente per 20 anni. Introdotto in Italia nel settembre 2009, è un concessionario AAMS.

SKILL GAMES: questo tipo di gioco è stato introdotto durante il governo Prodi dal cosiddetto Decreto Bersani numero 223 del 2006, convertito nella Legge 248 del 2006, nel quale si trova questa definizione di skill games: “giochi di abilità a distanza con vincita in denaro, nei quali il risultato dipende, in misura prevalente rispetto all’elemento aleatorio, dall’abilità dei giocatori”.

– CONCORSI PRONOSTICI: fanno parte  tutte le scommesse sportive, nelle sale adibite (es. PUNTO SNAI) e on line (es. BWIN).

– GIOCHI SPORTIVI: sono i vari giochi basati su calcio, formula 1, ippica, ecc, che esistono da diverso tempo.

– VIDEOLOTTERIES E SLOT: liberalizzate nel 2003, la loro distribuzione è divenuta capillare sul territorio italiano. Sono controllate dall’AAMS che ne affida la gestione a diversi concessionari.

Da un’analisi cronologica si può vedere che negli ultimi dieci anni lo Stato ha fatto ricorso all’introduzione di nuovi giochi o alla liberalizzazione di altri già esistenti.

Agli inizi degli anni ’90 erano 3 le occasioni di gioco autorizzato: totocalcio, lotto e scommesse ippiche; nel 2006 le occasioni di gioco salgono a 15, con gli skill games nel 2007 ed il win for life nel 2009 non ha più senso parlare di occasioni di gioco settimanali, dato che ognuno potrebbe potenzialmente giocare tutto il giorno.

In particolare, se si prende l’esempio delle videolotteries, si può constatare che queste sono ormai diffuse capillarmente sul territorio nazionale e sono diventate un punto di riferimento per i giocatori di tutte le età. Da notare infatti che i nuovi punti gioco vengono spesso inaugurati in prossimità di edifici scolastici, nonostante la frequentazione di queste sale sia vietata ai minorenni.

3. QUANTI GIOCANO

Con il gioco d’azzardo legalizzato in Italia siamo di fronte ad una di quelle situazioni che si percepiscono come socialmente pericolose, ma alle quali non si porrà un freno finché il problema non sarà ad uno stadio avanzato.

Alcuni mezzi di informazione lo rivelano: la crescita dei giocatori è esponenziale, proporzionalmente all’aumento delle possibilità di gioco.

Il comparto dei giochi pubblici e delle scommesse sportive si è affermato come settore trainante del sistema del nostro Paese. In Italia, infatti, la raccolta degli introiti dei giochi tra il 2003 e il 2010 è stata complessivamente di 309 miliardi di euro, un comparto che ha visto aumentare i volumi di raccolta ad un tasso medio annuo del 23% tra il 2003 e il 2009 (da 15,4 a 54,3 miliardi di euro) e del 13% nel 2010, raggiungendo la cifra di 61 miliardi di euro (+296% rispetto al 2003) e nel 2011 la cifra di 76 miliardi. Il gioco d’azzardo è l’unica industria in Italia che ride di fronte alla crisi economica che da anni attanaglia le grandi potenze occidentali: oltretutto è un’industria che affonda proprio negli effetti di questa crisi le radici della sua prosperità.

In Germania, per fare un piccolo raffronto, il giro d’affari è poco superiore alla metà di quello fatto registrare in Italia, mentre la capitale mondiale del gioco d’azzardo, Las Vegas , non supera i 6,5 mld di dollari e, al contrario di quello che accade dalle nostre parti, il dato ha subito negli ultimi anni un ingente calo, sulla scia, appunto, della crisi economica mondiale.

Ma perché in Italia il gioco d’azzardo resiste alla crisi? La risposta appare quanto mai semplice: perché lo Stato lo incentiva anziché combatterlo.

Quando la pressione fiscale sui cittadini è già elevata lo Stato ricorre a metodi di tassazione indiretta, proponendo nuovi giochi, concorsi o lotterie e liberalizzando in maniera sfrenata l’apertura di sempre più diversificate case da gioco.

A tal proposito, questo è quanto recita la Commissione parlamentare antimafia in una relazione portata all’attenzione dei Presidenti di Camera e Senato: “La diffusione estesa sul territorio delle più fantasiose forme di “tassazione indiretta”, in verità alimenta la malattia del gioco invece di curarla. Nei periodi di crisi economica si denota ancor più tale fenomeno degenerativo in quanto, nell’impossibilità di un aumento della tassazione, si accentua il ricorso a incentivazioni della malattia del gioco, un meccanismo che, quanto più cresce, tanto più è destinato a favorire forme occulte di prelievo nelle tasche dei cittadini, mascherando tale prelievo con l’ammiccante definizione di gioco, divertimento e intrattenimento”.

E i numeri confermano la relazione: negli ultimi 8 anni, il volume della raccolta da gioco d’azzardo è cresciuto addirittura del 450% e conseguentemente l’incidenza del fatturato dell’industria dei giochi sul Pil nazionale è passata da un valore di poco superiore al punto percentuale nel 2003 (1,15%) a 4,1 punti nel 2010.

Vediamo nel dettaglio qual è la distribuzione dei vari giochi nel totale degli incassi al 2011: dominano le cosiddette macchinette (videolotteries, newslot), con il 54% degli incassi totali, ovvero 41,5 miliardi di euro; un notevole  aumento rispetto al 2010 è stato fatto dagli skill games (poker on line, casino on line), passando dal 3,1% all’8,5%, gli altri circa stabili sono visibili nel grafico sotto riportato

La maggiore facilità con cui si può navigare web e l’incremento del numero di persone connesse spiega il successo del gioco on line. Trovarsi comodamente a casa con uno schermo davanti che permette di trascorrere del tempo dentro a veri e propri templi del gioco d’azzardo, con interfacce realistiche ed accattivanti e al contempo la riservatezza dell’interno della propria abitazione, sono tutti fattori che alimentano il volume degli affari di questo settore.

Per chiarezza se, nel 2011, gli incassi dal mondo del gioco legalizzato per lo Stato sono stati 76 mld, le vincite corrisposte sono state 57mld, quindi l’utile incassato è stato pari a 19 mld.

Registrando la cifra di 76 mld di euro l’Italia si piazza prima in Europa e terza al mondo nella classifica degli incassi da gioco d’azzardo. In Italia il gioco è la “terza impresa” per fatturato, l’unica il cui bilancio è sempre positivo.

Nel 2011 in media ogni italiano (neonati compresi) ha speso 1250 euro nel gioco d’azzardo legalizzato. In un sondaggio Istat si è chiesto alla popolazione se fosse tollerabile nel bilancio familiare l’aggiunta di una spesa straordinaria di 700€. Ebbene il 29% degli intervistati ha risposto seccamente “no”. Non è tollerabile ma se ne spendono quasi il doppio per il gioco.

Così anche il Censis non dà rassicurazioni: esso rivela che alla fine del 2011 la ricchezza finanziaria delle famiglie è in forte calo, ma cresce l’investimento sui giochi.

Lo Stato fa dunque da “banco” e, come si sa, il banco vince sempre, ancora di più se il banco è quello che fa le regole. E le regole mancano: le società coinvolte nella creazione e diffusione dei giochi, concessionarie dei monopoli dello Stato, hanno inondato tutti i media con pubblicità riguardanti i loro giochi, occupando spazi televisivi, radiofonici, su quotidiani e riviste, on line inserendosi in ogni sito più importante. Siamo di fronte ad un bombardamento mediatico privo di quelle regolamentazioni che si dovrebbero porre per il bene della collettività.

4. INFILTRAZIONI MAFIOSE

Oltre ai problemi sociali ed economici incalzanti legati al gioco d’azzardo legalizzato, va aggiunta la questione dell’assist alla criminalità organizzata, che conosce bene il ramo del gioco d’azzardo e lo sfrutta da ancor prima che aumentasse la tendenza al gioco.

Il quadro appare dunque, anche agli occhi delle istituzioni, assai preoccupante. Ma non è tutto: esiste una lunga serie di ulteriori problematiche legate alla dilagante febbre da gioco, a partire  dall’infiltrazione della mafia nella gestione dei giochi fino ad arrivare allo sfruttamento che i gruppi mafiosi fanno di tutto ciò che sta intorno al mondo del gioco d’azzardo, e parliamo quindi di usura, racket o riciclaggio di denaro sporco.

Il dossier “Azzardopoli” contiene un approfondito quadro della situazione: si parla di ben 41 clan che gestiscono i “giochi delle mafie”. Da nord a sud sono i soliti noti che ne detengono il controllo: dai Casalesi di Bidognetti ai Mallardo, da Santapaola ai Condello, dai Mancuso ai Cava, dai Lo Piccolo agli Schiavone.

Le mafie rappresentate si accreditano ad essere l’undicesimo concessionario occulto, oltre ai dieci legali riconosciuti dai Monopoli dello Stato. Seppur legali e riconosciuti sono sorti non pochi sospetti sulle attività di questi “magnifici 10”; la relazione annuale della Direzione Distrettuale Nazionale nel 2010 a tal proposito scrive: “C’è da chiedersi come l’AAMS (amministrazione autonoma dei monopoli dello Stato) abbia permesso che lo Stato italiano diventasse partner di gruppi così poco trasparenti (…) e senza un approfondito esame dei soggetti che avevano presentato domanda”.

Si stima un giro d’affari di 10 miliardi di euro all’anno dal gioco d’azzardo gestito dalle mafie.

Nel 2010 in 22 città italiane sono state effettuate indagini ed operazioni della forze di polizia in materia di gioco d’azzardo con arresti e sequestri di personaggi riconducibili alla criminalità organizzata.

Facciamo alcuni esempi pratici di infiltrazioni mafiose nel mercato dei giochi:

SLOT MACHINE: una via di inserirsi è quella di modificare o sostituire le macchinette legali con macchinette non a norma; la tecnologia e le precauzioni per evitare questi taroccamenti non hanno avuto buoni effetti se si considera, per esempio, che a Venezia si parla di centomila slot virtuali (controllate dalla criminalità organizzata). Un’altra via è l’estorsione ai gestori di locali pubblici dove sono installate le slot, per la loro forte attrattiva verso i clienti.

SALE BINGO: citando la Commissione parlamentare antimafia: “La criminalità non si è lasciata sfuggire l’occasione di insinuarsi anche in attività relativamente recenti, come la gestione delle sale Bingo. Le scommesse clandestine e le sale Bingo continuano a rappresentare settori di interesse per la criminalità organizzata, sia per quanto riguarda le infiltrazioni nelle società di gestione delle sale Bingo, che si prestano costituzionalmente ad essere un facile veicolo di infiltrazioni malavitose e di riciclaggio, sia per quanto riguarda le società concessionarie della gestione della rete telematica, dove si e` assistito ad un duplice fenomeno: da un lato l’aggiudicazione a prezzi non economici di talune concessioni e, dall’altro, al proliferare dei punti di scommessa, i cosiddetti “corner”, alcuni dei quali chiaramente inseriti in una rete territoriale dominata dalla presenza di un circuito criminale (…).”

SCOMMESSE SPORTIVE: la Guardia di Finanza ha indagato sull’avanzamento del fenomeno riscontrando una rete parallela di raccolta sulle scommesse, non autorizzata dallo Stato, che raccoglie tra un miliardo e un miliardo e 500 milioni di euro all’anno. Dati che portano l’Italia al quinto posto al mondo per volume di gioco: l’industria della scommessa ha attualmente un fatturato complessivo pari al 3% del PIL e dà lavoro a 5.000 aziende e 120.000 persone, solamente per quanto riguarda l’ambito del gioco legale. “Si pensi ai numeri che possono riguardare il gioco clandestino – ha concluso Ranieri Razzante, consulente della Commissione Parlamentare Antimafia – Il gioco, comprese le scommesse su eventi sportivi, per i notevoli introiti che vengono assicurati, è ormai diventato la nuova frontiera della criminalità organizzata di tipo mafioso e per contrastare tali fenomeni, è necessario agire con misure preventive concrete, ed Aira (Associazione Italiana Responsabili Antiriciclaggio) sarà in prima fila anche in questo settore dell’applicazione della normativa”.

5. SEGNALI POSITIVI

Da notare alcuni segnali positivi: la Francia ha preso atto del fatto che le slot sono un sistema impossibile da gestire e, nonostante in un primo momento fosse stata autorizzata la loro diffusione, lo Stato ha avuto il buon senso di eliminarle dalle sale dedicate e da tutti i luoghi di gioco, dando priorità all’interesse pubblico, al di là di qualsiasi logica di mercato.

Anche in Italia, a Torino, il 5 dicembre 2011 la Giunta comunale ha preso una posizione accolta senza troppa enfasi dall’opinione pubblica, ma con un evidente input sul territorio. “la Giunta comunale di Torino ha approvato una mozione ed un ordine del giorno specifico sulle misure per contrastare il gioco d’azzardo. L’ordine del giorno auspica che gli enti locali vengano maggiormente coinvolti nelle decisioni concernenti le autorizzazioni e le emanazioni delle concessioni e chiede al Governo di contrastare con azioni concrete e immediate il fenomeno in aumento del gioco (legale ed illegale), oltre a promuovere iniziativa di sensibilizzazione ai rischi collegati al gioco. La mozione invece impegna il Sindaco e la Giunta a rafforzare l’informazione ai cittadini e, in particolare ai giovani, sull’abuso dei giochi”.

Un altro segnale positivo potrebbe venire dal Parlamento: in Senato è stato presentato un disegno di legge che mira ad istituire il “Divieto di propaganda pubblicitaria a tutela dei consumatori, in particolare dei minori e delle fasce deboli e sensibili ai fenomeni ludopatici”. Il disegno di legge prevede sanzioni amministrative a carico dei trasgressori, sanzioni che si inaspriscono in caso di recidività.

Libera all’interno del dossier sostiene alcune proposte, già avanzate al mondo della politica nel 2010 da Alea (associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio) e da CONNAGA (Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d’Azzardo), che spaziano dalla richiesta di rivedere le procedure autorizzatorie al reinvestimento degli introiti per attività di prevenzione e cura sul tema del gioco d’azzardo. Si propone inoltre la limitazione degli spazi pubblicitari e si promuovono spazi di sensibilizzazione ai rischi collegati al gioco d’azzardo.

SEGNALI NEGATIVI

L’unico avviso che accompagna la fine delle numerosissime pubblicità sulle piattaforme di gioco è la frase “gioca il giusto”; oltre ad essere totalmente ininfluente, essa ha il sapore amaro di una presa in giro, perché, come appena visto nella sezione relativa alla patologia, la dipendenza non è mai vissuta in modo responsabile da chi ne è succube.

Uno degli ultimi spot ricalca la nota canzone di Toto Cotugno, che recita nel ritornello “lasciatemi sognare” e  “sono un italiano vero”: questo dimostra la consapevolezza del mondo pubblicitario e del mondo del gioco legalizzato della passione per la scommessa della nostra popolazione e del fatto che il nostro sogno più ricorrente sia quello di fare soldi, vincendoli con il minimo sforzo.

Si può già immaginare un futuro spot di un futuro Governo dello Stato che, dopo aver illuso una generazione in difficoltà, mette in guardia ed ammette: “la statistica lo rivela: nella quasi totalità dei casi si spende sempre di più di quel che si vince, innegabili dati matematici.. Non buttare i tuoi risparmi, non giocare”.

Forse prima di attendersi una reazione dello Stato a difesa della popolazione, prima di ragionare su come sconfiggere la passione per il gioco, dovremmo preoccuparci di eliminare quella cultura (è fastidioso persino utilizzare questo appellativo) del desiderio di vincere una fortuna, di fare i soldi per potersi godere la vita.

Ci sono innumerevoli alternative, diverse dal possedere denaro, che possono dare gioia: la solidarietà, la condivisione, le arti e la conoscenza. Dovremmo prima cancellare l’invidia verso persone che hanno un’unica forza e cioè quella di apparire, per cercare di diventare finalmente un popolo unito.

Per approfondire:

Azzardopoli – Libera

Dossier sulla mafie in Emilia-Romagna

Bische 2.0 – Gruppo dello Zuccherificio

di Andrea Mignozzi

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29 gennaio 2012

“Compro oro” tra legalità e illegalità

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compro oroGirando per le strade della nostra regione, da Bologna a Rimini e Ravenna, ultimamente, ci siamo accorti di un gran proliferare di centri di gioco d’azzardo (slot, scommesse,ecc…) e di negozi “Compro Oro” e proprio queste attività meritano di essere analizzate e approfondite.

Negli ultimi due anni il giro dei “Compro Oro” in Italia è aumentato vertiginosamente, in Emilia Romagna l’incremento registrato tra il 2009 e il 2011 è di almeno il 25%. Secondo una stima della Regione sul territorio sarebbero presenti tra i 500 e i 600 punti vendita, ma potrebbero essere molti di più visto che spesso si tratta di lavoro sommerso. La sola Bologna ne conta 40, così come Parma, mentre la provincia di Piacenza ne conterebbe addirittura 170. E ancora una volta anche la Romagna non “sfigura”, e il dato più clamoroso è quello relativo a Rimini dove le licenze per negozi di “preziosi” sono salite dai 15 del 2008 ai 46 di oggi.

Prima di approfondire l’analisi bisogna sottolineare che l’iter burocratico necessario per l’apertura di queste attività è semplicissimo: basta andare in questura e richiedere una licenza per commercio in oggetti preziosi, che viene rilasciata senza alcun tipo di obbligo (al di fuori dell’incensurabilità dell’apertura della partita Iva).  Il commerciante a questo punto , sarebbe tenuto a iscrivere nel “registro di carico e scarico”, secondo la norma dettata dal Testo Unico sulla Pubblica Sicurezza,  l’acquisto dell’oggetto prezioso. Non è tuttavia obbligato al rilascio di alcuna ricevuta. Allo stesso modo, al privato che volesse vendere oggetti preziosi, è sufficiente esibire un documento d’identità, senza alcun tipo di certificazione sulla provenienza materiale.

Quindi da una parte ci troviamo con una crisi che colpisce sempre più le famiglie italiane e ne fa aumentare il bisogno immediato di liquidità, dall’altra ci troviamo un iter burocratico semplice e senza controlli e un’impennata del prezzo dell’oro (il prezzo di vendita dell’oro è salito in soli 6 mesi da 30 euro al grammo a 40 euro) che ha trasformato questo metallo in un vero e proprio bene di investimento.

Tutto ciò crea un giro d’affari medio notevole. Ogni negozio “Compro Oro” ha un giro d’affari medio stimato di 500.000 euro annui, il che vuol dire che il giro d’affari totale nazionale è pari a 14.000.000.000 euro. Se ci si focalizza su questi altissimi numeri, si può immaginare come questo settore faccia gola alle associazioni mafiose ed alla criminalità organizzata.

Infatti, spiega Andrea Zironi (Presidente Associazione Nazionale Operatori Professionali Oro): “E’ qui che subentra evidentemente il pericolo di riciclaggio perché l’operazione non viene certificata in alcun modo. Il punto più delicato è che qui stiamo erogando denaro. Non solo i privati ricevono denaro contante in cambio di oro e oggetti preziosi, ma allo stesso tempo questi ultimi sono essi stessi denaro, perché vengono venduti alle fonderie per tornare a essere materiale prezioso originario”.

A conferma di ciò vi è l’azione della Guardia di Finanza che difatti sta indagando il settore da tempo: “Il fenomeno esiste ed è diffuso”, spiega il colonello del comando provinciale di Bologna, Giorgio Viale. Spesso alle attività di “Compro Oro” sono soggette a infiltrazioni da parte delle associazioni mafiose, che utilizzano tali attività come copertura per riciclare proventi illeciti (come denuncia la risoluzione regionale e come comprovato dai dati diffusi dalla Guardia di Finanza), e più in generale si associano episodi criminogeni secondo cui “i sequestri di pietre preziose nei settori di falso, truffa, contraffazione, usura, ricettazione e violazione delle leggi di pubblica sicurezza ammontano (per tutto il 2009 e nei primi dieci mesi del 2010) a oltre 2 milioni di euro. E vicini alla stessa cifra sono quelli relativi alla minuteria e agli oggetti di gioielleria”.

Tuttavia, quantificare le agenzie indagate è a oggi quasi impossibile: le Fiamme Gialle hanno difficoltà nel distinguere i rivenditori dalle normali gioiellerie perché questi esercizi, spiega il colonnello, utilizzano per la registrazione alla Camera di commercio la stessa codifica merceologica delle gioiellerie ed è dunque molto difficile quantificarli o identificarli separatamente. E ancora una volta la grave condizione economica rende più problematica la situazione perché molte gioiellerie, subendo una crisi nella vendita di oggetti preziosi nuovi, si sono convertite in “Compro Oro“. Zironi sottolinea che queste attività non sono un esercizio commerciale qualsiasi, ma l’attività di comprevendita dei rivenditori di oggetti aurei è “a tutti gli effetti un’attività finanziaria, non commerciale, e come tale dev’essere normata. “Compro Oro” è un’espressione gergale, perché in realtà si tratta di commercio di oro come materia prima. Azione che andrebbe parificata a quella delle operazioni bancarie”.

Al tal fine l’Anopo assieme all’Aire (Associazione italiana responsabili antiriciclaggio), ha presentato una proposta di legge, che prevede, oltre alla suddetta equiparazione dell’attività di compro oro a quella di intermediazione finanziaria, meccanismi di tracciabilità attualmente assenti, come per esempio l’obbligo di dettagliata ricevuta per il cliente, nonché una certificazione degli esercenti da parte delle forze dell’ordine in merito ai requisiti di onorabilità e professionalità necessari per rendere questa delicata professione affidabile. Per ora “ci troviamo di fronte ad una filiera di commercio illegale”, denuncia Zironi.

Tornando al rischio connesso alle attività della criminalità organizzata va sottolineato l’allarme lanciato sul rischio di infiltrazioni della ‘ndrangheta nel Modenese, dalla Procura di Modena tramite il procuratore aggiunto Lucia Musti, nelle attività di compravendita dell’oro. Infatti alla grossa criminalità basterà un prestanome qualsiasi per aprire una “lavanderia”.

Questo perché il giochino del riciclaggio è semplice, spiega un gestore di “compro oro”: “si fa una prima operazione di compravendita regolare. Vengono trascritti sul registro obbligatorio vidimato dalla Questura l’identità dell’oggetto, mettiamo un bracciale d’ oro, e i dati dei documenti del venditore. Poi con la stessa carta d’ identità di chi ha portato il bracciale si registrano decine di operazioni fittizie. Risulterà che il malcapitato ha portato in un mese dieci o più chili d’ oro. Gioielli che non sono mai esistiti, ma che saranno contabilizzati dal titolare così da giustificare il denaro liquido in cassa quale frutto della fusione e della rivendita di oggetti mai arrivati e mai venduti”. Soldi sporchi che all’improvviso ritornano in mano alle mafie immacolati e regolari, ripuliti dal loro “passato” di droga ed estorsioni.
La filiera stessa del settore garantisce, dopo un paio di passaggi, l’impunità assoluta per il ricettatore. La collana rubata viene acquistata in nero, senza essere registrata. Subito viene spedita in una fonderia. Di fronte a un lingotto d’ oro fuso, le tracce di ciò che è stato rubato si perdono. “L’oro è oro  –  dicono gli orafi  –  non ha odore, non ha sapore, una volta fuso è impossibile da riconoscere. Ci guadagnano tutti: il ladro e l’esercente disonesto”.

Oltre a ciò spesso ci si imbatte in veri e proprio casi di usura: in sostanza più volte presso i negozi si recano persone in difficoltà finanziaria che lasciano in pegno oggetti, percependo in cambio un importo in denaro nettamente inferiore al valore reale; quando, poi, però si recano a riscattarlo sono costretti a versare cifre superiori con l’applicazione, di fatto, di interessi usurari, accertati a volte anche oltre il 1000% annuo.

Dove apre un “Compro Oro”, poi, di solito, si verificano aumenti di furti e rapine. E’ un effetto collaterale del fatto che i gestori disonesti pagano in contanti collanine, braccialetti, anticaglie d’ oro senza registrarli, senza quindi accertarne la provenienza. Diventando così la valvola di sfogo della malavita, che ha sempre bisogno di disfarsi di bottini di rapine e quant’altro. Secondo l’Osservatorio sulla legalità, furti, scippi e rapine sono aumentati del 70 % nelle zone ad alta concentrazione di “Compro Oro”.
E proprio questo fenomeno collaterale è il più visibile sui nostri territori.  A Rimini a dicembre è scattata una denuncia per ricettazione per un 30enne del posto durante un controllo a un esercizio commerciale del luogo dove erano stati rinvenuti monili che risultavano rubati a maggio e in seguito venduti proprio al titolare dell’attività.  A Riccione è stato invece arrestato un 49enne riminese che aveva appena incassato piu’ di 1900 euro dalla vendita di tre collane, che erano risultate false. Anche a Ravenna a novembre tre napoletani tra i 20 e i 25 anni tutti residenti a Lido Adriano sono stati beccati grazie a un controllo della Polfer dopo che avevano svaligiato un “Compro Oro” di Viserba.

La lista potrebbe essere lunghissima ma basta leggere la cronaca locale, ogni giorno, con più attenzione per capire la gravità di questo problema.

di Massimo Manzoli

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13 giugno 2011

Bische 2.0 – Le nuove frontiere del gioco d’azzardo illegale in Romagna

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Qualche mese fa abbiamo realizzato una piccola inchiesta sulle bische clandestine in Romagna (clicca qui per leggerlo) scoprendo che quella che per noi sembrava un’attività di poca rilevanza era in realtà una forma di economia sommersa presente sul territorio romagnolo da decenni. Da quella inchiesta sono nate alcune domande alle quali abbiamo cercato di rispondere e in questo secondo approfondimento proveremo a raccontare i motivi per i quali la malavita “investe” nel gioco d’azzardo e soprattutto proveremo a capire quali sono le nuove frontiere del gioco d’azzardo illegale in Italia e in Romagna, cioè quelle legate al gioco telematico o virtuale, alle “Sale Bingo”, alle slot-machines.

Perché il “gioco d’azzardo illegale” e perché in Romagna?
La malavita organizzata tende ad inserirsi nei territori ricchi in cui una fiorente economia permette il reinvestimento del denaro accumulato in maniera illegale. La Romagna si presta molto bene per due motivi: è una regione ricca legata al turismo e si trova molto vicino alla Repubblica di S.Marino, un piccolo paradiso fiscale in cui poter andare a depositare i guadagni ottenuti con le attività lecite o illecite. A dimostrazione di questo fatto sono le parole di pochi giorni fa di Paolo Giovagnoli (in foto), Paolo Giovagnoli, procuratore capo di Riminiprocuratore capo di Rimini. Ricordando una delle operazioni condotte nel 2007 in Romagna su un clan calabrese in espansione verso nord, che aveva le mani in pasta nel gioco d’azzardo (potete approfondire la vicenda nel nostro precedente articolo, cliccando qui), Giovagnoli afferma: “In quell’occasione ci fu il sequestro dei beni riconducibili a Masellis e trovammo anche un conto corrente da 1 milione di euro a San Marino. All’epoca il Tribunale di San Marino ci mise un po’ di tempo a rispondere”. E questo ritardo comportò il prosciugamento del conto corrente sequestrato.
Per quanto riguarda invece le motivazioni che spingono le organizzazioni mafiose a combattere per il controllo delle bische clandestine bisogna fare una piccola analisi sul giro d’affari che il gioco d’azzardo legale e illegale produce in (Amministrazione Autonoma Monopoli di Stato), a fronte di un volume d’affari, ovvero la “raccolta del gioco”, pari a circa 15.400.000.0002 euro, vi e` stato un gettito fiscale pari a 2.072.331.107 euro. Peraltro, l’effettiva “raccolta di gioco” sarebbe di molto superiore alla cifra sopra citata. Secondo stime della Guardia di Finanza, rese pubbliche sulla stampa in sostanziale accordo con testimonianze di vari operatori del settore (produttori, concessionari e gestori) la predetta raccolta di gioco ammonterebbe a 43,5 miliardi di euro. Tale stima deve essere inoltre correlata al fatto, anch’esso testimoniato da più parti che, a fronte di circa 200.000 apparecchi risultanti “ufficialmente attivati”, vi sarebbero almeno altrettanti apparecchi “illegali”. L’ultimo aggiornamento di questi dati mostra come in soli 4 anni la “raccolta del gioco” sia cresciuta a ritmi vertiginosi arrivando a 61,4 miliardi nel 2010, praticamente la terza industria italiana dopo ENI e Fiat. E la raccolta del primo trimestre di quest’anno (18 miliardi di euro) conferma un trend positivo (più 17 per cento), rispetto allo stesso periodo del 2010. L’anno potrebbe dunque chiudersi con il record di 80 miliardi.

Quindi da una parte abbiamo lo Stato che, in periodo di crisi e con una pressione fiscale sui cittadini già molto elevata, ricorre a metodi di tassazione indiretta, proponendo nuovi giochi, concorsi o lotterie e liberalizzando in maniera sfrenata l’apertura di sempre più diversificate case da gioco. Questo è quanto recita la Commissione parlamentare antimafia in una relazione portata all’attenzione dei Presidenti di Camera e Senato: “La diffusione estesa sul territorio delle più fantasiose forme di “tassazione indiretta” (derivanti dal cosiddetto gratta e vinci, dal lotto e sue varianti, dalle slot machines, dalle sale bingo, dal gioco via internet, dal videopoker) in verità alimentano la malattia del gioco invece di curarla. Nei periodi di crisi economica si denota ancor più tale fenomeno degenerativo in quanto, nell’impossibilità di un aumento della tassazione, si accentua il ricorso a incentivazioni della malattia del gioco, un meccanismo che, quanto più cresce, tanto più è destinato a favorire forme occulte di prelievo nelle tasche dei cittadini, mascherando tale prelievo con l’ammiccante definizione di gioco, divertimento e intrattenimento”.

Dall’altra parte invece abbiamo le organizzazioni criminali che sono attratte storicamente da un settore così ricco, difficile da controllare, e poco “pericoloso” rispetto ad altri settori come quello della droga, anche dal punto di vista giudiziario. Basti pensare che in Cina il reato collegato al gioco d’azzardo illegale porta alla reclusione da 3 a 10 anni, mentre l’articolo 718 del nostro codice penale prevede una pena irrisoria cioè l’arresto da tre mesi ad un anno: spiegheremo più avanti perché proprio il dato che riguarda la Cina è da tenere a mente.

Ed è in questo contesto sociale ed economico che “la criminalità non si è lasciata sfuggire l’occasione di insinuarsi anche in attività relativamente recenti, come la gestione delle Sale Bingo. Le scommesse clandestine e le Sale Bingo continuano a rappresentare settori di interesse per la criminalità organizzata, sia per quanto riguarda le infiltrazioni nelle società di gestione delle Sale Bingo, che si prestano costituzionalmente ad essere un facile veicolo di infiltrazioni malavitose e di riciclaggio, sia per quanto riguarda le società concessionarie della gestione della rete telematica, dove si e` assistito ad un duplice fenomeno, da un lato l’aggiudicazione a prezzi non economici di talune concessioni e, dall’altro, al proliferare dei punti di scommessa, i c.d. “corner”, alcuni dei quali chiaramente inseriti in una rete territoriale dominata dalla presenza di un circuito criminale (…) Queste nuove modalità di inserimento della criminalità organizzata nel gioco, si coniugano con le tradizionali forme di intervento, attraverso l’imposizione del noleggio di apparecchi di videogiochi, la gestione di bische clandestine e la pretesa di esigere le relative quote di utili, la presenza di un’organizzazione per scommesse illegali nel c.d. toto e lotto nero e clandestino.” (Commissione parlamentare antimafia)

La filiera del “gioco d’azzardo”
La filiera del gioco cosiddetto “legale” comprende attualmente l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (AAMS), i concessionari, i gestori e gli esercenti. L’Amministrazione fornisce ai concessionari il benestare dell’operatività. Alle dieci società concessionarie spetta la conduzione della rete telematica, con l’obbligo di assicurarne l’operatività. Sono queste società ad incaricare i gestori di installare gli apparecchi – attualmente 400 mila – poi affidati agli esercenti, nei locali pubblici dove gli utenti giocano.
"Il Baro" - CaravaggioLe concessionarie, come si è detto, hanno il delicato compito di esattori per conto dello Stato, in quanto oltre a incassare il proprio utile, incamerano anche il “Preu” (Prelievo Erariale Unico) che poi versano ai Monopoli.
Nell’interposizione dei gestori si pensa ci sia un problema di “abusivismo”, “truffa ai danni dello Stato”, “usura e riciclaggio”. Si ritiene, anche grazie alle informazioni (non secretate) fornite dalla Guardia di Finanza (Nucleo Speciale Tutela Entrate), che i gestori, i quali acquistano il parco macchine dai produttori e poi le noleggiano agli esercenti, siano frequentemente dediti al “taroccamento” (attraverso un sistema denominato dagli investigatori “schedino”) delle macchine stesse (onde evitarne la corretta responsistica ai Monopoli; ad oggi risulterebbe un danno erariale da mancato prelievo di circa 55 miliardi di euro.
Sulle concessioni stanno per riaprirsi i giochi, visto che i contratti scadono il 16 maggio 2011 e che i requisiti di partecipazione diventano via via più rigidi. C’è insomma chi rischia di non vedersi rinnovare la concessione. E qualcuno comincia a chiedersi come mai l’Aams abbia permesso che lo Stato italiano diventasse partner di gruppi così poco trasparenti e abbia agito, come scrive la Dna guidata dal procuratore Pietro Grasso, “con grande superficialità” e “senza un approfondito esame dei soggetti che avevano presentato domanda”. Visto il loro ruolo centrale vediamo quali sono attualmente le concessionarie:

  1. Lottomatica: al 60 per cento della De Agostini Spa controllata a sua volta dalla B&D di Marco Drago e C, holding della storica famiglia Boroli.
  2. Snai: ha avuto un azionariato più diffuso e dopo gli ultimi cambiamenti di asset è controllata da due fondi di private equity, (vale a dire fondi mobiliari chiusi che raccolgono capitali presso privati e investitori istituzionali, come banche, fondazioni, compagnie assicurative e fondi pensione, per investirli in imprese non quotate ad alto potenziale di crescita) che fanno capo uno alla famiglia Bonomi, l’altro a istituti bancari e assicurativi italiani.
  3. Cogetech: è di proprietà della Cogemat, Spa di proprietà al 71 per cento della OI Games 2 con sede a Lussemburgo.
  4. Gamenet: è al 42 per cento (quota di maggioranza) della Tcp Eurinvest, sede Lussemburgo.
  5. HBG: è al 99 per cento di proprietà della lussembrughese Karal: solo l’1 per cento è di proprietà di un italiano, Antonio Porsia (che è anche l’ad), imprenditore definito dalla stampa finanziaria il nuovo numero uno delle sale da gioco.
  6. Sisal: al 97 per cento della Sisal Holding finanziaria, Spa al 100 per cento della Gaming Invest, sede nel granducato lussemburghese.
  7. Codere: al 100 per cento del gruppo Codere Internacional.
  8. Cirsa: di Cirsa international Gaming Corporation.
  9. G. Matica: al 95 per cento della Telcos, una srl con 126 mila euro di utile che è controllata per il 52 per cento dalla Almaviva Technologies (altra srl della famiglia Tripi) e per il 37 per cento della Interfines Ag, sede legale Zurigo.
  10. Atlantis: oggi sostituita da B Plus Giocolegale limited, che ha la sede principale a Londra con 68 dipendenti e una “sede secondaria” a Roma.

Una recente puntata di Report ha gettato molte ombre su Lottomatica e Sisal, mentre i magistrati hanno già indagato sui collegamenti tra Atlantis e la ‘Ndrangheta. Infatti a rappresentarla in Italia, con la qualifica di “preposto” -vale a dire la figura che affianca il datore di lavoro, svolgendo un’opera di controllo e traducendo in azioni le sue decisioni- , figura il trentunenne catanese Alessandro La Monica. Prima di diventare parlamentare del Pdl in quota An, il rappresentante legale della Atlantis era Amedeo Laboccetta. A questa concessionaria la Direzione nazionale antimafia ha dedicato un intero capitolo. La Atlantis – si legge nell’ultimo rapporto della Direzione antimafia -con sede a Saint Martin, nelle Antille Olandesi-, è stata successivamente sostituita, in seguito a sollecitazione da parte dei Monopoli, dalla Società Atlantis Giocolegale con sede in Italia. “Gli amministratori – scrivono i magistrati antimafia – sono Francesco e Carmelo Maurizio Corallo, entrambi figli di Gaetano. La storia di quest’ultimo è abbastanza famosa essendo stato già condannato per vari reati ed essendo notoria la sua vicinanza a Nitto Santapaola. Si deve infatti rammentare che, come riferito da alcuni collaboratori, la famiglia Santapaola gestisce proprio nelle Antille Olandesi, e proprio a Saint Martin, un casinò presso il quale Gaetano Corallo fin dagli anni 80 svolgeva l’attività di procacciatore di clienti. Lo stesso aveva poi proseguito la sua collaborazione in altri casinò in varie zone dell’America, sempre riconducibili alla famiglia Santapaola”. Raccontano i giudici che i fratelli Corallo hanno smentito di avere rapporti di affari con il padre Gaetano, rivendicando la loro autonomia di imprenditori, e gli accertamenti espletati non hanno fatto emergere contatti sospetti, né con il padre, né con il direttore o altri funzionari dei Monopoli. “Proprio su questi aspetti – si legge ancora nella relazione – la Dda di Roma ha indagato Giorgio Tino (ex direttore dei Monopoli), nonché alcuni esponenti della famiglia mafiosa dei Corallo”. La Direzione distrettuale antimafia romana ha scritto infatti: “Si appurava che lo svolgimento della gara e l’individuazione dei concessionari erano avvenute sulla base di criteri assolutamente formali, attenendosi unicamente alle conformità degli assetti societari dichiarati. Un esame più attento faceva però emergere sospetti di concentrazione occulta tra alcuni concessionari (formalmente distinti, ma che mostravano collegamenti sia di persone fisiche sia di sedi)”.
A proposito dei rilievi della Dna alla Atlantis/Bplus, va registrata la replica dei Monopoli resa alla commissione Antimafia: “Atlantis sottoscrisse all’origine la concessione in qualità di mandataria di un raggruppamento temporaneo di imprese costituito anche da Plp. srl, Bit media srl e Consorzio Saparnet. Successivamente è subentrata a unico titolo nella gestione della concessione come Bplus. Abbiamo verificato i requisiti di tutti i soggetti per i quali risultassero posizioni di rappresentatività nell’ambito dell’azienda. La forma di controllo più importante è il certificato antimafia rivolte alle prefetture competenti”. Resta da capire quali controlli antimafia, e attraverso quali prefetture, siano stati fatti per accertare la trasparenza degli azionisti “protetti” presso la sede legale di Londra.

Nel corso dell’inchiesta dei magistrati è risultato – caso Atlantis a parte – che alcune delle società concessionarie “avevano sede principale all’estero e oltretutto in Paesi caratterizzati da un’opacità fiscale, ma soprattutto mostravano collegamenti con persone fisiche oggetto di procedimenti penali”.
Pur se gli elementi indiziari raccolti non sono stati ritenuti sufficienti a concretizzare l’esercizio dell’azione penale, l’attività di indagine ha fatto emergere come le concessioni, in un settore di altissima valenza economica e a grave rischio di infiltrazione mafiose, “furono affidate con grande superficialità, senza alcun approfondito esame dei soggetti che avevano presentato domanda. E che la complessiva gestione dei Monopoli fu a dir poco disattenta tanto da provocare l’elevazione di sanzioni da parte della Corte dei conti”.
Dalle indagini è emerso che per 2 anni e mezzo le concessionarie non avevano garantito il controllo di legalità, ovvero su 207 mila macchinette 136 mila non hanno trasmesso i dati ai Monopoli. La convenzione dice che per ogni ora che la macchinetta non dialoga con lo Stato, senza che sia stato comunicato un motivo, si applica una sanzione di 50 euro. Inoltre i concessionari avrebbero dovuto incassare il Preu (il prelievo erariale unico) e versarlo ai Monopoli: in questo caso è stato impossibile da quantificare con esattezza proprio per mancanza di dati e allora è stato calcolato a parte in via forfettaria. Sta di fatto che le 10 concessionarie complessivamente sono state sanzionate per 58 miliardi e mezzo; solo all’Atlantis (ora BPlus) di Corallo, che è il concessionario più grande, la Corte dei Conti chiede 23 miliardi e 847 milioni. Nel luglio 2007 in due giorni il Parlamento vara la legge Nannicini (PD) che inserisce il principio di ragionevolezza e proporzionalità per l’applicazione delle penali. E da 58 miliardi e passa si passa a 800 milioni. A fare i conti una commissione voluta dal Ministro dell’economia dove dentro c’è anche il ragioniere di stato Monorchio. Da una visura risulta che già dal 2006, Monorchio è nel CDA di Almaviva, la società che possiede Gmatica, una delle concessionarie multate. Poi è in Consap, dove siede a fianco di Ferrara, direttore dei Monopoli e, contemporaneamente, è nella Commissione che deve giudicare sull’entità della multa. Ma la corsa al ribasso non è finita. Il Consiglio di Stato, che nel 2004 aveva giudicato le sanzioni congrue a tutelare gli interessi del paese, nel 2010 cambia idea e abbassa ancora una volta il criterio per quantificare le sanzioni. Le concessionarie, a conti fatti, dovrebbero pagare all’erario una trentina di milioni.

Slot-machines
Tra le nuove forme del gioco d’azzardo un aspetto fondamentale lo giocano le slot-machines, liberalizzate nella finanziaria del 2003. Con questa «legalizzazione» si è riprodotto quell’effetto d’incorporamento del legale nell’illegale, così l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato ha sempre meno controllato e sempre più offerto opportunità (indesiderate e inintenzionali, manco a dirlo) ai trust dell’illegalità, sia sotto forme di lobbies corruttrici, sia sotto forma diretta di criminalità organizzata. L’introduzione delle slot-machine (250 mila istallazioni, prevista già con provvedimento legislativo del 2003) ha provocato un impatto capillare sul territorio economico con almeno sei drammatiche conseguenze:Slot Machines

  1. la formazione di un circuito di installatori e manutentori delle postazioni, occupato da società collegate o emanazioni della criminalità organizzata;
  2. l’attivazione di un sistema di pressioni corruttive correlato alla necessità di monopolizzare i mercati locali delle postazioni da gioco;
  3. la scarsa controllabilità dei flussi delle giocate, dato che l’interconnessione delle apparecchiature con la centrale dell’AAMS è del tutto teorica e, di contro, facilmente manipolabile. Si pensi che al momento della loro liberalizzazione nel 2004 le slots erano collegate ai Monopoli dello Stato tramite una linea ADSL, in maniera da tenere costantemente monitorato il funzionamento delle stesse. Il sistema però aveva più di una falla in quanto bastava sostituire una “macchinetta” legale con una non a norma per aggirare il controllo e gestire autonomamente le vincite. Successivamente si è assegnato ad ogni macchina un codice identificativo, peccato che bastasse clonare il codice ed assegnarlo ad una Slot “virtuale” collegata con i server dell’AAMS per eludere nuovamente i controlli dei Monopoli e immettere nel mercato le slots truccate. La conferma che questo metodo sia ormai utilizzatissimo arriva da un processo istituito a Venezia contro i gestori di 100.000 macchinette risultate truccate;
  4. la moltiplicazione dei punti caldi nel tessuto delle città, intesi come luoghi di concentrazione quotidiana di denaro contante che necessita di spostamento fisico, con conseguente esposizione al rischio di rapina;
  5. l’incentivazione ai micro mercati locali di prestito a usura per il finanziamento, oltre che delle elementari esigenze di volano per la continuità di partecipazione al gioco, anche di attività di gestione delle postazioni e delle sale;
  6. il generarsi di percorsi di particolare esposizione alla criminalità di strada da parte dei giocatori, in particolare di quanti raccolgono vincite di un rilievo apprezzabile.

Gioco d’azzardo e pubblicità
Durante l’intervento fatto in Commissione Antimafia il 13 gennaio 2009 il senatore Raffaele Lauro ha sottolineato: «La stampa quotidiana, in inserti specializzati o in articoli a tutta pagina, con un’assillante continuità, esalta, in maniera acritica, con toni trionfalistici e, a mio giudizio, irresponsabili, il grande business, in crescita esponenziale, del gioco d’azzardo, il cui giro d’affari sarebbe stato, nel 2008, pari a tre finanziarie dello Stato. Dei costi umani e sociali di questo grande business, nessuno discute. Dell’alimentazione finanziaria alla società criminale, nessuno si preoccupa».

E questo è ancora più evidente se si osservano i dati degli investimenti di alcune concessionarie in pubblicità estrapolati dalla puntata di Report dedicata a questi argomenti. La Sisal ha finanziato con ricchi pacchetti Lottomaticapubblicitari le reti del Presidente del Consiglio. Nel 2009 dà 10 milioni e 445.000 euro a Mediaset, e poco più di un milione alla Rai. Nel 2010 invece dà 7 milioni e 300 mila euro a Mediaset e solo 184 mila euro alla Rai, un divario sproporzionato rispetto ai limiti sul tetto pubblicitario che fa pensare ad una generosità forse dovuta al fatto che nella Sisal c’è il fondo Clessidra, amministrato da un ex manager della Fininvest, Claudio Sposito.
Anche Lottomatica è stata più sensibile nei confronti delle reti del Premier: nel 2009 ha versato circa 6 milioni e 400 mila euro a Mediaset e solo la metà alla Rai, mentre nel 2010 è riuscita a fare di più, dando 6 milioni e 700 mila euro alle reti di Berlusconi e poco più di 2 milioni alla Rai.
Sarà perché in Lottomatica, oltre alla famiglia Drago, c’è anche Mediobanca, nel cui CDA siedono Marina Berlusconi e Ennio Doris ed una quota è posseduta direttamente lui: Silvio Berlusconi.

Nuove bische cinesi
I cinesi sono i più grandi giocatori del mondo. In quasi tutti i bar cinesi esiste un retrobottega adibito a bisca più o meno legale. È la prima fonte di reddito della Triade, seguita dalla prostituzione, nonostante il codice penale cinese sia molto rigido contro chi conduce, come sottolineato in precedenza, o ha semplicemente aperto un locale di gioco: c’e’ la reclusione da 3 a 10 anni, rispetto all’arresto da tre mesi ad un anno previsto dall’articolo 718 del nostro codice penale. Dal confronto e’ facile capire come in Italia sia proliferato negli ultimissimi anni questo business gestito dai cinesi. Le bische clandestine spesso si trovano dentro anonimi appartamenti o nei retri di bar e negozi. Rispetto alle bische clandestine dei decenni precedenti, in questo caso spesso si tratta di numerosi tavoli da gioco, con tanto di croupier e sportello per il cambio delle fiches. Un vero e proprio casinò illegale che lavora quasi a ciclo continuo, incassando una mare di quattrini che l’organizzazione ricicla rilevando attività commerciali e nuovi appartamenti in Italia. In alternativa, i soldi sporchi vengono trasferiti direttamente in Cina.
A giugno 2010 la guardia di finanza compie un blitz in otto regioni italiane (Toscana, Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Sicilia), arrestando 24 persone, 18 cittadini cinesi e 7 italiani, con l’accusa di riciclaggio.
Anche la Romagna non è esente da questo fenomeno: nei pressi del centro storico di Forlì, la Squadra Mobile di Forlì ha sgominato un’organizzazione di cinesi che aveva trasformato una casa in una vera e propria bisca clandestina. Sono state denunciate otto persone, tutte cinesi: sette i frequentatori della bisca, per partecipazione a gioco d’azzardo, e uno l’affittuario dell’appartamento per esercizio di casa da gioco. Pare che il padrone di casa riscuotesse anche una percentuale sulle giocate.

di Massimo Manzoli

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15 maggio 2011

Arresto di Pietro Falcone a Ravenna

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Il 7 giugno 2010, nell’ambito di un’operazione congiunta della Polizia di Stato di Caserta e della Legione Carabinieri Campania contro il “clan dei casalesi”, la Squadra Mobile di Ravenna ha collaborato nel rintracciare una persona e nell’esecuzione del relativo fermo. Si tratta di Pietro Falcone, 30 anni, originario di Aversa e figlio dell’ex capozona Ettore Falcone (ucciso nel 1990 a Parete, provincia di Caserta). E’ stato fermato in un’abitazione di Marina di Ravenna. All’interno dell’appartamento dove Falcone si trovava non sarebbero state rinvenute armi e al momento dell’arresto non avrebbe opposto resistenza alle forze dell’ordine. Restano ancora da chiarire i motivi per i quali il 30enne si trovava in zona: pare semplicemente per motivi di famiglia, in quanto la compagna era residente a Marina di Ravenna.

Sono stati effettuati in tutto 9 provvedimenti di fermo, emessi dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, nei confronti di altrettanti esponenti della famiglia “Schiavone”, capeggiata da Francesco “Sandokan” Schiavone, attualmente detenuto in regime di 41 bis, ritenuti responsabili di associazione di stampo camorristico, estorsione aggravata dal ricorso al metodo mafioso e, per alcuni di essi, di concorso in tentato omicidio, detenzione e porto di armi da fuoco.

Dal comunicato ufficiale della DDA di Napoli si legge: “I fermati appartengono al gruppo operante ed egemone nella città di Aversa e dintorni e sono tutti affiliati al clan Schiavone. Le indagini sono state condotte con intercettazioni telefoniche ed ambientali, nonchè attraverso dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, fra i quali alcuni intranei al clan Schiavone di Casal di Principe e si inseriscono nel solco delle attività seguite al triplice omicidio Buonanno-Papa-Minutolo (con l’arresto fra gli altri di Vargas Roberto e Laiso Salvatore) ed all’omicidio di Laiso Crescenzo, nonché alla recente cattura dei latitanti Vargas Pasquale e Panaro Nicola. Il gruppo mafioso oggetto di indagine operava nell’agro aversano attraverso la capillare imposizione delle estorsioni ad imprenditori e commercianti e non disdegnano di utilizzare costantemente l’intimidazione delle vittime attraverso attentati dinamitardi e gambizzazioni. Il gruppo era retto da FALCONE Pietro, DE BIASE Gaetano ed ORABONA Salvatore, i quali nell’anno 2008 entrarono in contrapposizione con SETOLA Giuseppe, tanto che l’Orabona fu vittima di un tentato omicidio. Un formidabile riscontro alle attività di intercettazione in corso ed alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia veniva acquisto in data 3 aprile 2009 con il sequestro a De Biase Gaetano di una contabilità completa del clan, con l’indicazione di numerosi imprenditori aversani sottoposti ad estorsione, e degli affiliati, liberi o detenuti, destinatari dello stipendio.”

Il motore del clan era quindi il pizzo. E se non pagavi, erano minacce e gambizzazioni. Il gruppo criminale, almeno secondo le indagini, era retto anche da Falcone, il quale si muoveva in contrapposizione con Giuseppe Setola, capo dell’ala stragista dei Casalesi. Quest’ultimo è quello che nel settembre 2008 a Castelvolturno diede l’ordine di sparare contro gli immigrati africani, lasciando sette cadaveri sull’asfalto. Non un nemico qualsiasi insomma, tanto che Falcone e un altro del clan (l’Orabona) erano finiti sotto il piombo di un ignoto kalashnikov, accusati di avere trattenuto parte degli incassi del pizzo imposto ad alcuni imprenditori e commercianti della zona e destinato a Setola. Era la notte del 12 dicembre di due anni fa e contro le abitazioni dei due erano stati scaricati centinaia di colpi di grosso calibro. Ma a farne le spese era stata una innocente signora di 47 anni, centrata alle gambe. (Di questo agguato restano le agghiaccianti intercettazioni della polizia eseguite con una microscopia inserita nella macchina del commando: http://youtu.be/kM-X8EcOoWs)

Molto più sicura allora Marina di Ravenna, centinaia di chilometri più a nord, dove quelli di Setola non sono mai arrivati. Ma quelli della polizia sì.

di Massimo Manzoli

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3 marzo 2011

Storie da Ravenna: Gardini chi era costui?

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La figura di Raoul Gardini è legata a doppio filo alla storia recente di Ravenna, quella Ravenna che finiva sulle prime pagine di quotidiani e periodici patinati per i numerosi trionfi in campo sia economico sia finanziario che l’erede di Serafino Ferruzzi era in grado di inanellare uno dopo l’altro.
Per citare solo qualche esempio, il Moro di Venezia, la barca di Raoul Gardini di proprietà del gruppo Montedison, vinse la Louis Vuitton Cup nel 1992. Il Messaggero Volley, la squadra di pallavolo di Raoul Gardini, la quale prendeva il nome dal giornale Il Messaggero, di proprietà del gruppo Montedison, ottenne eccellenti risultati e buoni piazzamenti nel corso degli anni ‘90.

L’Olimpia Teodora, altra squadra di pallavolo, così chiamata dall’olio di soia “Teodora” prodotto dalla , società di Raoul Gardini di proprietà del gruppo Montedison, raggiunse livelli tuttora ineguagliati.
Insomma, alla base di ogni ricetta di successo, indifferentemente in campo sportivo o economico, si trovavano sempre Raoul Gardini ed il gruppo Montedison.
Fino a quel mattino del 23 luglio 1993: a Milano, in un momento compreso fra le 7 e le 8,30 del mattino, Raoul Gardini, non più presidente del gruppo Montedison, oramai sull’orlo del fallimento, muore per un colpo di Walter Pkk alla tempia.
Come si arrivò a questo tragico epilogo non è ancora ben chiaro, sebbene siano passati oramai più di 17 anni. Tuttavia agli investigatori della DIA di Caltanissetta non è importata la lontananza nel tempo di questi fatti; infatti nel 2006 il fascicolo riguardante la morte de “il Corsaro”, come era stato soprannominato l’affarista ravennate grazie alla sua passione per le regate di vela, è stato riaperto. E a chi si chiedesse come mai proprio la Procura di una città così lontana sia dal luogo di nascita sia da quello di azione del finanziere si stia occupando del caso, si può rispondere raccontando loro la storia della Calcestruzzi S.p.A., ex società del gruppo Ferruzzi appartenente ora ad Italcementi, colosso dell’edilizia guidato dagli eredi della famiglia Pesenti.
Serafino Ferruzzi, con la costituzione nel 1948 della società a responsabilità limitata Ferruzzi Benini e C., dal 1956 Ferruzzi e C., aveva incominciato a far pesare la sua presenza all’interno del mercato delle materie prime agricole. Partendo dal semplice ritiro di partite di merce al porto di Ravenna e passando per la costruzione di una rete di silos per lo stoccaggio all’interno dei maggiori porti italiani, l’affarista giunse negli anni Sessanta ad insediare i propri silos direttamente in Argentina e negli Stati Uniti, trasformando la sua azienda in una delle maggiori compagnie di trading del mondo.
Ma l’espansione nel mercato agroalimentare non era sufficiente: in Italia quindi all’attività commerciale aveva affiancato quella industriale. Da una parte si trovava la già citata Italiana Olii & Risi, specializzata nella lavorazione di semi oleosi, e dall’altra la Calcestruzzi S.p.A., fondata alla fine degli anni Cinquanta e inizialmente destinata alla produzione di conglomerato cementizio.
Ma l’espansione industriale nel campo dell’edilizia non interessava solamente il gruppo Ferruzzi. Contemporaneamente in Sicilia, a cavallo fra gli anni ‘50 e ‘60, Francesco Vassallo si impone come uno dei primi mafiosi-imprenditori, un uomo da prendere a modello per quanto riguarda la gestione e l’espansione del business del cemento illegale. Nato figlio di carrettiere, grazie al matrimonio con Rosalia Messina, figlia del capomafia Giuseppe Messina e sorella di Salvatore e Pietro Messina, riesce ad avviare un’attività imprenditoriale all’inizio limitata all’area della borgata.
La scalata verso il successo è però molto veloce: dopo la fondazione della Co.pro.la (Cooperativa produzione latticini) nel 1947, il boss riesce ad inserirsi nel sistema di assegnazione degli appalti grazie al sempre valido mix di parentela, amicizie, consociazioni e cointeressenze. Così, partendo da un semplice appalto per la costruzione della rete fognaria in due borgate arriva al cosiddetto “sacco di Palermo”: nel 1969 Vassallo risulta essere proprietario di ben 15 immobili dove erano collocati istituti scolastici, e nel contempo la Sicilia risultava essere l’ultima nella graduatoria per regioni delle opere ultimate, appaltate e in corso di appalto.
Egli riuscì a concludere la sua vita senza essere mai condannato e non gli furono mai nemmeno applicate misure di prevenzione, nonostante fossero ben documentate le linee di credito di cui egli godette, in special modo presso alcuni uomini politici.
La carriera di Vassallo fu un caso emblematico, e sicuramente gettò le fondamenta per un progressivo “miglioramento” della carriera di mafiosi-imprenditori molto più vicini a noi nel tempo, come ad esempio Gaetano Badalamenti e Rosario Spatola, i quali riuscirono a dare vita a veri e propri imperi industriali fra gli anni ’70 e gli ’80: ad esempio, la SIFAC S.p.A. (Siciliana Industria Frantumazione Asfalti Conglomerati), costituita nel 1972 e in mano ad affiliati del clan Badalamenti, aveva un capitale sociale iniziale di 35 milioni, ma nel 1978 esso viene elevato a 200 milioni. Stesso discorso si può fare per la Sicula calcestruzzi, costituita nel 1974, con un capitale iniziale di 15 milioni, elevato nel 1978 a 200 milioni, e molte altre. Questi vertiginosi aumenti di capitale furono possibili solamente grazie al florido traffico di droga: dalle raffinerie presenti nei pressi dell’aeroporto di Punta Raisi partivano quasi quotidianamente carichi di eroina destinazione Stati Uniti, i quali permettevano consistenti introiti di denaro che veniva appunto ripulito grazie ai sovracitati aumenti di capitale di imprese che, agli atti, avevano svolto attività molto limitate per giustificare simili somme. Percorso analogo è stato svolto da Rosario Spatola: da artefice di modeste opere nel 1969, valutate solamente poche decine di milioni, riuscì ad ottenere, nel 1978, la cessione di un appalto per la costruzione di alloggi popolari del valore di 10 miliardi e mezzo di lire.

E dopo questo breve excursus su origini e tecniche di appalto in terra di Trinacria possiamo ricongiungere le fila delle due vicende.È la fine degli anni ‘70: per la precisione il 10 dicembre 1979. Serafino Ferruzzi precipita con il suo aereo privato, in fase di atterraggio all’aeroporto di Forlì. È subito chiaro che il genero, Raoul Gardini, il suo delfino, è destinato a prendere il suo posto alla guida dell’azienda fondata dal suocero. E così accade: gli eredi gli assegnarono la delega operativa al controllo di quella che era diventata ormai una multinazionale di dimensioni planetarie.
La diversa condotta di Gardini rispetto a quella del compianto fondatore è subito chiara; tanto era riservato il suocero tanto è spregiudicato e desideroso di far parlare di sé il genero. Il colpo grosso, quello di una vita, gli riesce molto presto: tra il 1985 e il 1987, infatti, l’affarista riesce a mandare in porto l’acquisto del colosso chimico Montedison, completando un’operazione da 2.000 miliardi di lire, che porta la multinazionale industriale a registrare ricavi da 20.000 miliardi annui, con 52.000 dipendenti e oltre 200 stabilimenti in tutto il mondo.
La gran parte degli introiti proviene dallo storico settore agroalimentare, ma la porzione di affari allacciata al campo delle costruzioni è considerevole, e proprio la Sicilia rappresenta un tassello determinante per l’aumento dei profitti. Ed è proprio a questo punto, qui dove si intersecano gli scenari, che entrambi i protagonisti, l’industriale e Cosa Nostra, entrano in scena.
Gli anni ’80 rappresentano un punto di rottura molto profondo per il mondo della mafia siciliana: dopo il “golpe” all’interno della Cupola, i Corleonesi decidono di intraprendere un nuovo corso per quanto riguarda la gestione degli appalti pubblici e privati. È Salvatore Riina, il capo dei capi, che prende questa decisione, scegliendo di affidarsi ad una delle famiglie più fedeli all’interno della cosca, quella dei Buscemi-Bonura, titolari anch’essi di un’omonima Calcestruzzi S.p.A., solamente con la precisazione Palermo all’interno del nome. E furono proprio gli ambigui rapporti instauratisi fra la Calcestruzzi ravennate e quella palermitana a dare il via alle indagini che condanneranno esponenti di spicco all’interno del gruppo Ferruzzi.
Il 1982 si può considerare l’anno di partenza di questa pericolosa “joint venture”: proprio in quest’anno, infatti, la società ravennate, amministrata all’epoca da Lorenzo Panzavolta, acquista da Antonino Buscemi il 40% del capitale sociale della Cava Occhio, situata in provincia di Palermo.
Due anni dopo il capomafia titolare della Calcestruzzi Palermo S.p.A. viene colpito, insieme ad altri esponenti della sua famiglia, da un mandato di cattura legato alle indagini che daranno vita al tanto famoso maxiprocesso. A questo punto Panzavolta, uomo che si guadagnerà la stima e la fiducia di Buscemi, tanto da portare il capoclan a definirlo “un duro, meglio di un uomo d’onore”, non solo non recide i legami con l’accusato, ma addirittura si adopera in modo tale da salvare i beni del socio siciliano, proteggendo i suoi beni dal sequestro e dalla conseguente confisca in barba alla legge Rognoni-La Torre. O, detto con le parole dei giudici, “Che si sia trattato di una vendita simulata avente il solo scopo di evitare il sequestro e la conseguente confisca di alcuni terreni intestati alla Calcestruzzi Palermo S.p.A. è però, innanzitutto, desumibile da una relazione dell’amministratore giudiziario dei beni di Buscemi Antonino nell’ambito di procedimento di prevenzione a carico di quest’ultimo instaurato nei primi anni 90”.
Sempre nel 1984 venne portata avanti un’enorme speculazione edilizia che andava a colpire una delle zone più belle di Palermo, Pizzo Sella, una montagna che domina il mare di Mondello, per poi passare all’acquisizione di numerose cave di marmo e di ditte di materiali edili nella provincia di Massa Carrara nel 1986. Veniva così schermato il riciclaggio di denaro sporco grazie a società che nominalmente erano della Ferruzzi (quali, sempre secondo giudici e carabinieri, CISA S.p.A. ma soprattutto GAMBOGI S.p.A.), ma il cui capitale in pratica apparteneva per il 50% ai Buscemi e alcuni degli uomini del boss lavoravano al loro interno.
Questa operazione sarà quella che per prima verrà scoperta dagli inquirenti, ma solamente tre anni dopo verrà dato l’avvio alle indagini, motivando l’azione dicendo che “in alcuni casi la Calcestruzzi s.p.a. ha rilevato beni di notevole entità e valore da soggetti mafiosi che, molto spesso, sono riusciti, attraverso contratti societari, a mantenere la gestione, pur non figurando, dal punto di vista giuridico, quali unici proprietari, e ciò al fine di evitare l’applicazione delle specifiche disposizioni di legge vigenti nei confronti dei soggetti ritenuti appartenere ad organizzazioni di tipo mafioso”.
Fra coloro che invece avevano certezze anziché sospetti riguardo l’operato poco trasparente della multinazionale con sede a Ravenna bisogna ricordare Giovanni Falcone il quale, sempre nell’anno dell’acquisizione delle cave nella provincia toscana, in risposta alla notizia che Gardini aveva quotato le sue azioni sul mercato, dichiarò freddamente “La mafia è entrata in borsa”. Ma il resto del mondo affaristico non era d’accordo con il magistrato: nella Calcestruzzi vedevano tutti un esempio di rampante economia italiana, in grado di generare un capitale valutato 26 miliardi di lire, capace di aumentare del 20% il valore iniziale in un solo anno di attività.
L’approdo in borsa non è però sufficiente al “Corsaro”, il quale nel 1988, nella sua continua ricerca di successo economico, fa il passo più lungo della gamba. Era intenzionato a creare uno fra i più mastodontici colossi della chimica mondiale dalla joint-venture fra la sua Montedison e l’ENI, l’azienda di Stato. Secondo l’accordo, patrocinato dal Governo di allora guidato da Ciriaco De Mita, entrambe le imprese avrebbero dovuto far confluire nella nuova creatura, l’Enimont, le loro attività inerenti il settore chimico. Il 40% sarebbe stato partecipato dalla ex Montedison, una quota analoga sarebbe toccata all’ENI e il restante 20% sarebbe stato collocato in Borsa in modo da rimanere flottante sul mercato.
Le cose però si mettono subito male per Gardini: per ragioni contabili deve pagare un’esorbitante cifra in tasse all’Erario, pari all’incirca ad 800 miliardi di lire. Chiede pertanto insistentemente al Governo un intervento di defiscalizzazione, ma il decreto non viene mai convertito in legge nonostante venga ripresentato per altre due volte.
A questo punto -siamo nel 1989- all’imprenditore non rimane che una cosa da fare: rastrellare quanto più possibile delle azioni rimaste flottanti in Borsa per dare così la scalata al gruppo e potersi presentare alla fine di febbraio in posizione di maggioranza e chiedere un aumento del capitale di 1000 miliardi. Nell’operazione non è solo, ma viene aiutato da due fidati finanzieri: Gianni Ravasi e Jean Marc Vernes. Purtroppo loro sembrano i soli ad assecondare i piani di Gardini: nonostante egli sia arrivato a dichiarare “La chimica sono io”, il mondo politico ed economico italiano non era più favorevole all’accentramento della chimica italiana in mano ad un privato. Addirittura Gabriele Cagliari, presidente dell’ENI, oltre ad opporsi all’aumento di capitale chiede anche di comprare le azioni Enimont possedute da Gardini. In un primo momento il ministro delle partecipazioni statali Franco Piga sembra tendere una mano al “Corsaro”, disponendo che venga fissato un un prezzo per le quote Enimont e lasciandogli così la possibilità di comprare o vendere l’intero pacchetto. Ma la svolta negativa è già dietro l’angolo: Diego Cutrò, presidente vicario del Tribunale di Milano, firma un provvedimento su richiesta del’ ENI in base al quale tutti i titoli Enimont vengono “fermati” provvisoriamente -un provvedimento nemmeno previsto dal codice- e Vincenzo Palladino, acerrimo nemico di Gardini, viene nominato custode giudiziale. Per quanto accaduto entrambi verranno in seguito processati e condannati, colpevoli di aver accettato delle tangenti.
Ma nel frattempo anche le congiunture socioeconomiche estere si mettono contro Gardini: a causa della guerra del Golfo e della conseguente crisi petrolifera, Enimont perde circa 90 miliardi al mese, un indebitamento insopportabile per la Montedison, la quale si ritrova ben presto con un debito superiore ai 30.000 miliardi di lire. L’unica cosa da fare è quindi vendere all’ENI, la quale accetta la proposta di acquisto-vendita con però una maggiorazione sul prezzo di 600 miliardi.
La cifra è troppo grossa per passare inosservata: il sospetto di una maxitangente nascosta dà presto il via ad un’indagine, capeggiata dal pm Francesco Greco appartenente al pool milanese il quale, cercando di arrivare a capo dell’immenso impero off-shore di Gardini, scopre fondi neri per almeno 140 miliardi, creati grazie ad un’operazione immobiliare con il costruttore Domenico Bonifaci.
A questo punto la responsabilità non è più solamente del finanziere, ma assume particolare rilevanza nella creazione dei conti extracontabili anche la figura di Giuseppe Garofano, sostituto di Gardini alla guida della società insieme al cognato Carlo Sama. Questi conti sarebbero quindi serviti a “mantenere i patti” con i vertici dei vari partiti in merito all’affare Enimont: quasi 30 miliardi di maxitangente destinati a politici di primo piano, fra cui si possono ricordare Craxi, destinatario di 11 miliardi, Citaristi e Forlani, 8 miliardi a testa, Pomicino, 5,5 miliardi, Martelli e La Malfa 500 milioni ciascuno, Bossi 200 milioni e molti altri ancora fra i quali, probabilmente, anche Occhetto e D’Alema. Questo denaro, recuperato da Sergio Cusani, uomo di fiducia del finanziere ravennate, transitò addirittura per lo IOR, dovendo passare da titoli di credito statali -BOT e CCT- a denaro contante.
L’inchiesta si allargò a macchia d’olio su tutti gli affari di Gardini, prendendo anche direzioni sicuramente più temute. Era il 1991, e la stagione degli attentati aveva preso il via. Era necessario che lo Stato ritornasse al suo posto e che la smettesse di muovere pressanti azioni dei confronti dell’Organizzazione. Cosa Nostra si sarebbe fatta Stato, e nessuno avrebbe potuto fermarla.
I mesi a venire registrarono una serie di atti violenti verso ogni infrastruttura che identificasse lo Stato. Filiali delle poste, impianti dell’Enel, questure e stazioni dei carabinieri, fino ad alcune sedi territoriali della DC, furono oggetto di attentati e distruzioni. Le azioni vennero firmate a nome della Falange Armata, ed il fatto costituì una novità assoluta: mai prima d’ora gli uomini d’onore avevano rivendicato un atto criminoso. Nonostante la volontà di instaurare un clima di terrore generalizzato che scoraggiasse gli uomini delle istituzioni dal proseguire nelle loro indagini e il fallito attentato  dell’Addaura del 1989 alle spalle, Giovanni Falcone, definito da Riina il nemico numero uno, non si arrende, e porta avanti l’indagine aperta dai ROS nel 1989 proprio sul legame mafia-appalti. E fu forse proprio questo dossier investigativo, chiamato “Mafia e appalti in Sicilia”, a determinare la sua morte.
Un rapporto di quasi mille pagine, consegnato al capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno pochi giorni prima che il pm si trasferisse a Roma nel quale i carabinieri, mediante intercettazioni, accertamenti finanziari e pedinamenti, evidenziano la   posizione di Angelo Siino, colui che per tutti in seguito a queste rivelazioni diventerà “il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra” e quella del gruppo Ferruzzi. Il gigantesco fascicolo era corredato con nomi, date e cifre che descrivevano nel dettaglio il sistema delle tangenti con il quale, in Sicilia e nel resto del paese, si regolava l’assegnazione degli appalti pubblici.
A dare manforte a questo documento, scritto inizialmente senza alcun aiuto di pentito, arrivò successivamente la testimonianza di Leonardo Messina, pentito di quella  strage di Capaci che il 23 maggio 1992 aveva messo a tacere per sempre Giovanni Falcone, la moglie e la sua scorta. Il pentito confessò a Paolo Borsellino, il quale aveva raccolto il testimone dell’amico scomparso, che “Totò Riina i suoi soldi li tiene nella Calcestruzzi”, specificando subito dopo, a scanso di equivoci, “Intendo dire la Calcestruzzi S.p.A.”. Queste dichiarazioni portarono il pm a commentare il fatto con dichiarazioni molto pesanti: “Se ci sono tante persone che possono riciclare qualche miliardo di lire, quando bisogna investire centinaia di miliardi ci sono pochi disposti a farlo. Imprenditori importanti, di cui i mafiosi non si fidano ma non possono nemmeno fare a meno. È uno dei fronti su cui stiamo lavorando”. Il magistrato siciliano non ebbe il tempo di andare avanti: 19 giorni dopo, il 19 luglio 1992, fu spazzato via dall’autobomba di via d’Amelio.
Proprio per questi motivi Gardini non si sentiva al sicuro. I legami che lui e Panzavolta avevano tenuto con Cosa Nostra, se venuti allo scoperto, sarebbero stati troppo ignominiosi da sopportare. Ma al contempo lui rappresentava un problema, se possibile ancora più grande, per l’Organizzazione: se avesse deciso di parlare, le sue dichiarazioni avrebbero sicuramente dato una spinta fondamentale alle indagini.
Si arrivò così al luglio 1993: come già accennato prima, anche Giuseppe Garofano era stato coinvolto nelle indagini relative a Tangentopoli e il settimanale il Mondo era pronto a pubblicare un’inchiesta in cui esplicitava le dichiarazioni rese dal nuovo gestore della moribonda Montedison. Il quotidiano la Repubblica anticipa questo servizio e titola “Tangenti, Garofano accusa Gardini”.
È il mattino del 23 luglio 1993 e, secondo le versioni più accreditate da 17 anni a questa parte, Raoul Gardini si suicida per sfuggire agli interrogatori dei magistrati. Il suo corpo senza vita viene ritrovato dal maggiordomo, Franco Brunetti, il quale è anche l’ultimo a vederlo in vita e a parlargli, all’incirca verso le 7 del mattino, quando gli serve la colazione e gli porta i quotidiani. Dopo, il buio: verso le 8.30 uno dei suoi avvocati, Giovanni Maria Flick, prova a chiamarlo, ma non ottiene nessuna risposta.  Insospettito dal comportamento inusuale, il maggiordomo irrompe nella camera da letto e trova Gardini riverso sul letto, il volto ricoperto di sangue. L’uomo gli sembra ancora vivo e decide quindi di chiamare l’ambulanza mentre gli tampona le tempie. Purtroppo ogni fatica si rivela inutile, e il delfino di Serafino Ferruzzi, l’uomo che aveva sfidato tutto e tutti, spira poco dopo.Al suo fianco viene ritrovata una Walter Pkk 7.65, due bossoli esplosi e  un messaggio d’addio: i nomi dei figli e della moglie seguiti da un semplice “Grazie”.Proprio a causa dell’ambiguità della collocazione e della natura di questi elementi di prova la procura di Caltanissetta ha deciso di riaprire quelle indagini che per molti erano state chiuse troppo frettolosamente, classificando quella morte come un suicidio. Numerosissimi sono i dubbi che si affastellano in merito a questa morte eccellente: perché nessuno dei presenti udì le detonazioni se all’interno non c’era nessun rumore ostativo? Perché su due cartucce delle 18 inesplose c’erano frammenti di impronte non appartenenti a Gardini? Perché l’autopsia tardò di 36 ore e non fu fatto il sopralluogo?
Sicuramente non dovrebbero essere presenti dubbi di questo genere quando ci si trova di fronte ad un suicidio. E sicuramente non ci dovrebbero essere neppure dubbi in merito alla gestione di un’industria. Ma, dato che in questo caso esistono perplessità che spesso si sono trasformate in certezze in entrambi i campi, un nuovo filone di indagini era inevitabile, soprattutto se si considera la condanna di Lorenzo Panzavolta nel 2002, per lottizzazione abusiva in concorso con esponenti mafiosi.Oltretutto, i problemi con la mafia della Calcestruzzi S.p.A. non si sono conclusi con la vendita nel 1997 da parte della Compart, la società nata dal crollo della Ferruzzi, al gruppo Italcementi.
Infatti nel 2006 sono stati arrestati Salvatore Paterna, impiegato della Calcestruzzi spa, Giuseppe Ferraro, proprietario della cava “Billiemi” e Giuseppe Giovanni Laurino per associazione mafiosa e falso in bilancio. Insieme a loro è finito in cella anche Fausto Volante, dirigente per il sud Italia dell’azienda, con l’accusa di aver veicolato la cessione di una cava ad un prestanome.
Nel gennaio 2008 è stato invece il turno di Mario Colombini, amministratore delegato, finito in carcere per truffa, inadempimento di contratti di pubbliche forniture e intestazione fittizia di beni con l’oramai classica aggravante di avere agevolato l’attività della mafia. A fine febbraio viene meno l’aggravante di favoreggiamento mafioso, ma nonostante questo la Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta continuerà le sue indagini tirando in ballo addirittura Carlo Pesenti stesso, amministratore delegato di Italcementi, per concorso in riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, il tutto aggravato dall’aver favorito Cosa Nostra.
E solo nel maggio 2010 il compendio aziendale di Calcestruzzi S.p.A. è stato restituito ad Italcementi dopo due anni di amministrazione giudiziaria causati dall’accusa di avere assunto in Sicilia il monopolio nella fornitura di calcestruzzo, oltretutto non conforme alle norme tale da minare la stabilità delle opere nelle quali era stato utilizzato.
Il legame fra impresa edile e mafia, quindi, sembra resistere all’avvicendarsi di nomi più o meno illustri, più forte di ogni terremoto scandalistico o investigativo. L’unica cosa che noi possiamo fare, nell’attesa di una conclusione finalmente chiara delle indagini, è continuare a credere nei valori di rettitudine e giustizia che ci hanno lasciato tutti coloro che sono caduti nell’adempimento dei loro doveri: come diceva Giovanni Falcone, “che io sappia, c’è soltanto questo Stato, o più precisamente questa società di cui lo Stato è l’espressione”.

di Silvia Occhipinti

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18 Gennaio 2011

Ganzer a Ravenna: un porto per lo spaccio

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generale GanzerIl porto, nella vita economica e culturale di Ravenna, è sempre stato fondamentale. Foriero di nuove culture, ponte per nuove rotte verso l’intero Mediterraneo, ha permesso alla città di conquistare una posizione di prestigio all’interno del quadro delle realtà che si affacciano sul Mare Nostrum. Purtroppo, come d’altronde ogni porto, non ha favorito solamente lo scambio legale di merci, ma anche quello illegale. E il carico della motonave Bisanzio, che attraccò in darsena il 9 dicembre 1993, rientra a pieno titolo nella categoria “merci illegali”.

A bordo dell’imbarcazione salpata da Beirut, stipati dentro ad un container, si trovavano 1000kg di hashish, 119 mitragliatori, due lanciamissili, quattro missili e altre munizioni: un vero e proprio arsenale militare.

Il viaggio della Bisanzio non era però passato inosservato. I ROS -Raggruppamento Operativo Speciale dei carabinieri, l’elite dell’Arma per indagini su mafia e terrorismo-, guidati dall’allora colonnello Giampaolo Ganzer, erano a conoscenza sia del luogo di arrivo sia della natura del carico della motonave. Era stato pertanto deciso, in modo da ottenere il miglior risultato possibile, di ritardare il sequestro dello stupefacente e delle armi e di seguire il loro iter fino ai destinatari stabiliti, in questo caso appartenenti alla ‘ndrangheta calabrese. Quindi, grazie appunto ad un decreto che stabiliva le modalità descritte, il viaggio delle merci provenienti dal Libano ebbe inizio: le armi, passate da Ravenna a Bologna, vennero fatte stazionare per un certo tempo nella Bergamasca, per poi ripartire alla volta della Calabria. Solamente a quel punto i carabinieri sono intervenuti, sequestrando le armi, divise in sette casse e celate in mezzo ad un carico di bibite. La droga invece, trasferita sempre in pacchetti da 100kg l’uno, era stata seguita lungo tutti i suoi spostamenti grazie ad un elaborato sistema di segnalatori installati durante lo sbarco.

Così, ad operazione conclusa, nel maggio del 1994, si poterono contare 16 arrestati fra italiani e marocchini.

Peccato che nel 1997 di indagine ne venne aperta un’altra, questa volta molto più articolata e complessa, persino scomoda per molti, visti gli imputati: Ganzer, ora diventato comandante dei ROS, dal 1991 al 1997 avrebbe orchestrato le azioni del nucleo di eccellenza investigativa dell’Arma in modo tale da poter trafficare in stupefacenti, assicurare l’impunità ai grossisti e occultare denaro e droga frutto dei sequestri a vantaggio suo e di altri ufficiali e sottufficiali dell’Arma, indagati anch’essi per gli stessi crimini.

L’importante accusa venne mossa dal pm Armando Spataro come conseguenza di un’azione fotocopia di quella tenuta a Ravenna, ma stavolta svoltasi a Massa Carrara agli inizi del 1994: anche in questo caso un grosso carico di cocaina, all’incirca 200kg, era in procinto di arrivare nel porto della città toscana. E anche in questo caso ci sarebbe stato bisogno di un decreto di ritardato sequestro dello stupefacente, in modo tale da permettere la cattura dei “pesci grossi” che avevano ordinato quella partita di droga e non solo dei “pesci piccoli” che venivano colti in flagrante quando la nave attraccava al porto.

In Italia, però, al momento della ricezione del carico non c‘era nessun leader del narcotraffico, ma solamente personaggi di basso rilievo e “confidenti” utilizzati come agenti provocatori, spacciatori e tramiti con le organizzazioni dei trafficanti. Uno di questi, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso», dopo aver raccontato al pm Fabio Salomone di Brescia che nel 1991 due carabinieri del ROS lo avvicinarono in carcere proponendogli di diventare un confidente nel campo della droga, muore suicida nel carcere di Lucca il 29 agosto nel 2007, cinque giorni dopo essere stato arrestato dalla squadra mobile nell’ambito di un’inchiesta su delle rapine. Nella sua ultima lettera, indirizzata anche ai magistrati che hanno gestito la sua collaborazione, vi era scritto: “Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. E’ un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile.. Vi chiedo scusa per questo insano gesto”.

Azioni investigative successive hanno confermato la versione di Rotondo, identificando i mandanti di quelle spedizioni nei ROS stessi: Giampaolo Ganzer e Mauro Obinu, ex colonnello dei ROS e attuale alto dirigente dei servizi segreti, secondo i pm di Milano che si occupavano del caso avevano instaurato “contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico degli stupefacenti senza procedere né alla loro identificazione, né alla loro denuncia”, ordinando inoltre “quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro”.

La metodologia del decreto ritardato era quindi perfetta per questo tipo di operazioni, che avevano permesso ai capi dei ROS di ottenere in breve tempo sia gloria e avanzamenti di carriera grazie alla diffusione delle notizie dei loro “successi manipolati” sulla stampa nazionale, sia un enorme tornaconto economico derivato dalla rivendita della droga e del materiale bellico. Sempre secondo i pm, furono ben sei le operazioni gestite in questo modo: “Cedro” (1991), “Hope” (1993), “Lido” (1994), “Shipping” (1994), “Cobra” (1994) e “Cedro uno” (1997).

Ma già un anno dopo il “piano Cobra” messo in atto a Massa il pm Spataro incominciò ad avvertire altri suoi colleghi pm, per metterli sull’avviso casomai fossero capitate anche a loro vicende analoghe.

Bisognò comunque aspettare diversi anni per l’apertura di un processo, il quale si rivelò oltremodo lungo e difficoltoso: l’inchiesta, nata a Brescia (pm Fabio Salamone) passò a Milano (pm Davigo, Boccassini e Romanelli) perchè coinvolgeva un magistrato bergamasco, Mario Conte (il quale, grazie alla sua firma, assicurava copertura legale ai ROS), salvo poi essere mandata a Bologna in qualità di tribunale di competenza per l’operazione “Lido” a Ravenna. Da Bologna fu però restituita a Milano, girata a Torino e rispedita a Bologna, per riapprodare, stavolta in via definitiva, nel capoluogo lombardo quando erano scaduti tutti i termini per gli accertamenti.

Nonostante l’iter travagliato, il processo, giunto a sentenza nel luglio 2010, permise di fare luce sulla solo apparentemente chiara vicenda avvenuta a Ravenna: l’hashish e l’arsenale militare stipati sulla motonave Bisanzio erano stati ordinati in Libano e, appena sbarcati, erano stati acquisiti dai marescialli Gilberto Lovato di Brescia e Vincenzo Rinaldi di Roma. Grazie ad uno di questi oramai famosi decreti di ritardo sequestro, Lovato portò il tutto in un deposito del Centergross, situato nella zona industriale nei pressi di Bologna. Qui armi e droga destinati, secondo i ROS, a calabresi, sardi e francesi vennero invece “ceduti a soggetti diversi, istigati all’acquisto, nei confronti dei quali si è proceduto separatamente” come dicono i pm.

Il maresciallo Rinaldi, agente sotto copertura, e un collega non identificato avevano venduto, secondo l’accusa, 232kg di hashish a due persone a Bologna, Domenico Delai e Ivano Pedretti, in due blocchi, uno da 143kg e uno da 89kg: nel febbraio ’94 vendettero invece 62kg di stupefacente ad altre quattro persone, sempre a Bologna.

Solamente per quest’ultima partita, Rinaldi ricavò 50 milioni di lire, denaro di cui «veniva omesso il sequestro». La vendita però non finì qui: il maresciallo e altri due piazzarono ancora 103 chili a Parma, con un ricavo di 34 milioni, anche questo denaro fantasma.

Smerciata la drogava, toccò alle armi. Kalashnikov, missili e lanciamissili vennero venduti in provincia di Bergamo a due personaggi, Girolamo Rispoli e Domenico Vallone e sempre a Bergamo fu smerciato altro hashish della motonave libanese. Come già avvenuto a Bologna e Parma, la somma imprecisata ricevuta per la vendita del materiale bellico non fu sequestrata e la destinazione del denaro rimase ignota.

Una volta completata la vendita ognuna delle persone con cui i ROS avevano “fatto affari” fu arrestata, permettendo così ai carabinieri di ottenere anche il giusto riconoscimento a livello nazionale per la loro operazione “portata brillantemente a termine”.

Le motivazioni della sentenza di primo grado dei giudici del Tribunale di Milano, rese pubbliche il 27 dicembre 2010, hanno dato ragione ai pm che sostenevano le accuse nei confronti del generale Ganzer e dei suoi sottoposti: dopo oltre 5 anni di processo e 170 udienze la condanna per Ganzer è stata determinata in 14 anni di carcere più 65mila euro di multa per traffico internazionale di stupefacenti e interdizione perpetua dai pubblici uffici, a dispetto della richiesta dell’accusa di 27 anni di detenzione. Con lui sono stati condannati anche il già citato Mauro Obinu (7 anni e 6 mesi) ed altri 11 personaggi fra appartenenti all’Arma, i quali si sono visti infliggere pene comprese tra i 5 anni e 2 mesi e i 13 anni e 6 mesi, e narcotrafficanti: al libanese ed ex confidente del Ros Ajaj Jean Bou Chat è toccata la pena più alta, 18 anni di reclusione. Solo quattro su 18 gli imputati assolti, tra cui un carabiniere e tre presunti trafficanti stranieri.

Per tutti gli imputati è caduta l’accusa di associazione per delinquere e sono stati prescritti i reati di peculato, falso e traffico d’armi, ed è caduta anche l’aggravante dell’associazione in armi.

Nonostante i giudici abbiano definito Ganzer come un uomo dotato di una “preoccupante personalità” capace “di commettere anche gravissimi reati per raggiungere gli obiettivi ai quali è spinto dalla sua smisurata ambizione”, aggiungendo che egli si è trincerato “sempre dietro la non conoscenza e la mancata (e sleale) informazione da parte dei suoi sottoposti” e che preferiva “vestire i panni di un distratto burocrate che firmava gli atti che gli venivano sottoposti”, egli è ancora saldamente al suo posto, al vertice del ROS, e continua a capitanare azioni antimafia.

Fra queste non si può non citare l’operazione “Iblis”, svoltasi in Sicilia, che lo portò a dichiarare di aver ottenuto l’azzeramento de “i vertici di Cosa nostra, non soltanto a Catania, quindi, le storiche famiglie Santapaola o Ercolano, ma anche cosche altrettanto importanti tra Ramacca, Caltagirone, Palagonia e Misterbianco”.

Proprio grazie a questo intervento sono state arrestate 50 persone, fra le quali esponenti di spicco della classe politica siciliana, come ad esempio Fausto Fagone, presidente della commissione Cultura, Formazione e Lavoro, e sequestrati beni per un totale di 400 milioni di euro: 105 imprese, immobili, auto, motoveicoli e attrezzature industriali.

Questi fermi comunque getterebbero ancora più ombre sulla già non limpida condotta del governatore dell’isola, Raffale Lombardo, il quale si è però affrettato a dichiarare che “Da oggi sappiamo che non c’é alcuna iniziativa processuale a mio carico, che non mi è stato nemmeno recapitato un avviso di garanzia, che non sono stati trovati riscontri a volgari insinuazioni”.

Se ci sideve fidare o meno delle parole di Lombardo lo stabilirà solamente lo svolgimento delle indagini: come abbiamo appena visto, non sempre -anzi, verrebbe da dire sempre più raramente- occupare posizioni di elevata responsabilità è sinonimo di comprovata correttezza morale.

di Silvia Occhipinti

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