Diritti

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30 luglio 2013

Nasce la prima comunità per il recupero della dipendenza da gioco d’azzardo

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E’ nata la prima struttura residenziale in Italia aperta 24 ore su 24, per 365 giorni all’anno, completamente gratuita, dedicata al recupero dei giocatori d’azzardo patologici. Si trova a pochi passi da Reggio Emilia, in mezzo al verde, ed è gestita dagli operatori della onlus Centro sociale Papa Giovanni XXIII, che da oltre 13 anni cerca di dare una mano a chi soffre di ludopatia.  Abbiamo intervistato Matteo Iori, presidente della “Papa Giovanni XXII” e presidente CONAGGA (Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d’Azzardo) di Reggio Emilia, per capire il funzionamento di questa struttura.

Il progetto “Pluto” è partito nel 2011 come progetto pilota di riabilitazione residenziale per giocatori patologici, oggi è stato convenzionato per un anno, come è stato possibile? Con quali enti siete convenzionati? A carico di chi sono le spese del trattamento?

Il progetto “Pluto” a Reggio Emilia non è il primo progetto del genere in Italia, sperimentazioni di questo genere ce ne sono state altre come il progetto “Lucignolo” finanziato dalla Regione Piemonte e il progetto “Ortos” finanziato dalla Regione Toscana. La nostra struttura però, per la prima volta in Italia, è aperta 365 giorni all’anno. Inoltre attraverso tre forme di finanziamento il nsotro servizio è totalmente gratuito per gli utenti.

I progetti precedenti erano di breve durata e capitava spesso che la struttura fosse chiusa alcuni mesi e le persone, quindi, non potevano accedervi tutto l’anno. Quindi non era una vera e propria comunità sempre aperta. Il nuovo progetto nasce proprio con questo scopo: una comunità aperta 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno, per accogliere persone inviate dai servizi pubblici.

Gli ospiti provenienti dalla nostra regione non pagano una retta perché i costi sono coperti in parte dai servizi pubblici regionali, in quanto la regione Emilia-Romagna ha stanziato un finanziamento di 50.000 euro per questa struttura con il quale copre il costo diretto che dovrebbe coprire il Sert .

Per quanto riguarda gli ospiti che arrivano da altre regioni è prevista una retta terapeutica di 71 euro al giorno che, in questo caso, è a carico del Sert[1] esattamente  come avviene per i tossicodipendenti. Attualmente con queste forme di finanziamento si rende sostenibile la struttura solo per un numero molto esiguo di giocatori. Al massimo si possono ospitare 6 utenti.

La questione economica è molto complessa perché la struttura necessita di operatori qualificati, di una loro presenza costante, ma non essendo ancora riconosciuta la dipendenza da gioco d’azzardo non è possibile strutturare delle comunità per un numero maggiore di ospiti perché non sarebbero accreditate.

Col decreto Balduzzi[2]  era iniziata la procedura per l’inserimento del gioco nei L.E.A.[3]  La legge prevedeva che l’inserimento sarebbe avvenuto dopo aver sentito il parere delle commissioni ministeriali e della conferenza Stato-Regione, ma entrambe hanno dato parere negativo  perché non sono mai stati stanziati i fondi promessi.

I Sert non possono occuparsi di questa forma dipendenza se non viene riconosciuta nei L.E.A., sarebbe a tutti gli effetti illegale. In Emilia Romagna si è provato a risolvere il problema  decidendo che i Sert possono aprire interventi ambulatoriali per i giocatori ma non li possono mandare nelle comunità. Attenendosi rigorosamente alla legislazione attuale nazionale, fintanto che il gioco d’azzardo non verrà riconosciuto come dipendenza, i Sert non se ne dovrebbero nemmeno occupare. Il nuovo progetto a Reggio Emilia si inserisce come novità in questo contesto perché è un progetto specifico considerato straordinario e sperimentale.

Ti occupi di giocatori patologici da tanti anni, perchè pensi sia importante un intervento residenziale per il recupero e il trattamento dei giocatori?

La maggior parte dei giocatori patologici ha bisogno di un intervento non residenziale, in modo da poter tornare a casa, poter mantenere rapporti con la famiglia, mantenere il lavoro, continuare la propria vita. Serve però dare loro delle indicazioni rispetto al loro problema di dipendenza attraverso colloqui e con la creazione di gruppi di confronto settimanali riescono comunque a fare un buon percorso.

Altri giocatori, invece, hanno proprio bisogno di avere uno stacco da quelle che sono le proprie abitudini e le proposte di gioco che ci sono in giro, da quelle opportunità che per loro sono una tentazione molto forte. Un intervento residenziale ti permette di dare uno stacco forte, una specie di full-immersion che poi diventa determinante anche per seguire successivamente un percorso di gruppo.

In cosa consiste il vostro programma (durata, interventi, professionisti coinvolti) e in cosa si differenzia da quelli per tossicodipendenti?

Dura da due settimane a tre mesi,è variabile a seconda di quelle che  sono le caratteristiche dei giocatori, le sue caratteristiche personali, sociali, familiari, lavorative, le sue risorse, le sue competenze. L’equipe è formata da psicologi ed educatori. Le attività sono ben diverse da quelle che noi facciamo per i tossicodipendenti. Si punta soprattutto sull’utilizzo di gruppi psicoeducativi che sono specifici per la dipendenza legata al gioco d’azzardo, si fanno interventi legati alla formazione-informazione, che va dai pensieri erronei, alle dinamiche di gioco, fino al sovra indebitamento. Ci sono poi interventi individuali, sotto forma di colloqui individuali e anche momenti più ludici che sono importanti per recuperare un equilibrio sano con il gioco che diventa non più il gioco d’azzardo ma il gioco in sé, quindi senza denaro in palio.

Nel trattamento c’è il coinvolgimento dei familiari?

Anche questo aspetto è legato a dinamiche personali. Alcuni ospiti faranno dei percorsi di inserimento semplicemente vedendo i familiari, per altriutenti  invece il contatto con la famiglia avrà un ruolo essenziale per realizzare incontri di recupero. Noi diamo una mano alle famiglie quando c’è il giocatore consapevole che vuole interrompere la diepndenza. Quando i giocatori e le famiglie non hanno già questa consapevolezza noi ci fermiamo a dare un po’ di consulenze telefoniche basandoci su due aspetti: come cercare di motivare il familiare a smettere, e come tutelare il proprio patrimonio. In passato avevamo un consulente dell’associazione nazionale antiusura, ora facciamo noi anche questo tipo di consulenze.

Da poco è stata approvata in Regione Emilia-Romagna la legge Pagani[4] , trovi che sia esauriente e che abbia considerato il problema in maniera efficace? Ci sono altri punti che si potrebbero sviluppare o aree sulle quali intervenire?

A mio avviso sembra una legge fatta bene perché è una delle poche leggi in circolazione che ha lavorato sui quattro pilastri delle dipendenze: la prevenzione, la cura, la riduzione dei danni e la repressione. Le leggi spesso si fermano solo su una di queste.

Mi sembra una legge ragionata in modo complessivo nonostante i limiti di quello che può fare una legge regionale. La difficoltà sta nello scrivere una legge che regga ad eventuali ricorsi al TAR, quindi una legge regionale  può essere un ottimo passo in avanti ma non può fare tanto. Ad esempio inizialmente volevano inserire altri aspetti come la distanza dai luoghi sensibili o limiti alle pubblicità, ma sono stati tolti perché non avrebbero retto a quelle che sono le leggi nazionali ed europee su questo tema.

Pensi che lo Stato, che ha il monopolio sul gioco d’azzardo, si stia assumendo adeguatamente la responsabilità dei rischi che questo comportamento ha sulle persone? A tuo parere il manifesto dei sindaci che si uniscono per avere maggiore autonomia sia una buona strategia per regolamentare, tutelare e contrastare le conseguenze negative del gioco d’azzardo?

Lo Stato non sta assolutamente prendendosi la responsabilità di quello che sta accadendo. Le scelte che ha fatto sul gioco d’azzardo sono sempre state volte a incentivare il gioco d’azzardo legale attraverso alcune leggi che hanno consentito la nascita di nuovi giochi come videoslot e giochi online. Lo Stato non ha fatto praticamente nulla per disincentivare il gioco e nemmeno per tutelare le fasce più deboli della popolazione. Il fatto che non sia ancora terminato il percorso per inserire il gioco d’azzardo nei L.E.A la dice tutta. Lo Stato ha enormi lacune su questo settore.

L’unione dei sindaci è un’ottima strategia per fare aumentare la sensibilità degli amministratori e dei cittadini sui territori. Può essere uno strumento utile per sensibilizzare sulla tematica del gioco d’azzardo facendo capire che non è un settore che porta dei soldi, ma un settore sempre in perdita per le istituzioni pubbliche se si contanto gli aspetti sociali Il manifesto è molto utile perche solleva il problema e sottolinea una necessità di intervento. E più persone sono sensibili al problema più sarà possibile cambiare qualcosa.

di Chiara Pracucci, Massimo Manzoli


[1]   Servizi per le Tossicodipendenze

[3] Livelli Essenziali di Assistenza

[4]   Testo della legge Pagani: http://www.giuseppepagani.it/wp-content/uploads/2013/07/BURERT-n.181-del-04.07.2013-P1-PDF-A.pdf

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20 dicembre 2012

Diritti umani e interessi economici: Libia, due anni dopo

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italia libiaEra il 2010 quando abbiamo parlato delle relazioni tra Italia e Libia. In quell’anno Berlusconi e Gheddafi erano i relativi capi di Stato.

Con quell’articolo avevamo cercato di capire che tipo di accordi vertevano tra i due Paesi in merito all´immigrazione clandestina e avevamo riscontrato una forte promozione degli investimenti in Libia da parte del nostro Governo.

I recenti accordi siglati tra i due Stati per contrastare gli ingressi irregolari in Italia sono stati:

–          anno 2003: accordi segreti Berlusconi – Gheddafi.

Fabrizio Gatti racconta di  “uno stanziamento speciale previsto per la realizzazione di altri due campi nel Sud del Paese, Kufrah e Sebha”. Roma poi spedisce 100 gommoni, 6 fuoristrada, 3 pullman, 40 visori notturni, 50 macchine fotografiche subacquee, 500 mute da sub, 12000 coperte di lana, 6000 materassi e 1000 sacchi per cadaveri

–          anno 2007: il governo Prodi rilancia gli accordi con la Libia e stanzia oltre 6 milioni di euro.

Amato sigla il “Protocollo per la cooperazione tra Italia e Libia”: con tale accordo l’Italia si impegna a organizzare e intensificare i pattugliamenti marittimi, con 6 unità cedute temporaneamente alla Libia, delle coste libiche per fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina.

–          anno 2008: la svolta dei rapporti con l´accordo Berlusconi – Gheddafi

“Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la grande Giamahiria araba libica popolare socialista” in base al quale le autorità italiane hanno trasferito in Libia migranti e richiedenti asilo intercettati in mare. Rinvii forzati  che portano il Comitato Europeo Contro la Tortura a esortare il nostro paese a rivedere tali prassi, chiedendo che alle persone intercettate in mare vengano assicurati: l’assistenza umanitaria e medica necessaria, l’accesso alle procedure d’asilo e il rispetto del principio di non-refoulement (divieto di rinvio di una persona verso un paese in cui potrebbe essere a rischio di subire gravi violazioni dei diritti umani).

Mentre a livello economico così scriveva la Camera di Commercio di Ravenna in uno dei suoi bollettini mensili del 2010: “Il governo libico, anche dopo la firma del recente Trattato di Amicizia, vede le imprese italiane come quelle che meglio possono affermarsi sul mercato. A parità di offerte in appalti pubblici le aziende tricolori sono privilegiate: presso il ministero dell’Economia di Tripoli è stato creato uno Sportello Unico solo per le imprese italiane. […] Il governo libico ha stanziato 60 miliardi di dollari per i prossimi quattro anni per finanziare interventi nei settori delle infrastrutture, dell’industria agro-alimentare e del turismo. Entrare presto su questo mercato può aprire spazi competitivi alle imprese italiane per importare ed esportare a dazio zero e godere dei vantaggi fiscali previsti dalla legge libica sugli investimenti per cinque anni dal loro insediamento.”

L’allora presidente Silvio Berlusconi ci aveva parlato di Gheddafi  come “un leader di libertà”.

I principali media ci avevano descritto con dettaglio le “stravaganze” del raís, come le tenda beduina piantata nel giardino della residenza dell’ ambasciatore libico a Roma e le lezioni di Corano alle 100 hostess.

Il 17 febbraio 2011 scoppia la guerra civile in Libia.

E cosí, quegli stessi media, iniziano a raccontarci che il popolo libico vive, in realtá, sotto una “dittatura di mostruosa ferocia, contro cui si è sollevata gran parte della popolazione, nel clima di rivolte che da un paio di mesi stanno aprendo a prospettive di democrazia”. Inizia il diario delle “rivolte con una fortissima componente giovanile, colta, laica, non ancora egemone rispetto alle influenze religiose o al potere organizzato dei militari, ma che per la prima volta consente di parlare di speranza democratica in senso proprio”. Ci fanno conoscere la storia di  Fethi Tarbel, giovane avvocato libico, che racconta “E’ stato il terrore che ci ha paralizzato, ed è la volontà di sconfiggere il terrore che ci darà il coraggio di conquistare la nostra libertà” . La cronaca ci racconta di un popolo, oppresso da un dittatore per 42 anni, che decide di alzare la testa e che “Gheddafi ha schiacciato solo con la logica dell’eccidio […].”

“ I governi occidentali hanno colpe tremende, per i decenni e decenni delle sanguinarie dittature che i popoli tunisino, egiziano, libico hanno dovuto subire, colpe che non dovranno essere dimenticate. Con quelle dittature hanno trafficato, ben al di là delle “ragion di Stato” e di approvvigionamento energetico, e pur di trafficare hanno ignobilmente coperto e “santificato” la quotidianità di tortura e violenza con cui l’oppressione dittatoriale si esercitava. Mai nulla hanno fatto per difendere, e non sia mai sostenere e alimentare , le forze di un’opposizione laica e riformatrice […]”con queste parolePaolo Flores d’Arcais sostiene l´intervento militare italiano in Libia.

Opinione diversa invece é quella di Gino Strada, fondatore di Emergency, sulla scelta di intervenire nel conflitto: “La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”,  ma stessa condanna per il silenzio e l´omertá degli stessi Governi che hanno deciso di intervenire militarmente: “che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro. Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia, abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di armi.”

E così che nel marzo 2011 l´Italia prende parte alla guerra insieme agli attori principali: USA, Regno Unito e Francia.

Gianluca Di Feo, su L´Espresso, afferma che, nonostantenon ci siano bilanci ufficiali, le fonti piú attendibili rivelano che le nostre forze armate hanno scaricato almeno 800 tra bombe e missili, distruggendo più di 500 obiettivi. E’ stato il massimo volume di fuoco mai usato dalla Seconda Guerra Mondiale. E gli attacchi della Nato sono partiti all’80 per cento dalle nostre basi.”

Passano 8 mesi dall´inizio della guerra civile libica, e il 20 ottobre 2011 muore Muammar Gheddafi.

Con questo annuncio il mondo intero tira un respiro di sollievo: finalmente “è la fine della dittatura qurantennale di un uomo, di un clan e di una famiglia su un intero Paese.” Barack Obama, presidente USA,ne parla come la “Fine di un doloroso capitolo”. Il popolo libico é in festa, esplode la gioia della strade, nelle piazze, grida, spari, abbracci, sorrisi: la Libia é liberata.

A poco a poco i riflettori sulla Libia si spengono.

Il Consiglio nazionale di transizione (CNT) si autoproclama “unico legittimo rappresentante della  Repubblica libica” in una Paese frammentato dalle lotte tribali e regionali, dai conflitti ancora in corso con alcune frange di militari fedeli a Gheddafi.  Porta avanti con difficoltá e tanti momenti di gravi crisi i suoi obiettivi principali, come portare il popolo a elezioni libere, scrivere una nuova Costituzione, gestire la sicurezza e lo stato di diritto interni. Le elezioni si avranno nel luglio 2012 e il CNT verrá cosí sostituito dal Congresso Nazionale. Il nuovo governo di Ali Zidan ha ottenuto la fiducia nell´ottobre 2012, dopo la sfiducia al precedente premier Mustafa Abushagur.

Ma torniamo al 3 aprile 2012, giorno in cui viene siglato a Tripoli dai ministri dell’Interno italiano, Annamaria Cancellieri, e quello libico, Fawzi Al-Taher Abdulali, “un accordo segreto tra l’Italia e la Libia sull’immigrazione clandestina che autorizza le autorità italiane a intercettare i richiedenti asilo e a riconsegnarli ai soldati libici.”

É Amnesty International Italia ad attivarsi per prima per denunciare tale accordo. Nonostante i numerosi tentativi di ricevere il testo richiedendolo direttamente al Ministero,l´associazione deve attendere che sia il quotidiano “La Stampa” a mostrarne i contenuti.

Prima di tutto sostiene che: con la Libia di oggi, un paese nel quale lo stato di diritto è assente, in cui i cittadini stranieri languono in carcere alla mercé delle milizie che dirigono i centri di detenzione, sottoposti a maltrattamenti, sfruttamento e a lavoro forzato, un accordo sul contrasto dell’immigrazione illegale comporta rischi di gravi violazioni dei diritti umani.

Ed elenca i tre punti piú critici dell´accordo:

1)      Amnesty International Italia aveva raccomandato che nella formazione [ndr:l´accordo prevede“programma di addestramento in favore degli ufficiali della polizia libica su tecniche di controllo della polizia di frontiera (confini terrestri e aeroporti); individuazione del falso documentale e conduzione delle motovedette.”] fosse compresa quella sull’accesso alle procedure d’asilo, di cui non vi è invece alcun cenno.

Questo perché la Libia non ho sottoscritto la Convezione di Ginevra. Quindi in Libia non c´é distinzione tra migrante e richiedente asilo. Chi scappa dall´Etiopia perché, per esempio, perseguitato politicamente, non riceve dal governo libico alcuna protezione ma viene rispedito al nel suo Paese con forte rischio di essere imprigionato, torturato e ucciso per aver tentato la fuga.  Per questo richiede che venga fatta menzione nell´accordo a tale diritto.

2)      Kufra, alla frontiera sud, punto d’ingresso per i rifugiati del Corno d’Africa, non è mai stato un centro sanitario né tantomeno un centro di accoglienza ma un centro di detenzione durissimo e disumano. I cosiddetti “centri di accoglienza”, di cui si sollecita il ripristino chiedendo collaborazione alla Commissione europea, hanno a loro volta funzionato come centri di detenzione, veri e propri luoghi di tortura. Non esistono “centri di accoglienza” in Libia.

3)      L’Italia chiede alla Libia di prevenire le partenze e, come scritto alla fine del processo verbale, s’impegna a collaborare a questo scopo. Ciò, nella situazione attuale, significa che l’Italia offre collaborazione a mettere a rischio la vita delle persone che si trovano in Libia.

Infine chiede di chiarire un dubbio: Non è chiaro quali siano gli “accordi bilaterali in materia” citati nel testo e sarebbe invece importante capire a quali accordi ci si riferisca.

Stesso dubbio che viene anche a Guido Ruotolo sulle pagine de La Stampa che aggiunge  “L’accordo – processo verbale della riunione tra le due delegazioni – sembrerebbe riconfermare in sostanza tutte le vecchie intese siglate da Roma e Tripoli, al tempo di Gheddafi. Compresa, evidentemente, quell’intesa contestata anche dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo sui respingimenti in mare.”

“Infrastrutture, Terzi punta sulla Libia” sulle pagine de Avvenire ,del 30 novembre 2012, troviamo un resoconto dell´intervento di Giulio Terzi, Ministro degli Esteri, al Business Forum Italia-Libia tenutosi a Milano. Il Ministro Terzi ha presentato quali sono le opportunitá per le imprese italiane che investono nella ricostruzione, e al termine della cronaca del suo recente viaggio in Libia ribadisce a Milano la “soddisfazione nel vedere come tra Italia e Libia ci sia un rapporto prioritario”.

I dati portati nel convegno sono impressionanti:  un giro d’affari a 9 cifre quello che lega il territorio lombardo e la Libia stando ai numeri di import/export del primo semestre del 2012. La Camera di commercio di Milano, svolgendo un’analisi su dati Istat, ha stimato che l’interscambio commerciale tra le aziende lombarde e libiche è salito a quota di 500 milioni di euro nei primi sei mesi del 2012.

Una cifra, che, se rapportata su scala nazionale, arriva a totalizzare la quota del 7,3% del totale degli scambi italiani, in crescita del 41,4% in un anno. Oltre il 95% dell’import dalla Libia è costituito da prodotti dell‘estrazione di minerali da cave e miniere. I prodotti esportati in Libia sono quelli manifatturieri (98,6%).

L’interesse degli imprenditori milanesi nei confronti delle opportunità di attività economiche in Libia e con la Libia è molto alto – ha sottolineato invece Alberto Meomartini, presidente Assolombarda. – L’Italia è già oggi il primo partner della Libia, ma gli scenari della nuova Libia appaiono molto promettenti per nuove iniziative. Gli intenti di stabilizzazione del nuovo governo libico, le vicinanze geografiche, le possibilità di sviluppo per le piccole e medie imprese del nostro territorio, delineano un quadro molto positivo”.

La storia si ripete.

di Paola Resta

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10 gennaio 2012

Il ruolo di Equitalia

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equitaliaNelle ultime settimane, a seguito di una serie di attentati ai danni degli uffici e della dirigenza di Equitalia, si è parlato molto di questo istituto, del suo ruolo e dell’effetto che ha sull’economia reale in Italia. Lo scopo di questo articolo è fare un passo indietro per capire cosa sia, quali siano le sue funzioni e quali i problemi nella gestione della sua attività quotidiana.

Equitalia è la società per azioni, a totale capitale pubblico (51% in mano all’Agenzia delle entrate e 49% all’Inps), incaricata dell’esercizio dell’attività di riscossione nazionale dei tributi e contributi. Il suo fine è quello di contribuire a realizzare una maggiore equità fiscale, dando impulso all’efficacia della riscossione attraverso la riduzione dei costi a carico dello Stato e la semplificazione del rapporto con il contribuente.

Dal 1° ottobre 2006 un decreto legge ha ricondotto l’attività di riscossione sotto l’ombrello pubblico, attribuendo le relative funzioni all’Agenzia delle entrate che le esercita tramite Equitalia (da ottobre2006 amarzo 2007 il nome era Riscossione SpA). In precedenza tale compito era affidato in concessione a circa 40 enti tra istituti bancari e privati.

Equitalia è un gruppo composto dalla holding Equitalia SpA che controlla Equitalia Giustizia, Equitalia Servizi  e 3 Agenti della riscossione presenti sul territorio nazionale (tranne in Sicilia).

La riorganizzazione del Gruppo realizzata nel2011 hasegnato il passaggio da16 a3 Agenti della riscossione: Equitalia Nord, Equitalia Centro, Equitalia Sud.

– Equitalia spa ha funzioni prevalentemente strategiche, di indirizzo e controllo dell’attività degli agenti della riscossione, mentre gli agenti si occupano degli aspetti operativi della riscossione, gestendo gli sportelli e i rapporti con i contribuenti e con gli enti.
– Equitalia Servizi supporta gli agenti della riscossione sia come fornitore di soluzioni tecnologiche sia come interfaccia con gli enti.
– Equitalia Giustizia si occupa della riscossione delle spese di giustizia e delle pene pecuniarie conseguenti ai provvedimenti giudiziari passati in giudicato o diventati definitivi

Questi sono gli obiettivi dichiarati del gruppo (citando il loro sito internet):

  • costruire con l’Agenzia delle entrate un governo unitario dell’azione di accertamento e di riscossione mediante ruolo(*) , che garantisca uniformità di indirizzi, massimizzazione dell’efficacia della riscossione e ottimizzazione del rapporto con il contribuente;
  • armonizzare le procedure e i comportamenti operativi su tutto il territorio nazionale nell’attività di riscossione coattiva ( dovuta a un inadempimento del contribuente)
  • introdurre un approccio al contribuente basato anche sulla possibilità di utilizzo di più efficaci strumenti di relazione, focalizzato sulla riscossione, orientato all’ascolto dei cittadini e all’efficacia dei risultati.

Riprendendo il sito di Equitalia, gli obiettivi sopradetti rispondono alla necessità di produrre un forte effetto di deterrenza all’evasione, fine istituzionale primario di Equitalia e scopo principale dell’intero sistema di riscossione tributi. L’integrazione degli Agenti della riscossione nell’ambito di un unico Gruppo ha consentito la costruzione di un’unica squadra di specialisti, con lo scopo di armonizzare gli aspetti procedurali e creare una nuova relazione con il pubblico. Attualmente lavorano in Equitalia più di 8 mila persone, accomunate dalla medesima cultura e dagli stessi obiettivi.

Fino ad ora abbiamo visto cosa è Equitalia, cosa fa e a quale scopo. Ma tutto il clamore mediatico degli ultimi giorni dovuto agli attentati alle sedi e ai dirigenti di Equitalia è stato sollevato perché la gestione di queste operazioni è spesso problematica. Vediamo cosa può accadere praticamente nella vita quotidiana di tutti i giorni

Equitalia è stata molto criticata per la sua lentezza amministrativa, per i tassi di interesse molto elevati e per la facilità con la quale ricorre al pignoramento di beni. La lentezza amministrativa ha l’effetto di fare aumentare gli interessi in maniera incontrollata, favorita dai tassi di interesse, definiti più volte da usura. Il pignoramento di beni spesso avviene a fronte di debiti relativamente modesti, la cui entità non può giustificare in alcun modo misure drastiche come le ipoteche su abitazioni e aziende di valore centinaia di volte maggiore della somma dovuta.  L’inefficienza amministrativa di Equitalia è tale che molto spesso il debitore non sa neanche di avere la casa ipotecata; succedere infatti che una modesta multa stradale nel corso del tempo lieviti a causa della stessa inefficienza di Equitalia, rendendo difficile il pagamento (in particolar modo per una persona che non vive in una situazione economica agiata) e causando quindi il pignoramento di immobili o il fermo amministrativo di veicoli.

E’ il caso, ad esempio, dello storico e sociologo Marco Revelli, colpito da ipoteca su una sua proprietà per non aver pagato quattro multe di divieto di sosta e un canone Rai. Il professore, mancando dall’Italia, non riceve la notifica delle multe e riceve una cartella esattoriale iniziale di 700 euro, che in poco più di un anno diventano 1100. Aquesto punto parte la procedura moratoria e la procedura di ipoteca della casa (che lui dice essere di valore almeno 100 volte superiore.) e il debito diventa di 1903 euro. Accortosi di questa procedura rientra in Italia e si precipita a pagare come racconta: «Quando ho ricevuto la notifica mi sono precipitato a pagare, ma ho fatto subito presente allo sportello che mi sembrava una vera barbarie. Io per fortuna potevo pagare, tra l´altro sono dovuto andare in banca a prelevare i contanti perché non prendevano un assegno, ma ho subito pensato a tutte le persone che possono rischiare di rimanere strozzate da una procedura simile: è una vera ingiustizia punire così severamente per un debito tutto sommato ben più esiguo del valore di una casa…E´ un sistema barbarico, dedicherò volentieri del tempo a promuovere o appoggiare, nel caso che venga fatta, una class action contro Equitalia.

Un altro problema sollevato è quello delle cosiddette cartelle pazze (cartelle esattoriali contenenti errori palesi come: errato intestatario, richiesta di pagamenti non dovuti o già effettuati) inviate da Equitalia diverse manifestazioni si sono tenute specialmente in Sardegna. Equitalia ha dovuto presentare anche scuse ufficiali e in seguito sono state anche approvate procedure di autocertificazione (spesso non pubblicizzate a dovere) per poter presentare ricorso.

Un esempio di cartella pazza? Ben 309.900.000.000,58 euro, (trecentonove miliardi, avete letto bene), da pagarsi subito presso gli sportelli dell’Agente della riscossione.. I miliardi in questione sono stati richiesti ad un operaio 40enne di Reggio Emilia. Tra tanti casi disperati, ce n’è pure qualcuno al limite del ridicolo. La signora Maria Lidia Picchiri, titolare di un’azienda consorziata con l’Aci di Cagliari quando ha aperto la busta di Equitalia non ha creduto ai suoi occhi. Per un debito di cinque centesimi del 2009 le chiedeva 62,03 euro, 1.240 volte in più rispetto alla cifra originaria. «Quei cinque centesimi in meno», ha detto l’imprenditrice all’Unione Sarda, «sono sicuramente il frutto di un errore materiale dell’impiegato che ha trascritto male la cifra». Ma Equitalia non perdona e il conto con interesse deve essere saldato.

Un altro esempio di “cartella pazza” (dal blog “piovono rane” de L’Espresso: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/01/02/equitalia-e-la-mia-tassa-sui-rifiuti/) che chiarisce perfettamente il meccanismo è quello capitato a un lavoratore dipendente di Roma che un giorno si è visto recapitare un avviso relativo a un ‘mancato pagamento’ piuttosto vecchio.

Racconta: “Non era granché, ma mi giravano le palle perché – distrazione permettendo – di solito pago tutto, più che altro perché sono un ipocondriaco dei debiti.” Bene: il pagamento richiesto si riferiva a una tassa sui rifiuti del Duemila e rotti per un appartamento di Milano che aveva venduto nel 1992. Così ha inviato lettera a Equitalia spiegando l’errore, con allegata fotocopia del rogito della casa. Ma le cartelle continuavano ad arrivare, sempre più minacciose. Così si è recato in una sede Equitalia, in cui un cui gentile funzionario alla fine ha spiegato papale: «Noi non c’entriamo niente…Se a noi una pubblica amministrazione dice di riscuotere del denaro, noi dobbiamo riscuoterlo. Se ha sbagliato la pubblica amministrazione, se la veda con loro». Insomma, dice “il meccanismo è che loro minacciano sfracelli per conto terzi senza sapere se questi terzi hanno ragione o torto. Un po’ come se io andassi dal mio nerboruto amico Piero e gli dicessi che Giovanni mi deve cento euro. Se riesce a farseli dare lui, gliene lascio dieci. Piero non sa se davvero Giovanni mi deve cento euro, però va a prenderlo per la collottola per farsi dare il centone.”

Da questo esempio risulta chiara la complessità della procedura. Certo, probabilmente figlia di un Paese di furbi dove l’evasione è tale e tanta che lo Stato è costretto a chiamare i bulli del quartiere per farsele pagare. Ma sembra un metodo piuttosto sbilenco. La domanda finale del diretto interessato è la domanda centrale di tutta la questione Equitalia: “Non sarebbe un filo più corretto che i soldi venissero chiesti dal presunto creditore, non da uno che per sua ammissione non c’entra niente?”   

Nell’ultimo periodo ci si è resi conto della situazione e si è tentato di arginare il problema: il 22 febbraio 2011 è intervenuta la Cassazione che con un´importante sentenza ha stabilito che la procedura di ipoteca su un immobile non può essere applicata per debiti inferiori a 8000 euro. Da Equitalia spiegano: «Noi ci siamo subito adeguati. Sotto gli 8000 euro infatti l´ipoteca non viene più applicata e a chi ce l´ha già ora viene cancellata. Ma fino alla sentenza abbiamo agito in buona fede: la normativa era poco chiara e noi eravamo supportati da un certo orientamento, e il fatto stesso che sia intervenuta la Cassazione è una conferma del fatto che potevano esistere più interpretazioni. Era sicuramente necessario un intervento chiarificatore.” Continuano da Equitalia: “Quello che la gente non sa  è che applichiamo solo interessi che sono tutti stabiliti dalla legge e vengono poi riversati agli enti creditori: interessi e sanzioni non vengono in tasca a noi, ma è la legge che li fissa così alti per disincentivare l´evasione». E «la batosta» arriva solo al termine di un percorso: “L´ipoteca, come le altre procedure cautelari, non scatta all´improvviso. Arriva dopo che il contribuente ha ricevuto la cartella, che deve saldare entro 60 giorni. Ci sono avvisi e solleciti che rendono consapevoli del debito.”

Nella recente manovra Salva-Italia del governo Monti è prevista la cancellazione dell’aggio del 9% che Equitalia incassa sui debiti che deve riscuotere, e questa sembra essere una buona notizia. Ora, infatti, sarà lo Stato a stabilire la percentuale a seconda del servizio. Percentuale che, hanno assicurato, sarà inferiore comunque al 9%. Inoltre d’ora in poi i beni pignorati non saranno più messi all’asta ma potranno essere riacquistati dai proprietari dopo l’ok dell’agente di riscossione.

C’è però un grosso aspetto negativo, sottolineato da un recentissimo articolo su L’Espresso (http://espresso.repubblica.it/dettaglio/equitalia-pagare-e-unodissea/2170929/1111), ed è il fatto che nel cosiddetto pacchetto Salva-Italia è inserita una norma che impedisce il pagamento di somme superiori ai 1000 euro in contanti. Presso quasi tutti gli sportelli di Equitalia, infatti, fa bella mostra di sé dal 23 dicembre 2011 un cartello che avverte gli ‘utenti’ del divieto di operare transazioni economiche per contanti per il pagamento di somme superiori ai 999 euro. Logico quindi pensare che, per compensazione, si possa ricorrere alla tanto promossa ‘moneta elettronica’. Da Equitalia, però, non viene accettata alcuna carta di credito. Il motivo è semplice: l’ente creditore non può farsi carico dei costi delle commissioni (variabili dal 2 al 4%) per il pagamento di tributi. Lo stesso vale anche per il Postamat, il bancomat emesso ai correntisti Bancoposta.

Nessun problema di accettazione, invece, per chi vuole pagare con un normale Pagobancomat, ma qui scatta il secondo lacciolo, stavolta di natura bancaria. La tessera, infatti, ha un plafond medio di spesa per l’acquisto di beni (e il pagamento a Equitalia rientra stranamente in questa tipologia) che ‘copre’ fino a 1500 euro. Difficilissimo vederselo alzato, anche per una sola operazione, a una soglia più elevata. Molto più facile, invece, farsi alzare dalla banca la soglia massima di prelievo contanti presso gli sportelli bancomat, operazione che però appare ora quanto mai inutile, visto che presentarsi nelle sedi di Equitalia con il denaro alla mano non significa riuscire a saldare le proprie pendenze.
Quindi, come paga, allo sportello, chi ha un debito con Equitalia superiore, per esempio, a 3000 euro? In un unico modo, con un assegno circolare, emesso a favore di un ben preciso soggetto (il nome di Equitalia cambia a seconda della zona geografica di competenza) da parte di un istituto di credito riconosciuto. Un bel passo indietro dover andare in banca a chiedere l’emissione di un assegno circolare, soprattutto nell’epoca dei conti e delle banche on line che, non avendo sportelli e filiali, il circolare lo devono spedire a casa, con almeno cinque giorni lavorativi d’attesa.

Concludendo è possibile affermare che non è semplice capire se la riorganizzazione di Equitalia abbia portato risultati concreti positivi nella raccolta dei debiti e soprattutto come deterrente all’evasione fiscale. Restano grossi problemi dovuti alla gestione delle procedure che portano a casi al limite del surreale, e resta il problema di non poter saldare gli importi dovuti tramite carta di credito (in questo modo tutto sarebbe tracciato e più veloce).

Ma più di tutto resta molto forte il problema di mentalità descritto benissimo da Gramellini in queste poche righe: “Quando si parla di cartelle esattoriali ogni italiano diventa doppio. La sua parte A applaude all’irruzione delle Fiamme gialle negli alberghi di Cortina durante le festività natalizie, a caccia di ricconi esentasse. Ma la parte B solidarizza con gli abitanti di Cortina che dal prossimo Capodanno rischiano di perdere la clientela e quindi il lavoro. In genere questa parte B è particolarmente sviluppata quando l’azione invasiva dello Stato lambisce le nostre tasche. Quando invece tocca quelle degli altri, rifulge al massimo splendore la parte A.”

* Per “riscossione mediante ruolo” si intende un procedimento volto al recupero di somme di denaro che i cittadini devono agli enti pubblici. Tali somme possono essere dovute per debiti di natura tributaria (per esempio, IVA o Irpef) oppure di natura non tributaria (per esempio, una multa. Il procedimento si attiva solo dopo che l’ente al quale devi la somma abbia accertato il debito, cioè dopo che l’ente avrà formalmente quantificato la somma dovuta, avrà motivato la pretesa e intimato il pagamento. Ciò avviene, tipicamente, con la notifica dell’“avviso di accertamento”. Per esempio, nel caso di un debito di natura tributaria (per esempio, bollo auto) ti sarà inviato un atto, con il quale ti sarà spiegato che non hai pagato quanto dovuto in relazione a specifici periodi di imposta, verrà calcolato quanto devi e ti sarà intimato di versare la somma. Ecco questo è l’avviso di accertamento. Solo dopo la notifica di tale atto, se persisterai nell’inadempienza, si attiverà il procedimento di riscossione mediante ruolo. Quindi se non hai pagato un tributo sei debitore dell’Agenzia delle Entrate e questa si rivolgerà a Equitalia Spa per recuperare la somma. Nel caso di una multa, sarà il verbale redatto dai vigili a costituire l’accertamento. Solo dopo la notifica di esso (o la consegna, nel caso di contestazione immediata) sarà attivato il procedimento di riscossione, se persisterai nell’inadempienza. Quindi se non hai pagato una multa elevata dai Vigili Urbani, sei debitore nei confronti del Comune. Il comune si rivolgerà a Equitalia Spa per recuperare la somma.

di Massimo Manzoli

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14 ottobre 2011

Nati e Cresciuti in Italia, ma Stranieri per Legge

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Articolo 3 della Costituzione:Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Al 1° gennaio 2010 i cittadini stranieri residenti e nati in Italia erano oltre mezzo milione. I cosiddetti immigrati di seconda generazione rappresentano il 13,5% del totale dei residenti di origine straniera in Italia. Molti di questi non hanno mai conosciuto il paese di origine dei genitori. Nascono in Italia o raggiungono il paese in giovane età. Crescono in Italia, come cittadini/cittadine italiani a tutti gli effetti, ma, allo stato attuale, un bambino nato in Italia, ma da genitori che non sono cittadini italiani, è semplicemente uno straniero.
L’attuale legge 91 del Codice Civile, che regola la modalità di acquisizione della cittadinanza, rappresenta un’Italia che non c’è più, che si è evoluta. La legge deve affrontare le nuove esigenze dell’odierna società.
La legge si basa, oggi, sul principio dello “Ius Sanguinis” secondo cui, in estrema sintesi, la persona di origine straniera può accedere alla cittadinanza attraverso tre modi:

– per nascita

– per naturalizzazione

– per matrimonio

1) Nascita: Sei cittadino italiano se i tuoi genitori hanno la cittadinanza italiana. Dunque, se nasci in Italia ma i tuoi genitori non sono cittadini italiani, tu non sei italiano. Puoi acquisire la cittadinanza, facendone richiesta, una volta compiuti i 18 anni e dopo aver dimostrato di aver vissuto regolarmente e ininterrottamente fino al raggiungimento della maggiore età. Hai tempo un anno per presentare la richiesta. Scaduto l’anno puoi procedere con la richiesta di naturalizzazione con requisito almeno 3 anni di residenza legale e ininterrotta.
2) Naturalizzazione: La cittadinanza può essere concessa dopo 10 anni di residenza ininterrotta in Italia.
3) Matrimonio: Dopo aver sposato un italiano e aver risieduto in Italia almeno 2 anni, sei cittadino italiano. Ottenere la cittadinanza italiana è un percorso ad ostacoli, con tempistiche lunghe e legata a pratiche burocratiche che non incentivano alla regolarizzazione. Dunque in attesa della cittadinanza, queste ragazze e ragazzi sono costretti a soggiornare in Italia grazie al permesso di soggiorno temporaneo.

Qui di seguito alcuni esempi concreti di cosa comporta non possedere la cittadinanza italiana per un minore o un giovane nato in Italia.Il permesso di soggiorno deve essere costantemente rinnovato dai famigliari fino alla maggiore età, altrimenti si è clandestini. E se si è clandestini si deve lasciare l’Italia per essere rimpatriati. Rimpatriati in paesi che questi ragazzi non hanno mai visto, di cui, magari non conoscono nemmeno la lingua. Il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno non è cosa semplice e veloce. Le lunghezze burocratiche del nostro paese non vanno nemmeno menzionate. Ma questa lentezza nel rinnovo dei permessi di soggiorno va a limitare le libertà di questi ragazzi quando essa causa problemi nell’inserimento scolastico o quando non consente di viaggiare all’estero. Con un permesso di soggiorno per studio, inoltre, non puoi soggiornare fuori dall’Italia più di 90 giorni l’anno. Senza cittadinanza non puoi concorrere a bandi nazionali, non puoi entrare nell’esercito italiano, nei test d’ingresso di alcune università vi sono posti limitati per gli stranieri, ecc.

Un esempio imbarazzante è la storia di Neva, che a scrive nel sito di “Seconda Generazione”: Sono arrivata a Roma nel 1989 il giorno del mio tredicesimo compleanno, circa venti anni fa. A Roma ho fatto la terza media, il Liceo Classico “Giulio Cesare”, l’Università “La Sapienza” (chimica), poi una borsa di collaborazione all’Università di Firenze e il Dottorato di Ricerca in Scienze del Farmaco a Chieti. In Italia, fra amici italiani, ho fatto quel percorso formativo e di crescita che ha costituito la mia persona. Mi sono resa conto della mia differenza solo una volta finita l’Università, perchè qualsiasi cosa volessi fare, ero esclusa in base alla mia nazionalità, croata. Comunque, armata di autodeterminazione e di fiducia nel mondo tipica di quel età, ho partecipato ai concorsi di Dottorato di Ricerca in giro per l’Italia. A Firenze avevo colpito per la mia preparazione, ma i posti erano già assegnati e così mi avevano offerto una borsa di collaborazione. Dopo un anno ho vinto il concorso di Dottorato di Ricerca pagato all’Università di Chieti. […] Durante il Dottorato comincio ad avere problemi più seri. Con l’attesa di anno in anno per il rinnovo del permesso ho difficoltà a iscrivermi e partecipare ai congressi scientifici internazionali. […] Tutto questo perchè i tempi di rinnovo vanno ben oltre i 20 giorni stabiliti dalla legge. Al secondo anno ho vinto una borsa di studio europea per andare a fare una parte della mia tesi al centro supercomputazionale a Barcellona. Il limite è quello del mio permesso di soggiorno (per motivi di studio), con il quale posso trascorrere solo 90 giorni all’anno all’estero, nonostante il Dottorato preveda la possibilità di trascorrere all’estero 18 mesi in 3 anni. […] Il colmo arriva con la fine del Dottorato. Il permesso finisce lo stesso giorno in cui finisce l’erogazione della borsa del Dottorato, il 31 di ottobre, ma l’esame finale sarà fra novembre e febbraio e sarà notificato con 15 giorni di preavviso. Nel frattempo è richiesta la mia presenza all’Università. L’Università mi vuole fare una borsa di collaborazione, ma non può, per motivi burocratici, farla dal primo novembre e di una durata lunga. In Questura sono chiari, non c’è nulla da fare, o il contratto comincia da novembre, o mi verrà negato il rinnovo del permesso che va fatto prima della scadenza. Se poi questo contratto è di tre mesi, è un altro problema, perchè la risposta del permesso arriverà quando questo contratto sarà già finito e quindi è altamente probabile il diniego. Penso che quello sia stato il periodo più brutto della mia vita. […] L’unica soluzione era trovare un contratto da donna delle pulizie. E così, grazie al mio contratto da colf di 20 ore settimanali, potevo continuare a fare gli esami agli studenti italiani al corso di Chimica Generale e Inorganica, mi era permesso di sostenere l’esame finale di Dottorato di Ricerca e non buttare al vento tre anni di duro lavoro.

Altro esempio è quello di Ouidad Bakkali. L’assessore ravennate, in un’intervista a “Stranieri in Italia”, racconta che è nata in Marocco e con sua madre ha raggiunto il padre, operaio Enichem, a Casal Borsetti quando aveva un anno. Ha presentato domanda per acquisire la cittadinanza una volta raggiunta la maggiore età, soprattutto stanca della serie infinita di problemi legati ai viaggi all’estero e perchè era assurdo per lei fare politica attiva e non poter accedere al diritto di voto. Ma diventare cittadina italiana non è stata un passeggiata, oltre ai due anni previsti dalle legge per l’esame della domanda, ne ha dovuti attendere altrettanti per intoppi burocratici. La stessa Bakkali si schiera contro l’attuale Legge 91, promuovendo il diritto alla cittadinanza per chi nasce in Italia, portando come esempio la sorella nata e cresciuta in Italia e considerata straniera fino ai 18 anni.

Molto più complesso poi è il problema legato all’identità e al senso di appartenenza. E’ iniziata recentemente la raccolta firme per la Campagna “L’Italia sono anch’io”. Tale campagna, promossa da 19 associazioni della società civile (tra cui Acli, Arci, Cgil, Caritas,ecc), è volta a sensibilizzare sulla necessità di modificare l’attuale normativa sul diritto di cittadinanza e promuovere l’introduzione del diritto di voto per le persone di origine straniera. Sono già state depositate due leggi di iniziativa popolare in Cassazione, ora è necessario raggiungere le 50.000 firme per portare tali leggi in Parlamento.

Le proposte di legge che vengono promosse dalla campagna “L’Italia sono anch’io” si concentrano su due principi portanti:

– favorire il principio di “Ius Soli”, quindi promuovere il diritto di essere cittadini del paese in cui si nasce e non solo per discendenza sanguigna

La modifiche caldeggiate sono:

  1. chi nasce da almeno un genitore presente in Italia da almeno un anno è italiana
  2. “Ius soli” per minori non nativi e che vanno a scuola
  3. Adulti: per la cittadinanza 5 anni (non più 10) di residenza e su proposta del Sindaco
  4. riconoscere il diritto di voto amministrativo a chi in possesso di permesso di soggiorno da 5 anni

Vi invitiamo a leggere le proposte di legge nello specifico, direttamente dal sito http://www.litaliasonoanchio.it

di Paola Resta

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22 febbraio 2011

Embedded & Gagged (arruolato e imbavagliato)

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embeddedLa nuova frontiera del giornalismo vede instaurarsi piano piano la figura del giornalista “embedded” ovvero quel giornalista arruolato dalle forze armate di una nazione per essere al loro fianco, in prima linea, a narrare cosa accade durante le azioni belliche.

Questa recente figura professionale è stata introdotta nel febbraio 2003 dal regolamento del Dipartimento della Difesa USA, regolamento diffuso poco prima dello scoppio della guerra in Iraq. Il regolamento dice: «Questi embedded media vivranno, lavoreranno, viaggeranno come parte delle unità in cui saranno inseriti per facilitare la copertura delle azioni delle forze di combattimento».

Ovviamente tale innovazione è stata poi accolta dalla stragrande maggioranza degli eserciti mondiali, e l’Italia non poteva essere da meno anche in questo. Sicuramente un giornalista in prima linea è garanzia di informazioni immediate dal fronte, di vere e proprie operazioni militari trasmesse in diretta. Dall’altra parte, però, si mostrano due scenari che non tutelano i lettori/telespettatori:

a) con questo modo di fare giornalismo si mette in luce solo il conflitto militare, si mostrano esclusivamente le tensioni tra i due schieramenti, tralasciando e oscurando la rappresentazione della società civile coinvolta, suo malgrado, nel conflitto;

b) le informazioni vengono censurate dall’apparato militare per cui il giornalista sta lavorando. Dunque non si ritrae la Verità, ma una verità confezionata ad hoc per chi sta a casa davanti alla TV.

Questo si evince non solo dal regolamento del Dipartimento di difesa USA, da cui si legge:

« Sarà dunque necessario bilanciare la necessità di accesso all’informazione con la necessità della sicurezza operativa». Art. 2. c. 4: «I comandanti delle unità possono imporre ai media temporanee restrizioni alle trasmissioni elettroniche per ragioni di sicurezza operativa». Art. 3. h: «Se, secondo il comandante dell’Unità, un giornalista non è in grado di sopportare le condizioni rigorose richieste a operare con le forze inviate, il comandante può limitare la sua partecipazione con le forze operative, per garantirne la sicurezza».

Di questo fenomeno ci ha parlato Giuliana Sgrena, sia nel suo articolo del Il Manifesto del 14/01/2005 (www.altraofficina.it/fuoritempo/Doc_Florence%20e%20gli%20altri.doc), sia durante l’incontro a cui abbiamo assistito il 9 novembre 2010 a Ravenna, incontro organizzato dal Circolo delle Amiche e degli Amici del Manifesto.

Parlando della censura operata dagli eserciti sui giornalisti, la sig.ra Sgrena ha citato un esempio anomalo di giornalista arruolato: Kevin Sites. Giornalista statunitense, nel 2004 si trovava in Iraq come corrispondente della NBC, network televisivo americano. Durante l’irruzione dei soldati americani nella Moschea di Fallujah, Sites fu testimone di un omicidio a sangue freddo di un combattente iracheno disarmato e ferito a terra.  Il video integrale: http://www.youtube.com/watch?v=o4j50ghDeKA Negli USA il video non fu trasmesso in versione integrale ma censurata: http://www.msnbc.msn.com/id/6496898/

Queste immagini hanno fatto scalpore. Tanto fu lo scalpore e l’interesse che il video fu acquistato e trasmesso dalle televisioni di tutto il mondo. Bene, Sites riuscì a mostrare al mondo cosa stava accadendo in Iraq, nonostante il suo ruolo di giornalista arruolato. Una mosca bianca. Vi invito però a leggere i commenti su Youtube al video integrale: Sites è dipinto come un ingrato, lui che è stato protetto dai marines, lui che ha visto come gli iracheni non avevano pietà per gli americani, lui che sa come sono stati torturati, maltrattati e uccisi soldati USA, proprio lui dovrebbe smettere di infangare il loro paese. La NBC decise, poi, di licenziare Sites. La sig.ra Sgrena racconta che, in visita negli Stati Uniti nel 2005, tentò di contattare Sites per incontrarlo. Con molte difficoltà riuscì a trovare il giornalista, poiché quest’ultimo si nascondeva, terrorizzato per la sua incolumità personale.La Sgrena, dunque, parla di INFORMAZIONE MILITARIZZATA. E su questo la Sgrena scriveva nel sovracitato articolo :

“Ora anche l’esercito italiano ha «aperto» a corsi per i nostri aspiranti «embedded». Peggio: è arrivata alla camera, ed è già passata al senato, la revisione del codice penale militare che prevede l’applicazione della legge marziale nello «stato di pace» anche ai civili, giornalisti compresi, per «illecita raccolta, pubblicazione e diffusione di notizie militari»”.

Nel 2004 infatti, su proposta del centrodestra, il Senato ha approvato una modifica del codice penale militare che prevede, tra l’altro, dai 2 ai10 anni di detenzione in carceri militari per i giornalisti che scriveranno articoli non consentiti sulle missioni militari italiane.

La censura, dunque, se non arriva dalle forze militari, arriva direttamente dai giornalisti stessi, il classico caso di AUTOCENSURA.

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Paola – GDZ –

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