Lavoro

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11 febbraio 2012

Un mondo di donne talmente belle – Una giornata con le Brigate Teatrali Omsa –

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Omsa - Matteo BertacciniPochi giorni prima del ciclo di incontri organizzato a Bologna dal comitato “Se non ora quando” per parlare di “Vite, lavoro, non lavoro delle donne”, mi piace riproporre l’appello lanciato, dalle pagine de l’Espresso, dall’antropologa francese Françoise Héritier alle donne:

“Abbiate fiducia in voi stesse. Sappiate che siete capaci di fare tutto. Abbiate coscienza di tutte le disparità che esistono, dei gesti che cercano di limitarvi. Dite no, quando occorre. E infine: partecipate ad azioni collettive, dimostrate ciò che valete e rifiutate tutti i gesti che possono mettervi in ridicolo.”

Un appello che sembra raccontare la storia di alcune operaie OMSA che hanno deciso di lottare per il diritto al lavoro. Queste donne vogliono raccontare la loro vicenda e cercano ogni mezzo possibile per informare e resistere.

Una storia fatta di 55 giorni di presidio costante, giorno e notte, davanti ai cancelli OMSA, 55 giorni freddissimi in cui le lavoratrici hanno fatto fronte comune per respingere con forza la decisione di chiusura dell’azienda. Una storia raccontata dai tanti interventi in trasmissioni televisive “Striscia la Notizia”, “Anno Zero”, “Rai per una Notte” e presto anche “Presa diretta”. Una storia fatta di manifestazioni per le strade di Faenza. Di concerti, proiezioni di film e seminari con esperti di diritto del lavoro. Una città che è stata sensibilizzata usando la cultura, la musica e il teatro.

La nuova sfida diventa, infatti, il teatro. Usare il teatro di strada come nuovo mezzo per raccontarsi. Fondamentale l’incontro con “Teatro Due Mondi” e la compagnia francese “De l’Unitè”.

E così: operaie OMSA, attori e attrici professionisti, attori e attrici improvvisati, si sono mescolati e hanno dato corpo e anima alle Brigate Teatrali OMSA.

Donne e uomini in giacca rossa e pantalone nero che marciando, correndo, narrando, abbracciando passanti, stendendosi a terra lungo una linea immaginaria tesa nell’asfalto raccontano la storia di 350 operaie licenziate da un imprenditore che sfrutta la crisi per fari i suoi interessi senza alcun vincolo di legge che lo impedisca e senza nemmeno vincoli morali dettati dall’articolo 41 della Costituzione.

“Abbiate fiducia in voi stesse. Sappiate che siete capaci di fare tutto. Abbiate coscienza di tutte le disparità che esistono, dei gesti che cercano di limitarvi. Dite no, quando occorre. E infine: partecipate ad azioni collettive, dimostrate ciò che valete e rifiutate tutti i gesti che possono mettervi in ridicolo.” Voglio ripetere queste parole perchè mi sembrano calzanti: fiducia, capaci di fare tutto, coscienza, azioni collettive, valete, rifiutate.

Incontriamo Giulia, educatrice di Faenza, che ci racconta la sua esperienza nelle Brigate.

Come sei venuta a conoscenza delle Brigate e cosa ti ha spinto a farne parte?

Tramite una mia amica ho partecipato al primo laboratorio che il Teatro Due Mondi ha organizzato, in collaborazione a due registi teatrali francesi, per sostenere le operaie che lavoravano all’Omsa.
Sono rimasta colpita dal fatto che una compagnia teatrale si impegnasse nel fare un laboratorio con le operaie e per le operaie, quindi che un percorso artistico avesse come obiettivo quello di dare una voce reale a persone che si trovano in una situazione di difficoltà. Mi ha colpito in maniera positiva l’impegno nel raccontare, attraverso l’azione teatrale, la storia di queste donne coraggiose e soprattutto i loro sentimenti. Sono convinta che il teatro sia uno strumento di comunicazione ed espressione potente. Penso che il teatro sia anche un importante percorso di crescita e di incontro. Quindi mi ha spinta a fare parte delle Brigate la volontà di esprimere e comunicare la storia delle operaie Omsa, di raccontare insieme a loro la storia di donne e lavoratrici, di essere una voce insieme alle loro.

Quale parte dello spettacolo ti emoziona di più?

La parte dello spettacolo che mi emoziona di più è la scena che noi chiamiamo Tai Ji. In questa scena ci sono tre operaie che raccontano la loro storia di lavoratrici all’Omsa, quella quotidianità che ora non hanno più. Questa scena mi emoziona molto proprio perchè comunica con grande intensità l’esperienza di queste donne, racconta una quotidianità che nonostante le difficoltà del lavoro apparteneva ad ognuna di loro; mi emoziona perchè racconta anche l’interruzione di questa quotidianità e il sentimento di amarezza verso la mancanza del riconoscimento di tutto il lavoro fatto e vissuto, verso la mancanza di un’alternativa.

Qual è, a tuo avviso, l’obiettivo della rappresentazione teatrale di strada?

Io penso che l’obiettivo delle Brigate, dello scendere in piazza col teatro, è certamente quello di arrivare alle persone, di portare un messaggio, di farsi ascoltare, di creare conoscenza, rispetto, unione. Posso riportare le parole che ho sentito più volte dalle operaie Omsa “Ho conosciuto persone da cui mi sono sentita ascoltata in questa esperienza di teatro…”, posso dire che lo comprendo, che l’incontro dà fiducia ed è quindi un obiettivo più che importante. Inoltre mi sono accorta che c’è uno spiraglio di luce, anche se non sarà facile percorrerlo, perchè nelle piazze ho respirato anche attenzione e sensibilità da parte della gente e credo che questo sia un buon risultato attuale.

Ha senso parlare di Nuova Resistenza per la nostra generazione?

 Si, lo ha e ritengo che sia molto importante avere coscienza del “A che cosa resistiamo” e del “Per che cosa resistiamo”. Personalmente credo nel valore di una lotta culturale contro quelle categorie del pensiero che tendono a semplificare aspetti profondi dell’uomo e della società; che non lasciano spazio all’identità delle persone, dei luoghi e dei sentimenti positivi. Una lotta per salvare noi stessi e perché esistano sentimenti quali la fiducia e la speranza. Resistiamo, quindi, al valore solo economico, alla ricerca fine a se stessa; resistiamo per una ricerca diversa, per salvare l’identità di quel pensiero e di quel sentire che vuole costruire, perché no, anche un mondo migliore.

Le parole di Giulia, gli sguardi tesi delle ragazze dell’Omsa, le battute di Samuela per smorzare la tensione sull’autobus, l’agitazione di Alberto Grilli (regista del Teatro Due Mondi) per la telecamera  puntata in volto, Nadia che incita le colleghe prima dell’intervista “Ohi, niente piagnistei”, le prove dello spettacolo in corsa, il cambio di vestiti in Autogrill, tutto quanto creava un’atmosfera unica su quell’autobus che ci portava a Mantova il 15 gennaio. Sensazioni forti che mi hanno fatto riecheggiare in testa parti del testo di Gaber Una donna:  “Una donna che resiste tenace – una donna diversa ma sempre uguale”, “Un mondo di donne talmente belle”.

La campagna delle Brigate continua a Pisa il 10 marzo. Siamo tutti invitati a  lottare con loro.

di Paola Resta

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18 maggio 2011

Settore Portuale Ravenna

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Iniziamo, dunque, l’analisi dei settori del territorio ravennate che sono stati attraversati dalla crisi economica.
Abbiamo quindi richiesto a Denis Di Martino, Rappresentante Sindacale della Cooperativa Portuale, di darci dei veloci e semplici strumenti per capire se e come i lavoratori portuali hanno vissuto la crisi.

La Compagnia Portuale di Ravenna è una cooperativa che dispone di tutte le strutture e gli immobili indispensabili per adempiere alle operazioni di sbarco e imbarco delle merci. Oltre alle attrezzature, dispone anche del personale qualificato per operare in questo settore. Attrezzature e personale sono messe a disposizione delle imprese che ne fanno richiesta.

La cooperativa è costituita oggi da circa 300 soci, dunque lavoratori a contratto a tempo indeterminato. Oltre ai soci, sono impiegati anche dei lavoratori in somministrazione. I lavoratori in somministrazione sono donne e uomini che vengono pagati a giornata lavorativa effettivamente compiuta.
Il contratto dei lavoratori a somministrazione della Compagnia Portuale prevede un minimo di due giornate lavorative a settimana garantite. Un minimo di due giorni di lavoro a settimana è un dato forte che ci ha fatto pensare molto sulla “flessibilità” del lavoro oggi. Di Martino ci ha anche spiegato che, però, anche nei periodi più scarichi di lavoro, ci si è impegnati ad avviare gli interinali per qualche giornata di lavoro in più, rispetto a quelle garantite contrattualmente.

La crisi nel settore portuale può essere fatta risalire all’anno 2009. Rispetto al 2009 ci sono 60-70 persone in meno a lavorare nella cooperativa portuale ravennate. Dal 2009 si è iniziata a far sentire la crisi con la riduzione dei traffici di circa la metà. A livello di traffico merci in tonnellate si è registrato un calo del 27,8% rispetto al 2008. Per dare un’idea del calo, ci racconta Denis Di Martino, nel 2007 il 50% del materiale sbarcato per l’industria siderurgica proveniva dalla Cina. Nel 2009 non è arrivata una sola nave dalla Cina di questi prodotti. Non una.
Un altro drastico calo nei flussi di merci è stato quello dell’argilla. Materia prima principe nel porto ravennate per l’industria della ceramica, dal 2009 ha visto un collasso delle importazioni.
Nel settore della ceramica, infatti, le aziende più piccole hanno chiuso i battenti strozzate da un calo di richiesta senza precedenti. Le aziende con una maggiore disponibilità economica sono, invece, rimaste attive ma con un evidente calo dei volumi produttivi, volumi che non torneranno più ai livelli di tre anni fa.

L’ammortizzatore sociale previsto per i lavoratori portuali dipendenti è l’Indennità di Mancato Avviamento.
Strumento finalizzato al sostentamento dei portuali qualora non vengano avviati al lavoro, a fronte della loro disponibilità 365 giorni l’anno, 24 ore al giorno.
Per gli interinali non è previsto alcun supporto al reddito.

È da evidenziare anche che l’indotto del settore portuale è molto elevato. Cosa vuol dire: vuol dire che oltre alla Compagnia portuale, gravitano attorno al porto tante altre realtà che trovano fonte di reddito da questo settore. Per esempio i primi che vengono in mente sono i facchini e i camionisti.
Facchini e camionisti appartengono ad altri settori economici, ma risentono del calo dei flussi navali tanto quanto i lavoratori portuali (basti pensare che la cooperativa facchini ha usufruito anch’essa della cassa integrazione in deroga).

Con Denis Di Martino ci lasciamo però con un messaggio positivo: siamo in ripresa economica. Tanto da dover ricorrere all’assunzione di interinali per coprire le posizioni scoperte di soci andati in pensione.
La ripresa economica è iniziata e già si vede un buon aumento delle transazioni commerciali marittime. Dal 2009 al 2010 il totale delle tonnellate di merce sbarcata e imbarcata è aumentato del 17,2%. Con una buona ripresa dei traffici di Gas liquefatti, Cereali e Carbone. Mentre invece perdono terreno prodotti metallurgici e prodotti chimici.

Certamente per poter comunque favorire questa lenta ripresa si potrebbero mettere in atto diverse migliorie, incominciando dal sistema di collegamenti al porto. E qui Di Martino non ha dubbi: “il problema del nostro porto non è tanto il fondale basso, quanto i collegamenti a questo. Pensiamo soprattutto alla via Classicana e al sistema ferroviario della provincia” (a tal proposito segnaliamo anche il servizio di Ravenna Web TV: http://www.ravennawebtv.it/w/?p=17594 ).
Un’altra pecca del nostro sistema portuale è quello dei tempi di sdoganamento molto lunghi, si può arrivare a dover impiegare anche quattro giorni per vedere la propria merce libera dal controllo degli uffici doganali. Tempi biblici rispetto al resto d’Europa.

Dopo l’incontro con Denis Di Martino, siamo arrivati alla conclusione che per poter rilanciare il porto di Ravenna è importante correggere e ridefinire il sistema già esistente, senza dover a tutti i costi investire su ampliamenti titanici del porto o dei terminal portuali, visto che la ripresa economica è molto lenta e che il Nord Africa sta attraversando un periodo di agitazione politica.

Ringraziamo il Rappresentate Sindacale CGIL della Cooperativa Portuale di Ravenna, Denis Di Marino, per la disponibilità.

di Paola Resta

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15 marzo 2011

Crisi Economica: effetti sulla provincia di Ravenna

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Viviamo in tempi di crisi.

Ma ne siamo sicuri?

Cosa vuol dire che la nostra economia è in crisi?

Perchè ci sentiamo ossessionati da questa parola: CRISI.

Ci sentiamo disorientati e increduli quando ascoltiamo le notizie di economia al telegiornale semplicemente per il fatto che non sappiamo di cosa stiano parlando. Non conoscendo il fenomeno non possiamo nemmeno capirlo. Mentre gli Stati Uniti si piegavano sotto il peso della crisi, in Italia eravamo fortunati: non eravamo stati colpiti, al massimo in maniera marginale. Mentre poi l’Europa ne stava uscendo, in Italia, per fortuna, eravamo in testa nel processo di ripresa. Insomma, la crisi non c’era, ma se anche ci fosse mai stata, ne siamo usciti alla grande. Questo è quanto i media ci hanno fatto percepire. Ma la situazione reale qual è? Non serve parlare della situazione a livello mondiale, dei massimi sistemi, se già non sappiamo come sta sopravvivendo alla crisi l’azienda a fianco la nostra.
L’idea è questa: semplificare l’argomento e capire quanto la provincia di Ravenna è stata coinvolta nella crisi economica.Iniziamo allora dalle definizioni, tentando di non dare per scontato nessun concetto chiave.

Crisi: fase difficile da superare;
Crisi economica: periodo di calo della produzione e/o del reddito;
Ammortizzatori sociali: serie di aiuti messi a disposizione dallo Stato per salvaguardare il reddito del lavoratore nel caso in cui ci sia il forte rischio di licenziamenti collettivi
Alcuni esempi di ammortizzatori sociali:
Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIGO):  è stata istituita nel 1945.  Il concetto chiave è che la crisi viene considerata passeggera, quindi ora si produce meno e ho meno bisogno di lavoratori per produrre, ma domani le cose miglioreranno e tutto riprenderà  il solito corso. Quindi io imprenditore invece di licenziare il dipendente, lo lascio in stand-by. Il dipendente non lavora, o lavora meno, e percepisce una parte del suo stipendio. Quando la crisi sarà finita, tornerà al suo posto di lavoro. Questo aiuto può durare al massimo 13 settimane, più eventuali proroghe fino a 12 mesi.
Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS): È stata introdotta nel 1968. In questo caso la crisi non è più percepita come passeggera, qui la situazione si fa pesante. In questo caso si sa già che il personale verrà licenziato, ma lo si vuole fare in modo graduale. Si vuole diluire i licenziamenti in un lasso di tempo maggiore, per non portare ai danni sociali creati dai licenziamenti collettivi. La CIGS può durare al massimo 12 mesi (per crisi aziendali) o 24 mesi (per riorganizzazioni aziendali).
Cassa Integrazione Guadagni in Deroga: va a dare un aiuto a tutti quei lavoratori che non hanno potuto usufruire della CIGO e CIGS. Per esempio parliamo degli apprendisti, degli interinali, dei lavoratori a domicilio, ecc.

Con queste poche informazioni basilari, possiamo iniziare a interpretare i numeri della crisi economica della provincia di Ravenna.
La nostra analisi copre il periodo ottobre 2008 – giugno 2010. Il 6% delle aziende della provincia di Ravenna ha fatto ricorso ad ammortizzatori sociali almeno una volta. Cioè 773 aziende della provincia. Il settore più colpito è quello Metalmeccanico. Nel Metalmeccanico, l’attività più in difficoltà è la Metallurgia. Subito dopo il settore Metalmeccanico troviamo quello Edile e del Commercio. Possiamo dividere la provincia di Ravenna in 3 zone: Faenza – Lugo – Ravenna.
A livello di IMPRESE: la zona più colpita è quella di Lugo, zona con la maggiore concentrazione di aziende metalmeccaniche, il settore più in crisi. A seguire Ravenna e infine Faenza. Sono le Micro (da 4 a 19 dipendenti) e le Piccole (da 20 a 49 dipendenti) imprese che hanno subito il contraccolpo maggiore. Da notare però che, nella intera provincia, le Micro e Piccole imprese rappresentano il 90% delle imprese totali.
A livello di LAVORATORI: la zona più colpita è quella di Lugo. A seguire Faenza e Ravenna. Lugo detiene sempre il primato delle conseguenze negative della crisi, mentre invece si invertono le posizioni di Faenza e Ravenna. Questa inversione è spiegata dal fatto che le aziende di Faenza hanno usato maggiormente gli ammortizzatori rispetto alle aziende del ravennate.
L’uso degli ammortizzatori sociali nella provincia di Ravenna ha contribuito a salvare 1.836 posti di lavoro. Nonostante questo, da ottobre 2008 a giugno 2010 hanno perso il lavoro 1.277 persone.
L’ammortizzatore più usato nel periodo della nostra analisi (ottobre 2008 – giugno 2010) è la CIGO (che è poi quello usato tipicamente dall’industria manifatturiera). Questo è un aspetto confortante, perchè vuol dire che la crisi è vista come passeggera.
Ma confrontando il primo semestre 2009 con il primo semestre 2010 si nota che l’uso della CIGO è in diminuzione mentre il ricorso alla CGIS è in netto aumento. Purtroppo  questo dato ci apre un nuovo scenario: la crisi dal primo semestre 2010 non è più vista come temporanea, ma come radicata nel territorio. Questo dato ci dice che non stiamo superando la crisi, ma che ci siamo dentro.
Ancora a supporto di questa tesi, vi sono i dati, ancora provvisori, del periodo da giugno 2010 a  dicembre 2010. Il secondo semestre 2010 vede aumentare del 6% le aziende in crisi, con un +3% di lavoratori coinvolti. Ancora più allarmante sono invece i posti di lavoro persi in sei mesi: 215. Vi è stato quindi un +14,4% rispetto al periodo precedente.
Quei segnali di ripresa dati dalla produzione industriale del secondo trimestre 2010, con un aumento del 0,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, possono far intravedere un piccolo spiraglio di luce, ma il processo di ripresa delle aziende della provincia ravennate rimane più lento di quello dell’industria della regione Emilia Romagna.
Queste sono le statistiche. Questi sono i numeri. Questa è la base da cui partire per interrogarci su chi sono quei 15.000 cassintegrati? Che cosa fanno adesso quei 215 dipendenti licenziati nel 2010? Quali sono le fasce sociali più colpite dalla crisi? Gli under 30 precari? O gli over 50 in mobilità?

Fonti
Tesi di laurea in Economia e Gestione Aziendale di Benedetta Lippi, Forlì, anno 2010
CGIL Ravenna: sig. Massimo Martoni e www.cgilra.it
Camera di Commercio Ravenna: www.ra.camcom.it

di Paola Resta

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22 febbraio 2011

Vinyls – Intervista agli operai

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Da dieci giorni su due silos alti 50 metri. E’ questo l’estremo gesto di protesta dei dipendenti della Vinyls a Ravenna. Come è stato possibile arrivare a questa situazione? Siamo andati a chiederlo a loro, allo stabilimento di via Baiona. E grazie alla loro disponibilità siamo riusciti ad arrivare fin sotto i silos, all’isola 22, e parlare direttamente con i lavoratori presenti: Andrea Brigliadori, Emilio Provolo e Massimo Bacciardi.

Il primo aspetto che immediatamente ci viene puntualizzato è che la Vinyls (che fino a due anni fa si chiamava IVI, cioè Ineos Vinyls Italia) non è in questa situazione per via della crisi economico-finanziaria che ha colpito l’Italia e il resto del mondo occidentale, ma per motivi diversi. E allora per capire il contesto attuale della Vinyls bisogna fare un salto indietro di due anni quando la multinazionale Ineos, proprietaria della IVI, costituita da tre stabilimenti chimici per la produzione e la trasformazione del PVC in Italia (Porto Torres, Porto Marghera e Ravenna), decide di vendere tutte le attività italiane alla SAFI del cavalier Sartor, affare assai discutibile e poco chiaro, come ci conferma Andrea. In effetti, appena dopo un mese dall’acquisto degli stabilimenti nascono alcuni screzi con ENI (fornitore di materie prime) per quanto riguarda il prezzo, secondo lui troppo alto, delle materie prime. Il nuovo acquirente decide improvvisamente di portare i libri contabili in tribunale a Venezia, non prima però di aver scorporato l’azienda in due rami, quello di produzione del PVC, economicamente poco appetibile, e quello di trasformazione del PVC, assai più redditizio. Come ricordano gli operai, sono proprio di quel periodo le dichiarazioni di Sartor: “io la farina la prendo dal mulino che voglio”, come a ribadire che la materia prima, se non fosse redditizio produrla, potrebbe comprarla altrove.

In effetti è proprio questo ciò che accade ed è per questo motivo che lo stabilimento di produzione all’isola 22 del petrolchimico di Ravenna è fermo da un anno e mezzo. Questo aspetto della cessione iniziale da Ineos a SAFI è quello che lascia molti dubbi ai dipendenti, come continua a chiedersi Massimo: “dov’erano le istituzioni in quel momento? E’ possibile che nessuno si fosse accorto di ciò che stava accadendo? Come è possibile che Sartor, con un’azienda (SAFI nda) dal capitale sociale di soli 20000 euro, sia riuscito non solo a sedersi al tavolo delle trattative con una delle più grandi multinazionali del settore (la Ineos) ma anche ad acquisire tutti gli stabilimenti senza nessuna garanzia?”.

Fatto sta che un mese dopo l’ingresso del nuovo proprietario la Vinyls si ritrova in amministrazione straordinaria con i libri contabili in tribunale e con tre commissari chiamati a gestire la transizione. Andrea tende giustamente a sottolineare che il compito dei commissari non è solo quello di gestire la cessione dell’azienda a eventuali nuovi investitori ma soprattutto quello di conservare il bene aziendale, costituito da strutture fisiche, attrezzature ma soprattutto da risorse umane con un bagaglio di know-how (metterei la parola in italiano) ed esperienze unico.

Dopo un anno e mezzo di incertezze e cassa integrazione, nel quale i dipendenti dell’azienda nei tre stabilimenti italiani sono passati da circa 500 a meno di 400, si arriva alle vicende dei nostri giorni con la presenza sui tavoli dei commissari di tre offerte d’acquisto da parte di nuovi investitori, la più importante delle quali da parte di una società svizzera, la Gita, interessata all’acquisizione di tutti e tre gli stabilimenti italiani. Dopo mesi di trattative pare che la soluzione sia sbloccata e l’accordo vicino. Il ministro dello sviluppo economico Romani, assieme a Gita, Eni ed i commissari fissano al 31 gennaio 2011 la scadenza per la firma sul contratto preliminare, per arrivare al 10 marzo alla firma finale della cessione della Vinyls alla nuova proprietà.

E’ a questo punto che inspiegabilmente salta l’accordo. Agli operai degli stabilimenti non vengono date motivazioni né spiegazioni e notizie. Dopo una settimana di attesa questa situazione porta i dipendenti alla protesta più estrema e, contemporaneamente agli stabilimenti di Porto Torres e Porto Marghera, la notte del 9 febbraio tre lavoratori salgono sui silos anche a Ravenna. Dalla mattinata successiva tutti i dipendenti romagnoli (rimasti 39 rispetto ai 56 di due anni fa) indipendentemente dal ruolo ricoperto nell’azienda, aderiscono alla protesta e iniziano ad organizzare veri e propri turni di 8 ore, attraverso i quali mantenere un presidio costante sui silos, nonostante il freddo e le intemperie stagionali.

“Siamo saliti sui due silos più alti per avere risposte, per capire il perché della mancata firma del 31 gennaio, ma soprattutto per capire cosa succederà nei prossimi giorni e per avere garanzie sul nostro futuro” dice Andrea. “Negli ultimi due anni è arrivato solo qualche attestato di solidarietà da parte delle istituzioni, dal Comune alla Regione, ma nulla di concreto. I sindacati ci hanno sempre appoggiato in modo unitario, ma non hanno mai incentivato questa forma di protesta.” Una forma di protesta che porta costrizioni e limitazioni alla libertà personale di ognuno di loro, ma è diventata l’unico modo per far sentire la propria voce. Nel corso degli ultimi anni anche i media locali non hanno quasi mai parlato della situazione della Vinyls e salire sui silos è stata l’unica alternativa rimasta per provare ad avere visibilità. “Dopo che è iniziata la protesta i giornali, locali o nazionali, vengono continuamente sollecitati dai nostri articoli, siamo noi a mandare interviste, foto, notizie, anche perché l’accesso all’isola 22 è vietato per motivi di sicurezza. Noi stiamo cercando altri modi per far circolare le nostre idee sfruttando le nuove tecnologie, internet e i social network, in questo modo è possibile bypassare le barriere fisiche imposte da uno stabilimento chimico.”

Continua Andrea: “Credo che le istituzioni locali, in ogni caso, possano fare poco per sbloccare la situazione attuale, ed è per questo che siamo contenti della telefonata del ministro Romani di qualche giorno fa ma non ci basta. Noi smetteremo la protesta quando il ministro verrà a Ravenna, per portare un piano di sviluppo industriale, e si siederà a un tavolo con noi per dare garanzie sul nostro futuro.” Aggiunge Massimo: “Dopo quasi due anni non siamo più disposti ad attendere, già questo mese abbiamo rischiato non ci fossero liquidità per il pagamento degli stipendi e tra pochi mesi finirà anche la cassa integrazione straordinaria.”

Al termine dell’incontro Andrea ci spiega che secondo lui la soluzione non può essere solo economica, ma deve essere politica, nel corso degli anni si è assistito ad uno smantellamento pressoché totale dell’industria chimica italiana e per uscire da questa situazione serve un cambiamento di rotta nella politica industriale di questo settore. E’ per questo che i dubbi restano forti anche sui nuovi acquirenti; sarà in grado la Gita, o chi per lei, di garantire questo cambiamento politico?

Ci lasciamo con questa domanda e la speranza che nei prossimi giorni la situazione si possa sbloccare perché non è possibile che in un Paese civile, un gruppo di lavoratori sia costretto a passare giorni e giorni sopra ai silos di un’azienda chimica per chiedere informazioni e garanzie sul loro futuro, non è possibile che in due anni non si sia trovata una soluzione a questa faccenda, non è possibile che istituzioni e media si muovano solo con proteste estreme. Questa sta diventando la prassi in un Paese dove quasi nessuno si occupa più dei problemi reali della popolazione, quasi nessuno presta più attenzione alle voci che si sollevano nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze, ed è per questo che noi stiamo con gli operai della Vinyls fino a quando non potranno scendere dai silos con garanzie per il loro futuro.

di Massimo Manzoli

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