Impressioni e approfondimenti

IL FUTURO DEL “GRIDO DELLA FARFALLA”

Il Grido della Farfalla del futuro lo immaginiamo come una grande festa a tema!

Il tema, ovviamente, la libera informazione.

Persone, associazioni, commercianti proporranno e daranno vita ad iniziative legate al tema. Lo chiamiamo meeting perchè ci interessa creare un incontro tra le persone, soprattutto tra quelle che per il momento non sentono l’esigenza di sapere cosa accade fuori dal cortile di casa. Vorremmo creare quest’esigenza, raccontando loro quello che non conoscono. Questa è informazione.

Immaginiamo una settimana di eventi per tutta la città. Tanti turisti, anche stranieri. Tante bici, tanta gente per strada, locali aperti e chioschi improvvisati e gli studenti universitari che vivono la città insieme ai Ravennati.

Immaginiamo quindi un nuovo format, dove si riduce la distanza tra l’esperto e il fruitore. Tutti possono fare informazione, l’importante è non chiudersi in casa davanti ad un monitor collegato virtualmente agli altri, ma uscire dal guscio e creare partecipazione, partendo dalle persone e dallo scambio di esperienze, idee ed interessi.

Ma questa rete reale non si crea in un giorno. Nemmeno in 5 edizioni di un meeting. É un lavoro continuo che dovremo fare sia all’interno del Gruppo dello Zuccherificio, sia nelle altre attivitá che porteremo avanti. In particolare i progetti nelle scuole superiori. Lo scopo è far comprendere a tutti il presupposto che il bene comune parte dalla consapevolezza, cioè dall’essere informati, sottolineando i doveri dei cittadini, ancor prima dei diritti.

La Romagna ha una storica esperienza di cooperazione, che porta con sé l´idea di unione, aggregazione, solidarietá. Valori base per ricostruire una societá in cui non ci riconosciamo piú.

Nel 2019 Ravenna e la Romagna potranno essere capitale culturale. Ci auguriamo che le realtà storiche e le tradizioni locali restino sempre vive, ma che non frenino lo sviluppo sociale e l’integrazione. Consideriamo il portare la capitale culturale nelle varie città come un prendere il testimone e continuare la corsa verso il traguardo di una cultura senza confini, dal significato assoluto, non confrontabile, né tanto meno posizionabile in una classifica che valuta il popolo di una determinata cultura.

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“GRIDO DELLA FARFALLA 2013” – LE NOSTRE IMPRESSIONI –

Abbiamo deciso di raccogliere le nostre imperssioni “a freddo” dopo la quinta edizione del Grido Della Farfalla e pubblicarle qui di seguito.

PRIMA PARTE – IMPRESSIONI GENERALI –

1)      Il Grido è l’espressione del modo in cui noi proviamo a migliorare le cose, a creare bellezza tra le difficoltà che si vivono da cittadini italiani e da persone di questo mondo, spesso ancora troppo brutto.  Per alcuni questo modo è fare volontariato negli ospizi, per altri è accompagnare i disabili al parco. Per noi è informare e seminare il seme della coscienza critica nelle menti delle persone.
Il Grido cambierà e cambieranno le persone che lo porteranno avanti, ma resterà un momento di condivisione e partecipazione bellissimo in cui poche persone riescono a fare tanto solo grazie alla loro volontà di cambiare le cose.
Non abbiamo soldi, non abbiamo sponsor, non abbiamo grandi numeri. Ma anche quest’anno abbiamo dimostrato che partecipare attivamente è molto più importante che essere solo dei passanti per le vie del centro. (Enrico)

2)      “Grido della  Farfalla”?  La farfalla è un insetto eminentemente silenzioso la cui natura quasi imponderabile è una presenza visiva. Parlare del grido della farfalla è passare dall’impercettibile al percettibile ma soprattutto dal silenzioso all’udibile. Quelli che sono senza potere e senza voce, come tutti gli insetti, sarebbero facilmente schiacciati dai piedi dei più grandi e ignorati dallo sguardo dei più forti. Essi fanno intendere qualcosa che li fa uscire dal silenzio e li  rende visibili. L’obiettivo è quindi quello di far uscire dal silenzio quei temi spesso dimenticati dalla politica e dai media tradizionali adottando il modo di visibilità che fa uscire l’impercettibile del silenzio per far capire l’ordine del desiderio come un clamore. Come anno scorso la giornata conclusiva ha visto la premiazione della seconda edizione del premio “Gruppo Dello Zuccherificio” per il giornalismo d’inchiesta.  Il giornalismo ha per noi un compito fondamentale nella crescita democratica di un paese, ruolo attivo nel rendere le persone più consapevoli e responsabili. In quest’ottica abbiamo deciso di creare un premio che valorizzasse giornalisti, associazioni, o liberi cittadini, che investissero parte delle loro energie nella realizzazione di inchieste. Questo tipo di giornalismo a livello televisivo è sempre più relegato a ruoli secondari, sono lontani i tempi delle grandi inchieste di Ennio Remondino e Roberto Morrione. Ormai in televisione si concedono sempre più spazi ai talk-show ma manca quell’approfondimento che le inchieste possono dare. Un passaggio simile avviene sulla carta stampata, dove giornalisti spesso precari e sottopagati difficilmente trovano spazi ed energie per realizzare inchieste. Fare il giornalista giornalista (come direbbe Giancarlo Siani) è diventato quasi una missione invece di una professione. (Massimo)

3)      Ci sono giorni in cui nel volto di ogni persona che incontri per strada vedi solamente l’indifferenza, la routine che esorcizza i problemi ed il dolore, la rassegnazione verso un mondo che sembra destinato a non funzionare mai più. Ci sono invece altri giorni in cui al posto del grigio vedi una luce negli occhi di quelle persone. La speranza, la consapevolezza, l’energia. La voglia e il coraggio del riscatto. In questi momenti senti che si è tutti la stessa cosa, che il tuo cuore batte esattamente allo stesso ritmo dei loro cuori. Che si va tutti nella stessa direzione. Con il sorriso, a volte con una lacrima, ma gioiosi e a testa alta. Sono giorni come quelli del Grido della Farfalla. Ogni volta che vedo le persone che vengono agli incontri, si siedono, ascoltano, ridono o magari si commuovono, beh ammetto che quasi mi viene da piangere.  Sono frammenti di vita che ti danno  non una ma mille ragioni per credere ed impegnarti a costruire il tuo pezzetto di mondo migliore. (Alessandro S.)

4)       Il Grido della Farfalla é cura per i dettagli: la brocca dell´acqua di Giorgio, il tavolino della mamma di Alessandro, le sedie di casa di Ambra,  il faretto di Andrea, la prolunga di Fabio, i foglietti stampati da Silvia, le birre comprate da Canto, i bicchieri lavati con Enrico, i fili colorati appesi da Ale, gli spessori per il palco disposti da Massimo, i twitter inviati da Claudia, e tanto altro ancora. Dietro a un Meeting di quattro giorni c´é un lavoro certosino di comunicazione, burocrazia, notti insonni, articoli, telefonate e litigate. E alla fine di ogni Grido, per me c´é la fiducia in gruppo di persone che trova sempre una soluzione, che non si accontenta di fare le cose a metá, che cerca solo di dare il meglio. Il Grido della Farfalla é lo specchio di quanto facciamo ogni giorno nella nostra vita, di come affrontiamo problemi, lavoro e tempo libero. Le responsabilitá che ognuno si prende e il lavori che ognuno porta a termine con l´aiuto degli altri. Il saper chiedere aiuto e cercare sempre un confronto. E tutto questo non é un dettaglio. (Paola)

5)      Il Grido della Farfalla porta con l’informazione libera un genuino confronto tra le persone. Il nostro Paese in questi anni viene tirato da ogni parte in cerca di strappi e per qualche giorno di maggio, in una piazza, si possono conoscere persone che quotidianamente agiscono per ricucire. Tirano i razzisti, tirano coloro che abbattono la cultura e la scuola, tirano i corrotti e i collusi. Il Grido della Farfalla riunisce giornalisti con la schiena dritta, professori che illuminano il futuro dei giovani, esperti che non si chiudono nel loro interesse privato, tutti pronti a condividere le loro riflessioni con le altre persone, con la speranza di contaminarle con l’anticorpo per ristabilire una società più giusta: l’impegno civile e personale (Andrea)

SECONDA PARTE – COSA RESTA DEGLI INCONTRI –

 “Educazione: chi e come, ma soprattutto perché” con MILA SPICOLA e GIROLAMO DE MICHELE

I ragazzi di oggi non vogliono imparare niente, ai miei tempi non era così la scuola”. Questa è certamente una frase ricorrente citata spesso da chi non conosce l’ambiente educativo. Sì perchè fare il confronto tra la scuola di ieri e quella odierna, non considerando le mutazioni degli altri soggetti dell’educazione, società, famiglia, televisione, stampa e web è praticamente un esercizio inutile. Purtroppo non è un modo di dire soltanto di chi non ha responsabilità nel campo dell’istruzione, ma anche di chi dovrebbe dimostrare competenze e pensare riforme adeguate alla società che cambia, alle necessità delle nuove generazioni ed alla formazione di persone all’interno di una democrazia. Buona parte dei problemi che affliggono la società del nostro Paese deriva da una crisi nell’educazione, come sostiene Girolamo de Michele dicendo che “crisi” è una parola che si usa quando qualcosa sta andando male e qualcos’altro gli si oppone. Di sicuro se c’è una via per il riscatto della nostra società secondo Mila Spicola questa passa sicuramente attraverso l’educazione a scuola. (Andrea)

Mila Spicola, Andrea, Girolamo DiMichele

“Scopriamo le carte del gioco d’azzardo” con Maurizio Fiasco

 Il gioco d’azzardo è diventata la prima forma di dipendenza in italia, e i dati sono di giorno in giorno più allarmanti. I numeri emersi dall’incontro con Maurizio Fiasco (sociologo, consulente della Consulta Nazionale Antiusura, esperto in dipendenze patologiche per Alea) sono chiari: quasi un milioni di Giocatori D’Azzardo Patologici che ormai non giocano più per vincere ma solo per continuare a giocare. Se sommassimo le ore perse per il gioco d’azzardo nel nostro Paese arriveremmo, addirittura, a 80 milioni di giornate lavorative. Anche la parola ludopatia trae in inganno: non esiste alcun ludus (gioco) quando le attività sono orientate a creare profitto come nel caso del gioco d’azzardo. Il problema sta alla base se consideriamo che lo Stato accorda concessioni dietro pagamento di oneri per lo sfruttamento di un bene pubblico che è la salute di tutti i cittadini. Questo negli ultimi anni è stato incentivato partendo dalla creazione delle sale bingo arrivando poi alle videoslot e ai giochi online, mascherati da skill games (giochi di abilità) e non vi è mai stato da parte della politica un contrasto forte e un’opposizione seria, vuoi per indifferenza, vuoi per incompetenza e o per forti interessi legati all’enorme giro d’affari. (Massimo)

“Democrazia: l’importante è partecipare” con Gianfranco Pasquino e Luca De Biase

Abbiamo chiesto ai nostri ospiti cosa fosse la democrazia e in che modo si lega al concetto di partecipazione. Dal dibattito è emerso che l’allontanamento dei cittadini dalle istituzioni ed il crescente astensionismo sono conseguenze della debolezza dei partiti, della corruzione diffusa e della poca trasparenza nelle decisioni. Ma abbiamo anche capito che la democrazia stessa non può reggersi da sola, che non basta cambiare legge elettorale per far aumentare la partecipazione dei cittadini. Le istituzioni della Repubblica sarebbero solo scatole vuote, fatte di norme, di circolari e di bilanci se ad ogni loro livello i cittadini non partecipassero attivamente. Ed ecco quindi che i nostri ospiti hanno sottolineato la doppia natura della partecipazione che è un diritto, ma anche un dovere. Il dovere di partecipare deve essere una prerogativa di ogni cittadino responsabile. Partecipare nelle assemblee, nelle piazze, nei partiti e nelle associazioni. La democrazia vive di partecipazione e la partecipazione vive di tutti noi cittadini.(Enrico)

 De biase Pasquino

 Si parla di partecipazione, di politica e di nuovi media: in particolare della voglia di partecipazione che corrisponde in maniera diretta alla cattiva politica, dell’incapacità della politica di comprendere i nuovi media, e di come questi sono utilizzati (più o meno bene) come strumento di partecipazione. Un Paese in mano alla cattiva politica. A partiti in crisi non più capaci di rappresentare altri che se stessi e interessi consolidati, di farsi veicolo di partecipazione autentica col Paese, che si chiudono a riccio o alzano barricate nell’illusione di proteggersi senza rinnovarsi. I nuovi media come grande strumento di comunicazione e partecipazione, non come strumento democratico però, perché la democrazia non può applicarsi solo agli informatizzati e discriminare chi non possiede accesso web. Strumenti che tuttavia si prestano a  clamorose semplificazioni, quando non a vere e proprie distorsioni, e ancora ampiamente mal utilizzati. Si parla e si ascolta, si sta seduti, poi ci si alza, si muovono le gambe, ci si risiede, ci si rialza, si cammina. Si cerca di vincere il freddo pungente di uno strano maggio. Ma nessuno se ne va prima della fine. Perché la voglia di ascoltare e intervenire è tanta, e ne è valsa la pena.(Serena)

 “Informarsi ed informare come strada per il riscatto” con Fuori Binario e Avvocato di Strada

Per tutti noi rientrare a casa dopo una giornata di lavoro è quanto di più scontato si possa fare e, proprio a causa di questa abitudine, perdere la propria abitazione può lasciare impotenti e sconcertati, fino a rappresentare troppo spesso l’ingresso all’inferno. Maria Pia Passigli ed Antonio Mumolo, i nostri ospiti, conoscono bene questo inferno: grazie alla loro pluriennale esperienza sono in grado di regalare una seconda possibilità a chi ha si è giocato male la prima ma, soprattutto, di denunciare soprusi e ingiustizie di cui i senzatetto sono vittime quotidiane, anche da parte delle istituzioni. Mumolo, fondatore di Avvocato di Strada, ci ha confermato il fatto che nella nostra società “residenza è esistenza”: dall’avere o no un indirizzo di abitazione sulla nostra carta di identità dipende il posto di lavoro, o la pensione, o l’assistenza sanitaria. Dipende quindi, purtroppo, ogni nostro diritto. E proprio in nome di questi diritti si batte l’associazione nata a Bologna, per permettere a tutti coloro che hanno perso la casa di non perdere anche la propria dignità. Anche Maria Pia, membro della redazione di Fuori Binario, giornale autogestito dei senza fissa dimora di Firenze, ci ha raccontato di una lotta analoga, condotta al fianco di chi cerca un riscatto basandosi soprattutto sulle proprie forze. E questa lotta viene condotta dalle pagine di un giornale votato al racconto della verità e alla denuncia degli imbrogli del potere, per testimoniare l’importanza dell’informazione in ambo i versi: sia per chi la fa che per chi la riceve.

 “Rassegnati a 20 anni: la chimera del lavoro per i giovani” con Walter Passerini

Bulimici da consumi. Così si ritrovano molti ragazzi al giorno d’oggi. Una generazione divisa in due, tra chi si attiva, lotta e spesso trova come unica alternativa fuggire all’estero, e chi si lascia trascinare dal vortice di un consumismo selvaggio che rende li partecipi della società solo in quanto consumatori, e non in quanto personalità consapevoli di uno sviluppo che deve partire dal singolo per attuarsi pienamente. Questo spirito di attesa non può conciliarsi con una società che dá spazio solo a chi se lo prende, che ti lascia indietro con estrema facilità e che parla di giovani solo quando si va a votare. Perché, è banale dirlo, ma una società che non mette al centro i giovani è una società senza futuro. E’ banale, ma non è per niente chiaro a molti. Neanche a quei giovani che dovrebbero smetterla di essere consumatori, smetterla di aspettare e cominciare a costruire un’idea di futuro.(Alessandro)

Walter Passerini e Il Calimero

 “La guerra raccontata in TV”  con Claudio Lanconelli, MArta Gatti, Fulvio Di Giuseppe

La mostra fotografica di Claudio Lanconelli porta alla luce un fatto eclatante: in TV le persone che parlano di guerra sono incredibilmente le stesse che parlano in altre occasioni di aborti o qualsiasi altro tema del giorno che passa alla ribalta della cronaca. La televisione e l’informazione di massa ci mostrano immagini che possiamo ritrovare in ogni guerra degli ultimi decenni di cui si è parlato in Italia; una sorta di catalogo di immagini di repertorio da riproporre per ogni luogo geografico, fase della guerra, complessità geopolitiche e interessi economici. Inoltre a limitare la conoscenza sulle cosiddette guerre dimenticate c’è l’elemento che fa scattare l’interesse televisivo: la morte del militare italiano. Fulvio di Giuseppe si concentra su questo punto per far capire come la televisione, legata agli interessi economici e pubblicitari dell’audience, si limiti a parlare del caduto e della sua famiglia in Italia. Questo non è parlare di guerra. Marta Gatti si è concentrata nei suoi interventi sull’importanza della ricerca giornalistica sulle guerre dimenticate, cercando di far capire che c’è molto spesso una ragione di interesse economico di terzi, anche nelle guerre considerate civili. Ha sottolineato inoltre l’importanza della verifica delle fonti, fondamentale per arrivare alla conoscenza più vicina possibile alla verità. (Andrea)

“Combattere la mafia: questione di coraggio?” con David Oddone, Gaetano Alessi, Fabio D’Urso, Luciano Bruno

“Mettersi in cerchio” per capire, farsi domande, essere compagnia l’uno all’altro. Con queste parole, Fabio D’ Urso ha spiegato il fare antimafia sociale: il dopo scuola ai ragazzini, gli spettacoli teatrali, la difesa dei diritti. Attività portate avanti ancora oggi dai volontari del G.a.p.a, del quartiere S. Cristoforo, a Catania.
Un mettersi in cerchio, un fare gruppo così simile alla quattro giorni del Grido. Una piazza, pur fredda, ma sempre di rara bellezza; giovani e meno giovani uniti dal desiderio di conoscere, guardare dentro. Guardare dietro le porte semichiuse delle sale da gioco, o tra le righe delle ordinanze, e dei nomi delle società immobiliari.Uscire dall’ indifferenza é infatti una delle risposte, se non la risposta, emersa dall’ incontro
sulla lotta alle mafie. Come denuncia Gaetano Alessi, a far finta di non vedere sono le istituzioni, i politici e gli stessi giornalisti delle testate ufficiali. Un caso su tutti: il Dossier 2012 sulle Mafie in Emilia Romagna, utilizzato come fonte anonima da Repubblica. Far passare certe notizie diventa difficile, all’ interno di un rumoroso e caotico flusso – bombardamento di dati, da verificare e rielaborare. Inoltre, far bene il proprio mestiere comporta spesso conseguenze pesanti. Le minacce fisiche, possibili oggetti di indagine, sono accompagnate da querele, efficacissimi bavagli per via delle sanzioni pecuniarie.Un caso emblematico, le quaranta querele a carico di D. Oddone, residente a San Marino: contesto unico nel suo genere, dove tra l’altro, manca una legislazione a tutela della professione giornalistica.
Associare criminalità e riciclaggio a una meta turistica non era ammissibile, racconta Oddone, andando all’origine delle sue inchieste. Nel 2008, rilevò l’ anomalia di sei sette mila appartamenti sfitti, collegati al riciclaggio ‘ndranghetista in un’intervista al procuratore antimafia di Reggio Calabria.La geografia economica e criminale non é quindi divisa per regioni; lo si sa da tempo. Come sottolineato nel dibattito, oggi non possiamo più parlare di infiltrazioni, bensì di radicamento.
Le palazzine colorate nella pianura padana non sono poi così lontane dai marciapiedi sconnessi e le fogne inesistenti di Librino, il quartiere catanese raccontato nel monologo omonimo da Luciano Bruno. Un quartiere dove sono protagonisti la povertà, il disagio, la droga. Grande assente, lo Stato che non garantisce nè servizi, né strutture, senza possibilità di incontro e cambiamento
.” (Silvia Aliano)

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EVENTI COLLATERALI & INSTALLAZIONI

 “Non è amore”, videoproiezione contro la violenza sulle donne.

La violenza di genere è stato un tema forte che ha percorso l’intera edizione del nostro meeting. Per vivere appieno il dramma di chi si ritrova vittima di soprusi da parte della persona da cui dovrebbe ricevere solo amore e rispetto abbiamo scelto anche di proiettare un brevissimo video, in cui l’assurda quotidianità delle violenze balzava agli occhi di ogni spettatore. Ognuna delle persone che si è fermata ha osservato il succedersi delle scene in religioso silenzio. A me, che mi trovavo dall’altra parte del tavolo, era possibile vedere solamente l’espressione dello spettatore. E, sui volti ero in grado di leggere una rapida escalation di sentimenti; prima stupore, poi paura, poi rigetto e infine un’ombra di dubbio. Dubbio più che lecito: quante donne che conosco magari vivono la stessa situazione, e lo fanno nel silenzio e nell’indifferenza più totali? Quante volte una domanda in più, un’attenzione in più avrebbero potuto svelare ciò che invece è rimasto nascosto? Proprio questo era il nostro obiettivo: lasciare domande ed insinuare dubbi che, solo tramite una vicinanza più stretta ed un’attenzione più mirata potranno trasformarsi in autoconsapevolezza e determinazione. Senza coraggio e cultura non si può muovere nemmeno un passo.

“Leghiamo la Città con un filo”, progetto di installazione urbana partecipata in Piazza Del Popolo.

Lo scopo era quello di far sorridere, di colorare la città, di ristrutturare il senso di comunità.  Di far sognare le persone, anche per un solo istante.
Quando sono andato in piazza, il giorno dopo aver ricoperto la piazza con una rete di nastri colorati che vibrava a  tre metri di altezza, ho visto le persone meravigliarsi, camminare con il naso per aria come bambini che guardano le nuvole e chiedersi “cosa sta succedendo qui? “.  In quel momento ho capito che eravamo sulla strada giusta. Nei cartelli richiedevamo ad ognuno di legare con un filo la propria porta di casa a quella del vicino. Un gesto simbolico per ricordarsi a vicenda che si è tutti parte di qualcosa.
Quando una mia amica mi ha detto che dopo aver attaccato il filo nel suo condominio è partita una gara tra chi collegava di più, e quando mi ha detto che tutte le volte che tornava a casa le veniva da sorridere, ho capito di nuovo che eravamo sulla strada giusta.
Ho capito che la strada è questa, ma anche che è una strada molto lunga. Che ci sono ancora molte, troppe, persone da collegare, ma anche che se lo si vuole è possibile. Perché in fondo sono loro stesse a volerlo, e molte volte bisogna solo ricordarglielo! (Alessandro S.)

 “Passi interrotti”, scarpe in piazza per dire basta alla violenza di genere.

Un foglio 10×15. Un bordo nero con scritto dentro un nome e la relativa etá. Nomi di donne. 29 nomi di donne. Donne che nel 2013 sono state uccisa da compagni o ex compagni, mariti o ex mariti, da padri, o da clienti di prostitute. Accanto a ogni pezzetto di carta un paio di scarpe da donna. Non avevo ancora finito di attaccare tutti i nomi sul grigio asfalto di piazza San Francesco che giá tante persone, soprattutto donne, timidamente si fermavano. Leggevano i nomi, le etá e mi guardavano. Cercavano una conferma che fa male. “Sono donne vittime di femminicidio, vero?” mi chiedevano. “Si, sono 29 donne dall´inizio del 2013”. Non c´era bisogno di aggiungere altro. L´installazione “Passi interrotti” é uno schiaffo in faccia, che mette luce su una macchia che fa orrore tanto alle donne quanto agli stessi uomini. (Paola)

 

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